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Lo statista
della mediazione

· Il 23 settembre 1916 nasceva Aldo Moro ·

Cento anni fa, il 23 settembre 1916, nasceva Aldo Moro. Membro dell’Assemblea costituente, più volte ministro della Repubblica e presidente del Consiglio, Moro è stato senza dubbio uno dei più importanti uomini politici dell’Italia repubblicana, e insieme a De Gasperi e a Fanfani uno dei “cavalli di razza” della Democrazia cristiana (Dc). Certamente è stato un protagonista indiscusso delle vicende politiche italiane tra il 1959 e il 1978, e anche per questo una figura-simbolo del cosiddetto regime democristiano, processato prima da larga parte dell’intellettualità italiana, e poi dal sedicente «tribunale del popolo» delle Brigate rosse.

Troppo spesso la morte tragica dello statista pugliese ha finito per ridurre la sua biografia con i suoi 55 giorni di prigionia. Una fine drammatica e per molti aspetti paradigmatica della storia profonda dell’Italia, su cui aleggiano ancora molti dubbi, ma che nel suo terribile esito non può racchiudere una vicenda umana, intellettuale, politica così complessa come quella di Moro.

L’ultimo libro di Guido Formigoni (Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, il Mulino, 2016, pagine 486, euro 28) ha il grande merito di restituirci, per la prima volta, la biografia completa (e scientifica) dell’ex leader democristiano. La biografia di un uomo che, come ha scritto l’autore, «non è mai stato un capopopolo», non ha mai riscosso un ampio consenso tra i cittadini — anzi ha spesso registrato «un odio diffuso» — e neanche tra l’intellighenzia italiana, finendo, per esempio, tra gli strali di Pier Paolo Pasolini o di Elio Petri. Spesso il suo profilo pubblico è stato contraddistinto da una sorta di «indolenza levantina» e da una retorica «monotona nell’esposizione, che non concedeva molto all’emotività dell’ascoltatore».

Eppure, come mette bene in evidenza lo studio di Formigoni, Aldo Moro è stato molto di più di quello che ci è stato tramandato da questa lunga serie di rappresentazioni pubbliche. Probabilmente una delle sintesi più efficaci e meno banali di Moro viene elaborata dall’Auswärtiges Amt, in occasione della sua visita in Germania del giugno 1966. I diplomatici tedeschi lo descrivono così: «Moro ha l’aspetto di una personalità tranquilla, più passiva che dinamica. È noto per la sua abilità nel superare i contrasti di opinione e per trovare una mediazione in situazioni difficili. Nel suo modo di esprimersi è incline a vaghe formulazioni. Tuttavia, nonostante tutta la sua predisposizione al compromesso, non si lascia distogliere dalla sua linea una volta che la ha riconosciuta giusta. Per lui vale in modo speciale la massima suaviter in modo, fortiter in re».

Sono moltissimi i dubbi evocati da Guido Formigoni sui giorni del rapimento, sugli scritti incompleti della prigionia, sul mancato reperimento delle cassette registrate dai brigatisti con le risposte di Moro e perfino sulle modalità dell’uccisione.

Tra i tanti documenti di quei 55 giorni è necessario ricordarne almeno due. Durante la prigionia Moro intuisce la crisi del suo partito e scrive: «Un po’ della Democrazia cristiana se n’è andata». Oggi possiamo dire che non fu solo la Dc a finire, ma iniziò un processo più profondo: in quel 1978, nell’anno detto dei tre Papi, con la morte di Moro e poi subito dopo di Paolo VI, iniziò il declino dell’egemonia maritaniana-montiniana che aveva segnato la nascita della Dc e tutto lo sviluppo del cattolicesimo politico italiano. Il secondo documento della prigionia è, infine, una struggente lettera alla moglie, a Noretta, che ci restituisce la cifra umana, prima che politica, dello statista pugliese. Scrive Aldo Moro: «Tu curati e cerca di essere più tranquilla che puoi. Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo».

di Andrea Possieri

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