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Lo scontro che non c'è mai stato

· Torna il rapporto tra l'impero romano e quello cinese ·

È arrivata a Roma — alla Curia del Foro Romano — dopo la tappa al Palazzo Reale di Milano la grande mostra dedicata all'impero romano e a quello cinese («I due imperi» fino al 9 gennaio) e costituisce un'indubbia occasione per indulgere a confronti, anche se puramente estetici, tra pezzi di grande suggestione come alcune statue dei guerrieri sepolti nel mausoleo di Qin Shi Huangdi (210 prima dell'era cristiana), scoperte nel 1974, e le pitture pompeiane.

L'accostamento non implica però interazione. Certo, colpisce il sincronismo tra la nascita dell'impero cinese grazie alle dinastie Qin e Han alla fine del III secolo e la seconda guerra punica, quando Roma sconfigge Cartagine e si afferma come la potenza egemone del Mediterraneo, oppure la coincidenza tra il periodo dei tre regni (220-265 dell'era cristiana) e la divisione dell'impero romano nel cosiddetto periodo dell'anarchia militare in tre parti, Gallie, Italia, Africa e Illirico, Oriente (con l'Egitto) tra il 260 e il 274, ma bisogna rassegnarsi all'esistenza parallela e alla mancanza di contatti tra i due più grandi e longevi imperi della storia.

Da parte cinese fu ricevuta nell'anno 166 una spedizione di mercanti romani (con ogni probabilità egizi): dopo che, in seguito alla scoperta dei monsoni ancora nel ii secolo prima dell'era cristiana, era divenuto abbastanza regolare l'attraversamento dell'oceano Indiano, questi mercanti si spinsero sino al Chersoneso d'oro (la Malesia) e poi nel golfo del Tonchino fino alla Cina meridionale, dove furono accolti e dissero di venire a nome dell'imperatore An-tun (Marc'Aurelio); carovanieri cinesi esportavano seta direttamente fino alla città di Edessa in Osroene (oggi la turca Urfa) sin dalla fine del ii secolo e grazie a loro gradualmente la cultura geopolitica cinese si formò l'immagine di un mondo diviso in quattro imperi, quello cinese, quello kušana (tra Afghanistan e Pakistan), quello iranico e infine quello romano, i cui imperatori erano visti come i successori di Alessandro e la cui capitale era collocata appunto a Edessa (d'altra parte ci fu tra ii e III secolo una dinastia, quella dei Severi, di parziale origine siriaca).

Da parte romana si sapeva dell'esistenza dei Seres, il popolo della seta; quest'ultima era molto apprezzata, anche se di incerta origine, forse vegetale, forse animale grazie a un particolare insetto (così Pausania nel ii secolo); i Seres erano miti, ma non ospitali, di alta statura, dai capelli rossi e dagli occhi azzurri (così Plinio il vecchio nel i secolo), il che rinvia forse a popolazioni di origine circassica nell'Asia centrale; si sapeva anche che, prima o poi, si sarebbe dovuto affrontarli e sottometterli, giacché gli dei avevano dato a Roma un imperium sine fine , senza limiti né spaziali, né temporali ed era un preciso dovere dei romani estendere il proprio controllo su tutto il mondo abitato, ma l'occasione, come è noto, non ci fu. Soldati romani a contatto coi cinesi furono solo i superstiti della sconfitta di Carre contro i Parti nel 53 prima dell'era cristiana, relegati in una guarnigione all'estremo confine orientale del regno partico (odierno Afghanistan).

Fino a poco tempo fa era invalsa l'opinione di identificare gli Xiongnu con gli Unni: questa popolazione seminomade collocata nelle steppe asiatiche avrebbe cercato in un primo tempo di invadere il Celeste impero dal nord, ma ne sarebbe stata respinta verso la fine del i secolo, poi, nei suoi secolari spostamenti, sarebbe giunta nella pianura ucraina e da qui avrebbe costituito quel regno unno che con Rua (420 circa - 434) e con Attila (434-453) sarebbe stato il principale interlocutore e la principale minaccia per l'impero romano.

Sarebbe interessante confermare che romani e cinesi, l'impero dell'ovest e quello dell'est, ebbero in tempi diversi un comune nemico situato nel mondo primitivo, caotico e disordinato, che li divideva e impediva loro di incontrarsi, ma anche tale identificazione è stata messa seriamente in dubbio dagli studi più recenti.

Data l'assenza di contatti e quindi l'impossibilità di una dialettica reciproca, che senso ha proporre un confronto tra i due imperi, come ormai è frequente anche a livello accademico (si veda il volume Rome and China , Oxford, 2009, coordinato da Walter Scheidel dell'università di Stanford)?

Pur con tutte le riserve sulle formule generalizzanti, di cui da storici è bene diffidare, credo che un senso si possa trovare a partire dal pensiero storico delle due culture. È noto che la storiografia cinese, fondata da Ssuma-Ch'ien nel ii secolo prima dell'era cristiana, si configura come una storiografia dell'essere, che tende a confermare l'immutabilità dei valori al di sotto dell'effimero avvicendarsi degli eventi; una riflessione sul divenire storico fu introdotta in Cina solo con la storiografia gesuitica, e quindi occidentale, nel corso del XVIII secolo; al contrario, la storiografia greco-romana è fondamentalmente una storiografia del cambiamento, privilegia le guerre e le rivoluzioni in quanto fenomeni di accelerazione della storia: contemporaneo di Ssuma-Ch'ien è Polibio, il grande esegeta di quei cinquantatré anni, in cui il mondo cambiò radicalmente grazie alla conquista romana del Mediterraneo.

Una mentalità storica del divenire si confronta dunque con una mentalità storica dell'essere; anche sul piano politico un impero in movimento e in espansione si confronta con un impero, che non esce da un pur ampio spazio geografico suo proprio; l'esigenza cristiana di affermare la dualità tra dimensione profana e dimensione spirituale genera all'interno del tardo impero romano la dottrina gelasiana dei due poteri, che ancora la Cina postimperiale e repubblicana fatica ad ammettere; dall'unica Pechino i cinesi contemplano ora un impero occidentale, dove la capitale spirituale (Roma) non coincide con quella politico-militare (Washington); se volessimo spingere l'analogia ancora più in là, potremmo addirittura pensare che esista un quid intermedio tra i due imperi, l'islamismo, che li minaccia entrambi, come un tempo i popoli seminomadi dell'Asia centrale.

Resta una novità, non so quanto piacevole o spiacevole: grazie ai moderni mezzi di comunicazione il mondo si è rimpicciolito e l'incontro-scontro tra i due imperi, irrealizzabile nell'antichità, è oggi un dato di fatto: per questo il confronto tra Roma e la Cina esercita un fascino di irresistibile attualità.

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10 dicembre 2019

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