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Lo stile di Gesù

· Il Vangelo di domenica 5 maggio, III di Pasqua ·

Se mancasse questa pagina ai Vangeli, mancherebbe molto dello stile di Gesù. Giovanni descrive il Risorto vicino a un fuoco di brace, con del pesce sopra e del pane, lasciando intendere che stia cucinando. Anzi, quando i discepoli approdano con la barca piena di pesci, il Signore chiede di portargli un po’ del pescato, affinché cucini anche quello.

Come gli altri viventi, uomini e donne si nutrono, ma a differenza di essi (ed è una differenza sostanziale) cucinano. Cucinare esprime in modo tutto speciale l’attenzione ai legami con le cose e con le persone. Significa avere fiducia sia nella qualità degli ingredienti, nella fattibilità del piatto e nell’apprezzamento di chi lo gusterà. Richiede un grande rispetto per le cose (ingredienti e arnesi) affinché un’azione maldestra o fuori tempo non rovini il sapore delle pietanze. Chi cucina ha bene in mente quanto piace al proprio ospite, ciò che può mangiare, cosa deve mangiare e cosa non è bene che in questo momento mangi. Perciò non sono sufficienti né la propria buonissima intenzione di nutrire né la propria competenza culinaria, poiché se chi cucina non coglie la reale situazione di chi mangerà, anche il più buono dei piatti risulta indigesto o perfino disgustoso, poiché non conforme alla salute e al palato del proprio ospite. La grandezza di un cuoco si misura anche nella capacità di rendere appetitosi cibi che non risultano immediatamente graditi, ancorché necessari alla salute. Caso emblematico è quello del bambino che aborrisce la verdura; la mamma o il papà abili coi fornelli sapranno preparare pietanze dove la verdura nemmeno si vede e si sente, anche se ben presente. Ma, forse, la gloria del cuoco risplende ancor più quando riesce a stuzzicare l’appetito all’inappetente, a chi non ha fame, ha smesso di averla, o addirittura si è imposto di non sentirla. Qualora il cuoco riuscisse a riaprire il varco chiuso nella carne inappetente è come se risuscitasse un morto, visto che fame e sete sono le prime parole per dichiarare il proprio essere al mondo.

In caso di pericolo di morte per fame, non si deve andare per il sottile. Proprio come fece il Signore nel deserto; nutrì tutti con pane e pesce. A tutti la medesima cosa, senza distinzione. Ma quando non si ha più paura — e il Risorto, se lo vogliamo, ci libera dal suo tremendo morso — allora si ha il tempo non solo di nutrire, ma di cucinare, mostrando per ciascuno una cura singolare, un’attenzione irripetibile, un affetto pieno di premura. Anche per questo il Risorto commuove.

di Giovanni Cesare Pagazzi

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21 settembre 2019

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