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Lo sguardo della fanciulla

· ​La ricca decorazione dell’ipogeo di via Dino Compagni a Roma ·

Le più recenti acquisizioni dovute a un sistematico intervento di restauro, promosso dalla Pontificia Commissione di archeologia sacra, che sta interessando gradualmente l’intero patrimonio pittorico delle catacombe cristiane d’Italia, hanno proposto agli storici dell’arte tardoantica una galleria di ritratti sfuggiti, sinora, a coloro che controllano l’evoluzione delle strutture fisionomiche dei personaggi, che animano questi singolari “affreschi nel buio”, sia per quanto riguarda le scene più o meno complesse, sia per quanto attiene le personificazioni o le figure di genere, sia per quello che va propriamente riferito alla concezione classica del ritratto, collegata alla personalità dei defunti e, poi, dei martiri, dei santi, degli apostoli, del Cristo.

Durante i primi secoli del cristianesimo le fisionomie dei diversi personaggi non sono state caratterizzate, in quanto si privilegiavano schemi sintetici, che badavano più alle azioni che all’ambientazione e ai dettagli delle singole figure, compresi quelli delle tipologie dei volti.

Particolare  del ritratto della fanciulla (IV secolo)

L’alienazione della componente ritrattistica delle prime manifestazioni pittoriche delle catacombe è ben comprensibile, in quanto i segnali cristiani, che si inseriscono nei contesti della tradizione, sono rappresentati da rievocazioni bibliche estremamente contratte, dove i personaggi che le animano propongono tipi fisionomici poco giudicabili e classificabili, senza contare che questi vengono ripetuti meccanicamente, assurgendo a un livello asintomatico e neutrale, nel senso che nessun segno interno ai volti infonde carattere, espressione o tipologia particolare.

Tra il II e il III secolo, nel repertorio pittorico catacombale, ma anche nella produzione scultorea dei sarcofagi, vengono proposti volti vuoti, sfuggenti e certamente non caratterizzati. Solo negli anni centrali del III secolo spuntano i primi ritratti dei defunti cristiani, come nel caso dell’orante raffigurata nel cubicolo della Velata nelle catacombe di Priscilla.

La donna, qui rappresentata in tre scene, come sposa, come madre e, appunto, come defunta orante, mostra l’acconciatura, il viso ispirato e le peculiarità della ritrattistica delle dame di corte del tempo di Gallieno (218-268 dell’era cristiana).

Ma per comprendere il momento maturo della produzione pittorica delle catacombe, occorre penetrare, come è chiaro, nell’ipogeo di via Dino Compagni, scoperto nel 1955 dal padre Antonio Ferrua.

Qui la presenza simultanea di figurazioni pagane e scene cristiane è dovuta alla conversione travagliata, disegnata da una committenza speciale che, in pieno IV secolo, ruota attorno all’entourage aristocratico, ovvero attorno a quello strato sociale alto, che si identifica con gli “ultimi pagani”. Una committenza, dunque, in parte ancorata alla tradizione religiosa e alla cultura classica, in parte già aderente al cristianesimo o, forse, alle varie facce del cristianesimo del tempo, privilegiando ora il pensiero giudaico, ora quello giudeo-cristiano, ora quello propriamente cristiano. Spuntano una ieratica immagine della Tellus e l’inossidabile immagine di Ercole, rievocato come attore delle fatiche, ma anche come protagonista della tragica e commovente storia di Admeto e Alcesti.

Tra queste eccezioni, quello che rappresenta meglio il tempo maturo della tolleranza, ovvero il tempo dei Costantinidi, ma anche la stazione delicata della conversione degli ultimi pagani, a cui si faceva cenno, è quello della giovane fanciulla, rappresentata in busto, entro un clipeo al centro del sottarco dell’arcosolio di fondo dell’ipogeo.

L’immagine è incastonata in una densa trama di festoni floreali di colore rosso vivo, popolati di amorini e volatili, tra la scena neotestamentaria della moltiplicazione dei pani e quella veterotestamentaria dei tre fanciulli ebrei nella fornace, mentre, nella lunetta di fondo, due piccole vittorie sono inserite in un geometrico giardino pensile che, al centro, lascia spazio per una nicchia che accoglie un pavone che fa la ruota, sotto a una nicchia conchigliata, tra due amorini che recano festoni di fiori.

 Posiamo l’attenzione sul singolare ritratto della fanciulla, che propone il volto di chi, con malinconia, voglia salutare il visitatore del piccolo complesso sotterraneo. Tale sensazione o, forse, tanta suggestione dipendono dalla tipologia del ritratto, tanto tenero della piccola donna, vestita da una semplice tunica intima clavata (con linee verticali rosse), dal volto triangolare, quasi sfuggente, dagli occhi molto grandi, dallo sguardo diagonale e attonito, come timoroso, dall’acconciatura che, pur accennando alla pettinatura “a melone”, di gran moda presso le dame della tarda antichità, vuole solo sottolineare la giovane età della donna, che raccoglie semplicemente i capelli, senza proporre un’acconciatura troppo complessa.

Tutte queste particolarità ci aiutano a calare la dolce imago clipeata nella piena tarda antichità e, in particolare, nel cuore del segmento cronologico entro cui si colloca l’ipogeo, ovvero in quel tempo che dai Costantinidi giunge a Teodosio.

La particolare attenzione che si dedica, da parte della committenza, a questa fanciulla, il cui ritratto è circondato dal segno enfatico del clipeo, collegato, in quanto elemento circolare o ellittico, allo spazio cosmico o al disco solare, è anche indicata dal potenziamento del nimbo azzurro che tanta fortuna ebbe nella tarda antichità, tanto da divenire il segno distintivo delle immagini sante, degli apostoli, dei martiri, ma anche del Cristo e della Vergine sino alla civiltà bizantina.

Tutto il progetto decorativo dell’arcosolio e la realizzazione di questo prezioso ritratto, ora recuperato da un recente restauro, ci propongono il ricordo di una persona molto amata dal gruppo che faceva capo al sepolcro. Per questo il suo volto propone uno sguardo d’epoca, malinconico, languido, colmo di pàthos, che vuole fotografare una fanciulla rapita nel fiore della gioventù e rimpianta, attraverso uno dei ritratti più espressivi e intimi della tarda antichità.

di Fabrizio Bisconti

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01 maggio 2017

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