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Lo spartiacque di san Carlo

· Realismo operativo del grande presule milanese ·

Carlo Borromeo, come ogni vero santo, visse con una certa ansia il senso di inadeguatezza rispetto all'ideale che proponeva agli altri e a sé stesso, ebbe cioè piena consapevolezza di quello «scarto» che sempre esiste tra la meta sublime da raggiungere e il cammino da percorrere, un cammino inevitabilmente reso faticoso dai propri limiti umani. Ce ne resta una traccia in una specie di esame di coscienza che san Carlo inserisce nell'omelia tenuta ai suoi confratelli vescovi durante il secondo concilio provinciale del 1569; immagina che Cristo giudice sottoponga i pastori d'anime a uno stringente interrogatorio che quasi non lascia scampo: «Se dovevate essere voi le sentinelle, perché siete diventati ciechi? Se eravate pastori, perché avete permesso che il gregge a voi affidato andasse sbandando? Se dovevate essere il sale della terra, perché avete perso il sapore? Se eravate luce, perché non avete illuminato quelli che giacciono nelle tenebre e nell'ombra della morte? Se eravate apostoli, perché avete fatto ogni cosa davanti agli occhi degli uomini senza virtù apostolica? Se dovevate essere la bocca di Dio, perché siete rimasti muti? Se non vi sentivate all'altezza di un tale onere, perché lo avete cercato con ambizione? E se invece ne eravate all'altezza, perché siete rimasti così pigri e negligenti? Non vi hanno scosso la voce dei profeti, la legge evangelica, gli esempi degli apostoli, la condizione fatiscente della Chiesa?».

Questo accenno alla «condizione fatiscente della Chiesa» ci permette di parlare del santo utilizzando l'immagine dello spartiacque.

È noto che è viva nel dibattito storiografico la questione se il concilio di Trento possa essere considerato una specie di spartiacque tra il modello di Chiesa che era andato delineandosi in epoca rinascimentale e che finì con il provocare, per reazione, il protestantesimo, e il modello di Chiesa che dallo stesso concilio di Trento uscirà e che praticamente giungerà fino al Vaticano II.

Ma alla luce della biografia di san Carlo tale questione potrebbe forse essere riformulata in questo modo: se uno spartiacque ci fu non fu in qualche modo anche, se non soprattutto, l'opera e la vita del Borromeo a segnare, almeno dal punto di vista emblematico e simbolico, il passaggio tra un prima e un dopo?

A questa domanda possiamo forse rispondere di sì, soprattutto in riferimento all'attività pastorale del vescovo e alla vita del clero. Così almeno interpretò il problema il popolo cristiano e ce ne ha dato testimonianza attraverso uno strumento semplice, spesso ingenuo e un po' semplificatore, ma sempre molto efficace e immediato: l'iconografia agiografica.

Nella splendida collegiata romanica di San Pietro in Biasca, capopieve delle tre valli ambrosiane del Canton Ticino più volte visitate da san Carlo, sulla parete di destra, attorno al 1620 — quindi per celebrare il primo decennio della canonizzazione — furono affrescate le cosiddette Storie di san Carlo .

In un pannello è dipinta la situazione della Chiesa pre-tridentina: alcuni cavalieri si danno ai bagordi attorno a una mensa sorretta da un mostro infernale, mentre un demonio li incita a uno stile di vita dissoluto; sullo sfondo i nemici della fede stanno abbattendo una chiesa, diroccandone con funi le mura e il campanile, mentre altri disperdono con furia iconoclasta croci, messali, tovaglie d'altare.

E intanto in disparte tre preti se ne stanno addormentati, senza che s'accorgano di nulla, senza minimamente intervenire. Sotto il pannello si legge una didascalia, che suona tragica condanna proprio nei confronti del clero: «I vescovi non visitano le sue pecore, i curati dormano, i vitii crescono, gli eretici oscurano il sole della verità».

È appunto la situazione della «Chiesa fatiscente», per usare l'espressione con cui si concludeva l'esame di coscienza posto sulle labbra stesse di Cristo.

Ma, come in un ideale dittico antitetico, negli altri pannelli ci viene offerto il cambiamento intervenuto con l'opera di san Carlo. Innanzitutto c'è il riquadro con la rappresentazione della chiusura del concilio di Trento, accompagnata dalla seguente didascalia: «Per la diligenza di san Carlo il Concilio Tridentino è finito et esequito, confutati gli errori contra la santa fede, reformata la Chiesa et clero».

In qualche modo veniva trasmessa l'idea, storicamente vera, che il Borromeo aveva avuto un ruolo determinante nella conclusione del concilio. Il problema è che, all'interno del pannello, proprio in centro, è stato raffigurato san Carlo che regge un grande riquadro, sul quale è riportata una seconda didascalia, che sintetizza i frutti della riforma conciliare: «Qual sia la vera fede catolica, la residenza de li vescovi, et visita spesso le sue pecore: riforma vera».

Propriamente si tratta di un falso storico, perché Carlo Borromeo non fu mai presente al concilio; ma — potremmo dire — è una «verità sostanziale», perché quei tre frutti della «riforma vera» (e cioè: definizioni dottrinali, residenza e visita pastorale) prima che dichiarati verbalmente, furono da lui vissuti nella realtà.

Seguono poi altri pannelli, in cui compare il santo mentre amministra i sacramenti al popolo di Dio, mentre predica dal pulpito, mentre riceve i fanciulli da educare nei seminari, mentre istruisce i preti che, in ginocchio davanti a lui, giurano la propria fedeltà al Vangelo e si impegnano nel proprio ministero pastorale, cercando di imitare l'azione e l'opera di un vescovo così eccezionale da essere considerato una vera «norma» vivente. Lo spartiacque era stato in qualche modo valicato.

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16 luglio 2019

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