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Lo sconcerto e il coraggio

· Una testimonianza sulla morte di monsignor Romero ·

«In nome di Dio, perciò, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!». Non so se queste parole furono la sua sentenza di morte, poiché immagino che la pianificazione professionale di un assassinio richieda del tempo.

Ma di fatto hanno portato al culmine quel processo dell’espressione della verità e della denuncia delle atrocità che oggettivamente ha portato monsignor Romero al martirio. Personalmente rimasi emozionato per le sue parole, e preoccupato. Lo scrive Jon Sobrino aggiungendo che il 24 marzo, quando era già sera, suonò il telefono di casa mia. Chiedevano un prete. Io ero l’unico presente in quel momento e andai a rispondere. A parlare era una religiosa dell’hospitalito: le sue erano grida incontrollate, quasi isteriche. «Hanno sparato a monsignor Romero. Sta sanguinando». Tanta era la sua concitazione che non potei capire nient’altro. Tantomeno se monsignor Romero fosse vivo o morto. Uscii subito di casa e corsi all’ufficio del provinciale César Jerez, circa cinquanta metri più avanti. Gli raccontai della chiamata e accendemmo la radio. Dopo pochi minuti diedero la notizia: «Monsignor Romero è morto». Padre Jerez e io restammo in silenzio per diverso tempo. Poi andai all’Uca e non dimenticherò mai la scena. Una ventina di persone, tutte di carattere notevole, abituate a ricevere attacchi e ad ascoltare cattive notizie, erano là in piedi, col volto costernato e abbattuto. E in silenzio. Davvero monsignor Romero era morto. (Dopo qualche giorno venni a sapere che io ero stato il primo sacerdote a ricevere la notizia. Le religiose dell’hospitalito avevano chiamato monsignor Ricardo Urioste, ma non l’avevano trovato. Poi avevano chiamato la nostra casa. Lo dico tra parentesi, però fu una piccola consolazione personale: le religiose che vivevano con lui ci consideravano vicini a lui).

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09 dicembre 2018

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