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Lo spazio vuoto
lasciato dall’albero

· Paesaggi estivi ·

Vincent van Gogh, «L’albero di gelso» (1889)

"Pianterò, Egli dice, nel deserto, il cedro e il biancospino, il mirto, l’olivo, l’abete, l’olmo e il bosso. Se dunque desideri di possedere di questi alberi o di essere tra loro annoverato fa’ in modo di entrare nella quiete della solitudine. Qui infatti potrai possedere, o diventare tu stesso un cedro del Libano che è pianta di frutto nobile, potrai diventare, cioè, fecondo di opere, insigne per limpidezza di cuore. Potrai essere anche l’utile biancospino, arbusto atto a far siepi, e sarai chiamato ricostruttore di mura. Verdeggerai come mirto, pianta dalle proprietà sedative e moderanti; farai cioè ogni cosa con modestia e discrezione. Meriterai pure di essere olivo, l’albero della pietà e della pace. Potrai essere abete slanciato nell’alto, denso di ombre e turgido di fronde, se contemplerai le cose celesti, e neppure ti sembri vile diventare olmo, perché quantunque non sia albero nobile, è tuttavia utile per servire di sostegno. Infine non tralasciare di essere bosso, pianticella che non sale molto in alto ma che non perde il suo verde, così che tu impari a non pretendere d’essere molto sapiente, ma a contenerti nel timore e nell’umiltà e, abbracciato alla terra, mantenerti verde”. 

È il 1080 l’anno in cui Rodolfo, il quarto priore dell’eremo di Camaldoli, commentando un passo di Isaia, delinea con chiarezza questa identificazione tra uomo e albero, secoli e secoli prima delle vaghezze new age. Un’identificazione, questa, che, è vero, si muove nei territori poetici della metafora ma ha come fine quello di un’imitazione fruttuosa, concreta, che invita il destinatario a una scelta di vita.
Parola chiave è diventare: tendere al perfezionamento del proprio essere assieme alle altre creature, perché l’uomo vive tra gli alberi e il bosco vive insieme all’uomo.
Avventurarsi in un bosco è quindi come iniziare un dialogo tra viventi, sommesso, rispettoso, accompagnato quasi inconsapevolmente dall’antico senso di timore, lo stesso che aveva colpito un uomo di grande razionalità come Tacito che così ne scrive nella Germania.
«Questi popoli non ritengono conforme alla maestà degli dèi rinserrarli fra pareti e raffigurarli con sembianza umana: consacrano loro boschi e selve e danno nomi di divinità a quell'essenza misteriosa che solo il senso religioso fa loro percepire».
Oggi sperimentare quell’ ”essenza misteriosa” è quasi impossibile. L’esperienza che si fa nel bosco alle nostre latitudini è oramai edulcorata, addomesticata dai gps, facilitata da magliette drifit e scarpe da trekking. E invece sarebbe meglio capitarci per caso. Lasciare la macchina su una piazzola. Improvvisamente, per una scelta estemporanea. Proviamo a immaginare.
Siamo entrati in quell’intrico verde, possiamo calpestare i ramoscelli e lasciare che l’umidità penetri sotto i calzini, e poi chinarci e seguire tra le dita la venatura di quella foglia che nessuna guida sta lì ad attribuire a questa o quella pianta. E soprattutto ci lasciamo stregare dall’opulenza sbrigliata dell’imperfezione: radici che infestano i sentieri e poi rami storti o spezzati, funghi nascosti tra le pietre, insetti che solfeggiano. Su tutto, la luce saltuaria che chiede aiuto al vento per penetrare quella tenace porosità verde.
In questo momento sei tu uomo e quella lì è lei, la natura. Non sei il suo fruitore, ma ne sei parte come ospite in questo suo antico dominio, con la speranza o forse il timore che accada qualcosa di inatteso, magari percepito tra quei suoni divenuti estranei all’orecchio cittadino. Come nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare dove il verde, gli alberi, l’altrove del bosco possono essere rifugio d’amore o luogo di inganni e addirittura essere sconvolti se i loro abitanti magici, Oberon e Titania, hanno appena litigato “e le attonite genti non distinguono più una stagione dall’altra”.
Nei boschi dei Fratelli Grimm, così primordiali e indecifrabili, non ci sono solo streghe litigiose o minacciose come capita a Hansel e Gretel, ma anche viandanti in cerca di fortuna, principi fuggiaschi o figli a caccia di tesori. Ma per tutti questi personaggi il bosco è il luogo della prova, il luogo dove si dimostra se si è naturalmente umani o creature incompatibili con la natura. Come ne I tre omini nel bosco dove le protagoniste sono le figlie di due vedovi.
Mentre la figlia dell’uomo è molto bella, quella della vedova è decisamente brutta. La matrigna, gelosa della ragazza le fa un vestito di carta e la manda nel bosco, d’inverno, a raccoglierle fragole. E la fanciulla le ubbidisce portando con sé solo un tozzo di pane. In un radura però trova una casetta abitata da tre nani che per metterla alla prova le chiedono un pezzo di quel pane. La ragazza senza esitazioni lo spartisce volentieri con loro, guadagnandosi la ricompensa: diverrà sempre più bella, dalle sue labbra cadranno in terra monete d’oro e sposerà un principe. Alla sorellastra invece accade esattamente il contrario. La madre la veste con un caldo giubbino e la manda nel bosco con pane e burro che però si rifiuta di spartire con i nani rimediando una triplice maledizione: diventerà sempre più brutta, dalla sua bocca usciranno rospi, e morirà di una brutta morte.
C’è quindi una saggezza nel bosco, un senso profondo di giustizia che sempre nelle fiabe premia i deboli, i reietti, gli emarginati, ma generosi. Una provvidenza verde per chi accetta quanto accade nell’elemento naturale. Da uomo, aperto all’altro e alla compassione e alla lode per la bellezza della natura creata. Nel bosco ma anche per un albero di fronte a casa.
Séamus Heaney, poeta irlandese premio Nobel nel 1995 racconta di un castagno che venne piantato nel giardino di casa sua quando era bambino. “Col passare degli anni — dice il poeta — la pianta divenne un alberello che crebbe sempre più alto sopra la siepe di bosso. Così cominciai a identificare la mia vita con quella del castagno”.
Identificare, come l’abate di Camaldoli. Però un albero in provincia di Derry non ha le stesse fortune del bosco dell’Appennino tosco emiliano e quando gli Heaney cambiano casa i nuovi proprietari decidono di abbatterlo. Molti anni dopo Heaney ripensa a quell’albero e costruisce con la sensibilità mistica e logica del poeta questa abbagliante metafora. “Cominciai a riflettere sullo spazio dove l’albero era e sarebbe rimasto. Nella mente lo vedevo come una sorta di vuoto luminoso, una perturbazione, un tremolio di luce, e ancora una volta in modi che mi è difficile definire ho cominciato a identificarmi con quello spazio proprio come in passato mi ero identificato con l’albero. Era e resta uno spazio immaginato, anche se può essere collocato in un posto preciso: un paradiso senza luogo piuttosto che un luogo paradisiaco”.
Un’immaginazione che ha il sapore della realtà, non uno smarrimento dell’anima, ma la speranza che qualcosa di terreno occupi uno spazio oltre il tempo, muovendo dall’amore per un albero. Nel pieno del Novecento come ai tempi dell’abate Rodolfo.

di Saverio Simonelli

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16 settembre 2019

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