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Lo sciame della solidarietà

· Tra le offerte di aiuto quella di un centro per anziani dell’Aquila e di un gruppo di rifugiati afghani ·

«Abbiamo sentito che L’Aquila veniva colpita di nuovo. Ci è sembrato di avvertire la stessa scossa del 2009». Poche, semplici parole usa il presidente di un centro per anziani del Comune dell’Aquila per spiegare la scelta di aprire le porte della struttura a persone più avanti nell’età colpite dal terribile terremoto di mercoledì notte. Il capoluogo d’Abruzzo rivive il dramma di sette anni fa con l’angoscia nel cuore, ma con tanta voglia di restituire la solidarietà ricevuta allora, che nessuno può dimenticare.

Vigili del fuoco al lavoro  tra le macerie ad Arquata (Ansa)

Venanzio Gizzi è il presidente del Centro servizi anziani (Csa) aquilano intitolato al cardinale Corradino Bafile. Racconta all’Osservatore Romano che dopo le 3.36 di mercoledì scorso si è ritrovato con tutti gli operatori e tante persone accorse per strada. Tutti un po’ increduli, perché «la scossa sembrava la stessa di quella distruttiva di pochi anni prima ma danni non ce n’erano». Gizzi in qualche modo cerca di spiegarselo: «Forse è stata diversa la profondità di diffusione o la reazione degli edifici». In definitiva, dopo tanta paura, «ci si è resi conto presto che le case in periferia, costruite dopo il sisma, avevano tutte retto e che tutti gli anziani ospiti del centro non avevano problemi, salvo il bisogno di un po’ di incoraggiamento». Ma Gizzi racconta che nessuno è riuscito ad andare a dormire e che, con il passare dei minuti, man mano che ci si rendeva conto che il dramma questa volta era al di fuori dell’Abruzzo, tra Lazio e Marche, in tanti hanno preso la macchina e si sono diretti verso le zone colpite, ricordando i volti di chi arrivava a portare un qualche aiuto nella notte di quel 6 aprile 2009 che ha cancellato il centro storico dell’Aquila. «Chi ha ricevuto aiuto, ora non può stare fermo», dice Gizzi.

E, nel 2009, l’aiuto per il Csa dell’Aquila è stato molto concreto. L’edificio era crollato e 50 anziani sopravvissuti sono stati accolti nell’ospedale privato di San Camillo a Sora, nel Lazio. Sono stati lì fino all’inizio del 2015, quando il centro ha riaperto all’Aquila. La struttura, che poggia su 15.000 metri quadri di terreno, conta oggi 80 stanze. Trenta saranno messe a disposizione «degli anziani terremotati, non importa da dove provengano, tra Amatrice o Accumoli, o tra Arquata e Pescara del Tronto». Si tratta di stanze che erano state appena predisposte per quello che in termini medici si chiama il servizio di «ospedale di comunità», cioè un’accoglienza per chi dal punto di vista sanitario potrebbe essere curato a casa ma logisticamente non riesce. Tutto era pronto per valutare alcuni casi, ma ora, afferma Gizzi, tutti concordano sulla priorità di accogliere alcuni dei tanti anziani sfollati, dopo il crollo delle proprie case.

La disponibilità è stata espressa ed ora, riferisce Gizzi, al centro ci si appresta a preparare le stanze, certi che qualcuno accoglierà l’offerta. Il Centro è dotato anche di una palestra, una piscina, un teatro e una cappella. Proprio oggi avrebbe dovuto essere inaugurata l’area del parcheggio, l’ultima ad essere allestita, ma «il festeggiamento non ci sarà» dice Gizzi. Tutto è rimandato «a quando tornerà un po’ di normalità».

Il caso dell’Aquila non è isolato. C’è ancora chi promette prefabbricati dal Friuli ricordando la tragedia del 1976. E, senza il tono accorato di chi ancora rivede davanti a sé le scene di distruzione, sono in tanti, da diverse regioni, a chiamare la protezione civile o i comuni per offrire un tetto. Ci sono le iniziative di singoli, come quella di due albergatori di Rimini che hanno offerto alcune delle loro stanze o di un altro che si è offerto da Salerno. E ci sono anche iniziative di categoria, come quella dell’associazione Turismo verde, che fa capo alla Confederazione italiana agricoltori: nelle prossime ore pubblicherà la lista degli agriturismi pronti ad aprire la porta.

Ci sono anche tante storie di aiuto e impegno che restano nell’ombra. Come quella di sette giovani rifugiati afghani che fanno parte di un progetto di assistenza del sistema Protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) ad Amatrice. Sono rimasti illesi ma hanno rifiutato il trasferimento in altre strutture di accoglienza e si sono impegnati, con gli altri soccorritori, in particolare per cercare due mediatrici culturali che li hanno assistiti e che ancora risultano disperse.

di Fausta Speranza

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