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Lo sguardo di Pasolini

· In una mostra fotografica su scrittori e poeti ritratti per le vie della città ·

Chiuderà il prossimo 23 giugno la mostra “Poeti a Roma. Resi superbi dall’amicizia” (nel polo culturale trasteverino WeGil, a largo Ascianghi, 5), che propone al pubblico più di duecentocinquanta ritratti di scrittori e poeti fotografati per le vie e in vari ambienti della capitale tra gli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo: Alberto Moravia, Sandro Penna, Alfonso Gatto, Giorgio Caproni, Natalia Ginzburg, Attilio Bertolucci, Carlo Emilio Gadda, Dario Bellezza, Giuseppe Ungaretti, Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese, Elsa Morante... E Pier Paolo Pasolini, la cui morte violenta del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia fissa inesorabilmente il termine cronologico del percorso espositivo.

Pasolini sta al centro di questa antologia di immagini, è il perno attorno al quale sembrano ruotare i legami di amicizia fra gli artisti, sorpresi dai fotografi (tra i quali Antonio Sansone, Tazio Secchiaroli, Guglielmo Coluzzi, Francesco Maria Crispolti, Jerry Bauer, Ezio Vitale) durante serate di presentazione, feste in casa, cene. Osservato con curiosità, attenzione e affetto dai suoi colleghi e amici — accanto ai quali viveva, lavorava e con i quali, spesso, non si peritava di polemizzare sulle pagine dei giornali —, lo scrittore è saldamente inserito in quella fitta trama di rapporti borghesi e intellettuali, e contemporaneamente sempre domiciliato altrove: ai margini informi della città, sulla soglia della porta di una baracca mentre sorride a una ragazza o sta seduto con la schiena poggiata su un muro scalcinato insieme a due borgatari. «Tu sapessi che cosa è Roma», scrive a uno di quei colleghi nel 1952: «Tutta vizio e sole, croste e luce: un popolo invasato dalla gioia di vivere, dall’esibizionismo e dalla sensualità contagiosa, che riempie le periferie. Sono perduto qui in mezzo».

Pasolini aveva iniziato a perdersi a Roma il 28 gennaio del 1950, quando vi giunse insieme alla mamma, Susanna. Con lei andò a vivere dapprima a piazza Costaguti, vicino al Portico d’Ottavia, poi nel quartiere di Rebibbia, stabilendosi successivamente a Monteverde, in via Fonteiana, da dove, nel 1959, si spostò in via Carini, nel palazzo in cui risiedeva la famiglia Bertolucci. Dal 1963 all’anno della morte abiterà un appartamento all’Eur, in via Eufrate. Nei suoi venticinque anni romani, Pasolini gira in lungo e in largo una città che va di giorno in giorno sempre più complicandosi in una modernità da lui tragicamente percepita come una catastrofe antropologica generata dal nuovo potere consumistico. Frequenta i salotti letterari del centro e i polverosi campetti da calcio delle periferie, le librerie e le bettole, gli ombreggiati quartieri bene e le borgate sferzate dal sole che batte sui tetti dei palazzi in costruzione: da Trastevere a Pietralata, dal Mandrione al Pigneto, da Torpignattara a Testaccio, dal Quadraro al Trullo, da San Lorenzo al Portuense, da piazza del Popolo al Pincio, passando per la Tiburtina, la Tuscolana, la Prenestina. In questi luoghi prendono vita le storie, le persone e i giudizi che informano le sue poesie, i suoi saggi, i suoi romanzi e i suoi film.

Ci sono alcune splendide foto in questa mostra in cui lo sguardo di Pasolini, spesso nascosto dietro gli occhiali scuri, punta altrove. Consapevole forse, o forse no, d’essere l’oggetto principale dell’interesse di chi gli sta intorno, non rivolge il suo viso spigoloso — «dai tratti somatici incisi», per dirla con Attilio Bertolucci — verso i volti degli amici nell’attimo ghermito dalla macchina, ma pare completamente solo, “perduto là in mezzo”, con il cuore altrove. Certo, è magari l’impressione emotiva di chi osserva l’immagine, una di quelle sensazioni dettate da un piccolo particolare presente in certe foto, quello che Roland Barthes definiva “punctum”, ossia un dono, un «supplemento di vista» che «smuove dentro lo spettatore una grande benevolenza, quasi un intenerimento», e che — prodigio della fotografia — potrebbe suggerire, come una didascalia, i versi del poeta raffigurato: «Ché qualcos’altro, ancora, brucia il cuore: / fuoco, anche questo, di cui io, vile, / non vorrei parlare: / come di un dolore / troppo interiore e misero, per dire / l’interiore e misera grandezza / che pure ha in sé ogni nostro dolore» (La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961).

di Paolo Mattei

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20 agosto 2019

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