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Lo sguardo sull’America pensando all’Europa

· Il 16 aprile del 1859 moriva Alexis de Tocqueville ·

Tocqueville muore il 16 aprile del 1859 dopo una vita intensa, non priva di problemi di salute e di viaggi. Anche se si ricorda solo quello negli Stati Uniti, interessante è anche la sua permanenza in Algeria dove fa analisi che oggi tornerebbero utili per capire i rapporti tra Europa e mondo arabo e gli errori commessi da entrambe le parti. È però quello in America che ancora oggi desta l’interesse degli studiosi.

Nel nuovo continente, ha subito la sensazione che quello democratico sia un processo irreversibile tanto da definirlo quasi provvidenziale. Arrestarlo non solo significa ostacolare il cammino della democrazia, ma «lottare contro Dio stesso». Il cristianesimo ha reso tutti gli uomini uguali davanti a Dio e dovrà aiutarli a renderli uguali davanti la legge. Compito non facile e che determina una grande confusione nel dibattito politico. Per questo occorre non lasciarsi trascinare dalla lotta partitica esaminando i problemi il più possibile fuori dalle passioni. Compito principale dei governanti è quello di educare alla democrazia, regolarla, evidenziarne i rischi.

A differenza dell’Europa, il popolo americano non si distingue tra signori o popolo minuto, ricchi o poveri, ma vede gli individui su un piano di perfetta eguaglianza e spinti dal bisogno di libertà. In America si sintetizzano due elementi che l’Europa ha finito per mettere in contrasto: spirito di religione e spirito di libertà. La religione, liberata dalla politica, riesce a essere più stabile perché conta sulle sue sole forze. La libertà vede così nella religione la compagna di tutte le lotte e la fonte divina di tutti i diritti. Il rapporto tra religione e libertà è cruciale perché, nelle democrazie, si finisce per amare l’eguaglianza senza misura più che la libertà. Ma una libertà di coscienza matura è un antidoto a una eguaglianza demagogica. Lo spirito religioso rende così un servizio alla democrazia, pure sostenendo le istituzioni democratiche. Anche i cattolici sono in continuo aumento perché sono i fedeli più sottomessi e i cittadini più indipendenti. Pur nella diversità di religione, però, ogni confessione si ritrova nella grande unità cristiana e la morale è ovunque la stessa.

L’amore per l’eguaglianza discende dal principio della sovranità popolare, vero e proprio dogma e non principio sterile o astratto, come in altre nazioni. Si può dire che la società americana «agisce da sé su se stessa», possiede tutti i poteri e non è neppure in grado di concepire altro potere all’infuori di se stessa. Il popolo partecipa alla formazione delle leggi, sceglie i legislatori e provvede all’esecuzione delle leggi eleggendo i membri dell’esecutivo.

La sovranità popolare parte da un’istituzione che è la forza dei popoli liberi: il comune. Qui l’individuo si abitua allo spirito di libertà, ne capisce l’uso e i limiti, ma impara anche a tutelarsi dai possibili abusi del dispotismo della maggioranza. Ognuno può svolgere le varie funzioni che esercita un comune. Esse sono retribuite e consentono a tutti di dedicarvi il loro tempo. Ciò non significa avere uno stipendio fisso. Chi esercita certe funzioni ha una tariffa per ogni atto del suo ufficio, perciò si è remunerati in base a quanto fatto.

I comuni hanno reale autonomia, ma si sottomettono allo Stato quando entra in gioco un interesse più grande. Per garantire ancora possibilità di partecipazione e maggiore protezione nei confronti del potere centrale si è istituita la contea con interessi amministrativi. Essa costituisce il primo centro giudiziario e possiede una corte di giustizia. Gli amministratori della contea hanno poteri limitati ed eccezionali che applicano in casi stabiliti. Le funzioni pubbliche scaturiscono sempre dall’elezione perché la libertà individuale nessuna democrazia saprebbe garantirla, senza istituzioni locali funzionanti. Si ha così uno Stato in cui la legge ha un valore assoluto e nel quale il diritto di eseguirla è diviso tra tante mani.

Dopo comuni e contee c’è il potere legislativo dello Stato esercitato da un corpo diviso in due rami. Questo perché il principio dell’indipendenza degli Stati trionfò nella formazione del Senato e quello della sovranità nazionale nella composizione della Camera dei rappresentanti. Anche qui è stato un ordine pratico a diversificare i senatori dai rappresentanti. Ai primi si è concesso di essere nominati per più anni perché la legge ha cercato di mantenere tra i legislatori individui già pratici di svolgere funzioni e capaci di dare un apporto ai nuovi eletti.

Questa democrazia realizza un crescente benessere. La libertà produce più beni di quanti non ne distrugga e le stesse risorse del popolo aumentano più rapidamente delle imposte. Nelle aristocrazie il danaro giova soprattutto alla classe dirigente, la democrazia, ovviamente quella liberale, dà poco ai governanti e molto ai governati. I governi democratici lasciano fare, nell’ambito delle regole, e non si sentono mai onnipotenti. Il problema è vedere se queste regole sono rispettate da tutti. Non c’è alcun dubbio che sia così per la popolazione che si è stabilita nel nuovo continente, ma per gli indiani e i neri si può dire lo stesso? Interessanti sono, al riguardo, le riflessioni di Tocqueville per il quale i neri tenderanno, pur tra mille difficoltà, a reclamare gli stessi diritti dei bianchi, mentre i nativi non vorranno integrarsi, gelosi della loro indipendenza.

Altro capitolo è lo studio della società francese che arriva all’ottantanove. Emerge un quadro di una realtà da tempo instabile. Nobiltà e borghesia presentano timori e smanie perché tutti sono presi dal timore di scendere e dalla smania di salire e da quella di fare danaro. L’aristocrazia non influisce più nella vita politica e giuridica. I nuovi funzionari amministrativi, quasi tutti borghesi, sono una «aristocratie de la société nouvelle» già pronta a sostituire la vecchia.

Anche qui ritorna l’analisi sulla religione. Le considerazione svolte sulla Chiesa francese sgombrano tanti luoghi comuni. Tocqueville non nega che la cultura del XVIII secolo sia irreligiosa, ma evidenzia che il cristianesimo aveva suscitato critiche non come dottrina religiosa, ma come istituzione politica. Notevoli le analisi sul clero che sostiene il diritto della nazione a formulare leggi, a votare liberamente le imposte e a sostenere che nessuno deve pagare una tassa se non è stata voluta da lui stesso o da un suo rappresentante. Il clero vuole la libera elezione degli Stati Generali e la convocazione annuale. Vuole in ogni provincia le assemblee dei tre Stati, come avveniva negli antichi municipi, per un reale decentramento. Malgrado i difetti, il clero aveva virtù pubbliche e spirito di fede, come mostrarono le persecuzioni. Tocqueville ammette: ho cominciato lo studio sul clero «plein de préjugés contre lui; je l’ai finie, plein de respect».

La società francese del tempo trova nuovi portavoce: philosophes e letterati, che svolgono una funzione politica. Privati del concreto e delle vere libertà, i francesi si rivolgono alla libertà astratta. È questo un male nato col mondo moderno che, dopo le critiche alla religione, pian piano fece sì che «à l’hérésie avait succédé l’incrédulité». Da qui il desiderio di realizzare un paradiso in terra, che sostituisca l’ideologia alla religione.

Tocqueville insiste sulla degenerazione democratica. Si oppone alla demagogia egualitaria voluta dal socialismo. Quel socialismo non ha assunto le caratteristiche socialdemocratiche che oggi ha e proponeva uno Stato che è il solo proprietario e l’unico arbitro dei salari, della produzione e dell’organizzazione del lavoro, insistendo solo sulle passioni materiali dell’uomo.

Lo Stato che si fa precettore di tutti e di ognuno esprimendo una nuova forma di schiavitù. Democrazia e socialismo hanno in comune solo l’amore per l’eguaglianza, ma la vera democrazia la vuole nella libertà.

di Rocco Pezzimenti

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23 luglio 2019

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