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Lo scandalo è servito

Londra, Trafalgar Square: è il 2005 quando una statua di quindici tonnellate, un unico blocco di marmo bianco di Pietrasanta, quasi quattro metri di altezza, si fa largo tra le fontane e i piccioni dell’ammiraglio Nelson. E se è dal 1998 che questo spazio della piazza accoglie a rotazione un’opera di arte contemporanea, questa volta lo scandalo è servito. Perché la statua Alison Lapper Pregnant dell’artista inglese Marc Quinn ritrae una donna particolarmente disturbante: la modella nuda e incinta di otto mesi e mezzo, infatti, è focomelica. A turbare non è la gravidanza mostrata in tutta la sua esplosione, e forse nemmeno la disabilità in sé (l’ammiraglio lì vicino, saldo sulla sua colonna, manca di un braccio) quanto la visione di una grave disabilità fisica che orgogliosamente si fa madre.

Se Quinn da anni turba il pubblico con la sua arte (nel 1991 presentò una scultura della sua testa fatta con il suo stesso sangue congelato), c’è del dolo anche da parte di Alison Lapper, modella senza braccia e con gambe cortissime evidentemente non autosufficienti che ha trascorso ore e ore immobile, potendo solo bere, ricoperta di vaselina e spalmata di gesso. La giovane donna infatti è anch’ella un’artista che ha scelto di esprimere se stessa e la propria poetica in forme chiare, moderne e non convenzionali.

È il 1965 quando a Burton upon Trent, nello Staffordshire, nasce la «bambina con le pinne»: ha le sembianze di una vittima del Talidomide, ma in realtà la neonata Alison ha la focomelia, una grave malformazione congenita che impedisce agli arti di svilupparsi normalmente. Rifiutata dai genitori (negli anni i tentativi di riavvicinamento finiranno tutti male), cresce — tra maltrattamenti vari — in istituti per persone con disabilità che abbandona appena può, trasferendosi appena diciottenne a Londra. Qui, con grande determinazione, riesce a vivere mantenendosi da sola.

Si sposa, ma poco dopo — reagendo alle sevizie del marito normodotato — chiede e ottiene il divorzio. È forte la fanciulla che trova il coraggio di affrontare umiliazioni e ostacoli nell’arte. Non si accontenta dell’indubbio talento che ha, ma studia: prima si diploma a 19 anni alla Heatherley School of Art, poi ventiseienne si laurea all’università di Brighton.

La corsa di Alison è inarrestabile: rifiutati arti artificiali con cui si sente veramente disabile, lavora con la bocca — adolescente viene invitata a far parte della associazione Mouth and Foot Painting Artists, di cui è a tutt’oggi membro molto attivo. E così negli anni Lapper espone nelle gallerie inglesi e non solo, in personali o mostre collettive; insegna arte alle persone con disabilità; rilascia interviste e scrive (nel 2005 va in stampa la sua autobiografia dal titolo My Life in My Hands). In ogni caso, fa parlare di sé.

Nel 1999, quando ormai, dopo numerosi aborti spontanei, non sperava più in un figlio, rimane incinta, single e con disabilità: «La sentenza era emessa — ha raccontato Lapper nei giorni di Trafalgar — non avrei dovuto diventare madre. E allora, se mi devo mostrare, che sia nuda, incinta e orgogliosa». Per dubbi, timori e paure (in pubblico almeno) non c’è spazio. La gravidanza procede, il parto anche.

Sfidando il cinque per cento di probabilità di ereditare dalla madre la sua malformazione, Parys — al centro, con altri venticinque bambini del nuovo millennio, del progetto Child of Our Time della Bbc — ne ha ereditato invece i profondi occhi celesti. Un’altra statua di Quinn, Alison Lapper and Parys (2000), li immortala frontalmente: il figlio, nella sua esplosione di infanzia, siede tondo e paffuto in grembo alla madre che ora ha il volto sereno. Con un sorriso accennato, placido e fiero.

L’arte di Alison Lapper — che lavora con disciplina nel suo studio fino alle 17 — è poliedrica. Si articola in fotografie, installazioni, pitture e immagini digitali: non solo i colori sono vivi e lampeggianti, ma perfino le alternanze di bianco e di nero comunicano colore, forza e vita. Se la sua musa è la Venere di Milo — nel cui connubio tra bellezza e assenza, asimmetria e perfezione la donna Lapper si rispecchia come un’eco — l’artista Lapper indaga la realtà partendo da se stessa, e dal modo in cui il mondo la percepisce. In un gioco continuo tra normalità e deformità, tra determinazione e ironia, Alison (che sia il soggetto della foto o lo sguardo della pittura) è il centro, mai scontato e mai ridondante, delle sue opere.

Passando per Trafalgar Square era impossibile non vedere la statua di Lapper per i due anni in cui rimase trionfante al centro di Londra. Oggi è impossibile non vedere come quel soggetto artistico continui a sprigionare energia quando si fa lei stessa produttrice di arte. La figura classica è lei; sono il suo corpo (ora nudo, ora profanamente agghindato) e la sua galleria di opere.

di Giulia Galeotti

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19 settembre 2018

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