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Lo smartphone
non ucciderà mai il libro

· ​Sul valore delle biblioteche dall'antichità ai giorni nostri ·

La biblioteca, intesa come istituzione pubblica, individua un’architettura abbastanza recente. La sua origine è però molto antica; risale alle raccolte di tavole incise, pergamene, testi scritti di vario genere. Le prime testimonianze provengono addirittura dalle tombe dei faraoni dove, in apposite nicchie, erano custoditi materiali descrittivi e testimoniali. Il Secondo Libro dei Maccabei (1,13) narra che «Neemia ... fondò una biblioteca, in cui raccolse i libri». Già allora dunque, accanto al Secondo Tempio, esisteva una biblioteca. 

Antonello da Messina, «San Girolamo nel suo studio» (1474-1475)

La più importante e ricca biblioteca dell’antichità è sicuramente quella di Alessandria, la cui fondazione, avvolta nel mito, viene attribuita a Tolomeo i che, nel 305 a.C., impegna un ampio numero di studiosi a raccogliere documenti, trascriverli e commentarli. Si tratta dunque di un’impresa, materiale e scientifica, che introduce già chiaramente i concetti del moderno Funzionalismo. Questo, che fonda i suoi principi teorici in una corrispondenza tra ambiente e funzione, attribuisce alla biblioteca un compito non troppo dissimile dal museo: entrambi devono raccogliere, classificare, conservare ed esporre; entrambi devono pertanto fornire all’utente un servizio analogo che permetta la consultazione e lo studio, sia che si tratti di opere d’arte che di testi scritti.
Agli inizi del ii secolo a.C., gli Attalidi sovrani di Pergamo vogliono contrastare l’egemonia dei successori di Tolomeo anche attraverso la cultura come strumento politico e, per superare il monopolio del papiro, allora il più pregiato e comodo supporto per la scrittura, trovano un nuovo materiale tratto dal vello animale, che fu appunto chiamato pergamena.
A partire dal Medioevo, gli edifici di culto sono spesso affiancati agli edifici per i poveri e gli ammalati, ma anche alle biblioteche. Quelle formate su iniziativa di sovrani e principi, allora poco numerose, avranno un incremento notevole nel periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento.
Le prime biblioteche monastiche sorgono soprattutto in Oriente: tra le più antiche, quella del Monastero di Santa Caterina, nel Sinai, fondata dall’imperatore Giustiniano e tuttora in attività, che conserva alcune tracce di architettura bizantina. Restaurata tra il 1930 e il 1942 e dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco nel 2002, sarà interamente digitalizzata grazie all’impegno di alcune importanti università americane e inglesi.
In questa tradizione, in cui gli ordini monastici prevedono le biblioteche accanto o nel luogo di culto e di preghiera, esse risiedono ancora in edifici costruiti per altre funzioni; sono ricavate all’interno dei monasteri, soprattutto benedettini, che prevedono intorno al chiostro ambienti dedicati, sempre illuminati direttamente, capaci di raccogliere testi ordinati per argomenti, con un numero limitato di posti a sedere, allineati da leggii lignei inclinati. Un esempio particolarmente singolare di riadattamento di una struttura edilizia preesistente è fornito a Napoli dalla Biblioteca Agostiniana di San Giovanni a Carbonara. Questa, attraverso vicende che occupano un lungo periodo, viene ricavata all’interno di una torre aragonese, acquisita dagli Agostiniani, che Ferdinando Sanfelice organizza sull’impianto di un disegno stellare.
In Occidente, gli ordini mendicanti, nel XIII secolo, creano grandi biblioteche con vaste stanze dall’architettura gotica, più accoglienti delle biblioteche benedettine — come quella messa in scena da Umberto Eco ne Il nome della Rosa —, che rappresentano una vera e propria evoluzione tipologica. Queste biblioteche delle Confraternite domenicane e francescane, aperte agli studiosi e prevedendo talvolta una collaborazione tra religiosi e laici, propongono generalmente un impianto con tre navate che ospitano gli spazi per la lettura nelle parti laterali e lasciano il canale centrale libero per il percorso e la distribuzione.
Da questa organizzazione tipologica deriva la Biblioteca Malatestiana di Cesena, costruita tra il 1447 e il 1452 su iniziativa dei frati Francescani che chiesero i fondi al signore della città e, soprattutto, la Biblioteca Laurenziana a Firenze, raggiungibile attraverso il chiostro della basilica, voluta da Giovanni de’ Medici come servizio publicae utilitati, iniziata nel 1524 e completata nel 1571 su progetto di Michelangelo che precisa, attraverso la rigorosa definizione, anche ornamentale, delle parti, lo sviluppo longitudinale della sala. Nella lunga gestazione del cantiere, seguito anche a distanza attraverso collaboratori come Bartolomeo Ammannati, Michelangelo — da vero designer — progetta anche finiture e arredi, come per i banchi di lettura, i pavimenti e i soffitti.
La biblioteca del Movimento Moderno è un edificio che si distingue per la specializzazione del funzionamento. Molto ampia è la varietà degli esempi e la loro impostazione è dettata da una ricerca di semplificazione della volumetria esterna e di massima razionalità nell’organizzazione distributiva dello spazio interno. Questo prevede, quasi sempre, una separazione netta tra il magazzino libri e gli ambienti di lettura, suddivisi tra grandi sale e nicchie riservate, come nella Biblioteca scolastica a Exeter (New Hampshire 1972) di Louis Kahn.
La biblioteca contemporanea si differenzia ulteriormente, rivolgendosi a un modello funzionale che deve corrispondere a esigenze profondamente mutate. In essa si impone una configurazione edilizia dove la consultazione cartacea non rappresenta più la funzione esclusiva. Lo studio avviene per via informatica e la lettura, davanti a un monitor, allarga la possibilità, servendosi di apposita strumentazione, di consultare anche tavole grafiche, talvolta molto ingombranti, e perfino ascoltare musica.
Tipologicamente la biblioteca contemporanea non è più strutturata attraverso ampie sale di lettura, ordinate distributivamente da reparti tematici vincolanti, ma tende a trasformarsi in un percorso che può crescere, e soprattutto può essere sufficientemente flessibile nella classificazione per soggetti degli armadi. La biblioteca di Seattle (2002-2004), riprendendo l’idea di Le Corbusier del museo a crescita illimitata, sviluppa un itinerario, dalla forma a spirale, che può tollerare modifiche e scorrimenti nella disposizione dei libri. Questo tema è proposto anche nella Biblioteca Pontificia Lateranense, terminata nel 2006 a compimento di un intervento di riordino dell’Università, che ha comportato, oltre a questo nuovo edificio, la trasformazione dell’Aula Magna. Come Rem Koolhass a Seattle, lo Studio King Roselli affida il carattere di questa sua opera a un percorso che rende tipologicamente, ma anche simbolicamente, l’idea della conoscenza come fattore dinamico che si arricchisce passo dopo passo.
San Girolamo nel suo studio, nella tela di Antonello da Messina (1474-75), descrive una biblioteca dove chi studia è al centro del sapere, isolato, addirittura sollevato da terra e dal mondo circostante; nella biblioteca contemporanea lo studioso, che spesso d’altronde ha smarrito ogni capacità calligrafica, si muove alla ricerca del libro attraverso una teoria ininterrotta di scaffali e, per leggere, si sistema in una condizione casuale, quasi di fortuna, attento a non scombinare l’ordine classificatorio che regola l’intero edificio. Nell’attraversare la sala che si arrampica su più livelli, il lettore non si isola più, come accadeva nel chiostro monastico, ma si incontra con gli altri frequentatori, perché la biblioteca è pensata anche come una fertile occasione di scambi. Essa raccoglie eventi e organizza mostre, occupandosi soprattutto di promuovere la divulgazione; si propone come un luogo accogliente che avvicina allo studio; ricopre il ruolo di catalizzatore territoriale, anche per quanti sono interessati alla ricerca. Diventa sempre più il luogo privilegiato del rapporto con la città, offrendo tutte quelle informazioni e opportunità che possono rientrare nell’offerta formativa.
Per tale ragione la biblioteca diventerà sempre più uno spazio di consultazione digitale. Vi si sfoglieranno sempre meno i libri. Sono tuttavia convinto che Google, Wikipedia e gli e-book, il computer e gli smartphone non uccideranno mai il libro e nemmeno le biblioteche che, trasformate, continueranno a rappresentare un luogo d’incontro tra ieri e oggi, ma anche tra le persone fisiche.

di Mario Panizza

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24 agosto 2019

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