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Lo scandalo dell'allattamento

ll ricordo dell’antica chiesa di Santa Maria in Campitelli a Roma è legato alla toponomastica e alla storia del rione omonimo di Campitelli, poi dal 1900 a quello di Sant’Angelo, corrispondente alla IX e X regione augustea tra il teatro di Marcello e il portico di Ottavia. 

Fin dal II secolo prima dell’era cristiana questo territorio fu segnato dalla presenza di templi e portici di grande rilievo le cui tracce sono ancora oggi visibili. Studi topografici attestano la primitiva chiesa di Campitelli sui resti del tempio di Giove Statore edificato dall’architetto greco Hermodoros di Salamina. L’Huelsen (1927) insieme ad altri studiosi riferisce che la chiesa fu edificata nella contrada “de Campitiello” nell’XI secolo. Essa è menzionata per la prima volta nel Liber censuum di Cencio Savelli Camerario, compilato nel 1192 sotto il pontificato di Lucio III. Dalla fonte risulta che i presbiteri della chiesa partecipavano alla “festa degli archi e dei turiboli” durante le festività pasquali. Onorio III ne restaurò le vestigia e la consacrò il 5 aprile del 1217.

Nel 1527 durante il sacco di Roma la chiesa fu oggetto di un singolare sacrilegio. Furono estratte delle ostie dal tabernacolo e calpestate. In riparazione al gesto sacrilego per diversi secoli si pose attenzione al culto del Santissimo sacramento e si sviluppò la tradizione delle Quarant’ore alla quale intervenivano i pontefici.
Paolo V con una bolla del 15 gennaio 1618 unì la rettoria di Campitelli alla congregazione dei chierici regolari della Madre di Dio fondati nel 1574 a Lucca da san Giovanni Leonardi. Questi e i suoi primi compagni avevano già ricevuto da Clemente viii nel 1601 l’antico tempio di Santa Maria in Portico sulle rive del Tevere. Appena i chierici di Leonardi presero possesso della fatiscente chiesa e abitazione di Campitelli la demolirono per edificarne una nuova con l’annesso convento e collegio di teologia.
Fu il cardinale vicario Garcia Mellini che pose la prima pietra il 10 maggio 1619 e la nuova costruzione «per la povertà dei padri», come afferma lo storico Erra, fu completata nel 1648. Conformi alle descrizioni delle fonti sono i disegni delle piante e sezioni conservati nel codice Chigi della Biblioteca vaticana. Il nuovo edificio ebbe vita breve.
Dopo che la città di Roma scampò il pericolo della peste nel 1656, Alessandro VII volle che l’antica icona di santa Maria in Portico, venerata nel luogo dove apparve nel vi secolo alla nobile santa Galla e al Papa Giovanni I, fosse trasportata nella vicina chiesa di Campitelli e qui iniziare la fabbrica del nuovo tempio votivo dedicato a colei che aveva liberato la città di Roma dal terribile contagio.
Nel 1658 il senato di Roma e i chierici di Leonardi presentarono alcune proposte al Pontefice che, non soddisfatto della sistemazione e adattamento del precedente edificio, incaricò nel 1660 l’architetto Carlo Rainaldi di progettare ed eseguire una nuova fabbrica. Con documento autografo del 31 agosto 1661 Alessandro vii ordinò l’unione delle due case religiose dei chierici della madre di Dio: quella di Santa Maria in Portico e quella di Santa Maria in Campitelli. La traslazione dell’icona di Santa Maria in Portico e la sua sistemazione nell’abside della nuova chiesa, avvenne il 14 gennaio 1662. Inoltre, il Pontefice decretò che «la detta chiesa di santa Maria in Campitelli, si denomini da indi in poi santa Maria in Portico in Campitelli».
Dell’antico edificio oggi rimangono pochissime tracce, tuttavia testimonianze significative. Una parte del muro perimetrale appartenuto alla casa natale della beata Ludovica Albertoni (1474-1533) è inglobato nella prima cappella di sinistra (cappella Altieri). L’affresco della Madonna che allatta il Bambino (XVI secolo), situato nella terza cappella di sinistra fatta edificare dal cardinale Raimondo Capizucchi nel 1685 e dedicata all’apostolo Paolo. Erra riferisce che l’affresco mariano durante la demolizione dell’antica chiesa di Campitelli fu lasciato intatto. Il popolo cominciò a onorare l’immagine con lampade, ceri e tavolette votive. I padri, «per impedire qualche sconcerto», innalzarono una parete dinanzi all’effigie. Ma il popolo eliminato il tramezzo continuò e accrebbe la devozione verso la pia immagine mariana.
Constatata la devozione popolare il cardinale Raimondo Capizucchi fece sistemare l’affresco nella cappella dove oggi si trova. È comprensibile lo «sconcerto» di cui riferisce Erra. Il concilio di Trento con il decreto De invocatione, veneratione, et reliquiis sanctorum et sacris imaginibus definì la posizione della Chiesa riguardo alle iconografie devozionali. Tra gli scopi di questo decreto vi era il voler evitare immagini di natura sensuale o sconvenienti, che si riteneva potessero fuorviare il fedele e distoglierlo dalla preghiera. Fu demandato ai vescovi il compito di valutare le varie rappresentazioni e di decidere se queste dovessero essere ritoccate, oppure rimosse.
Mentre l’iconografia della Madonna del Latte decadeva, per contro la venerazione popolare delle antiche immagini continuò legata al desiderio di maternità. Un altro affresco della Vergine lactans dipinto su muro e posto sulla facciata della primitiva chiesa di Campitelli, afferma Ferraironi (1883-1963), era stato incoronato dal capitolo vaticano il 2 luglio 1651, tuttavia andò in frantumi quando si tentò di rimuoverlo per dar luogo alla costruzione della chiesa attuale. Di essa oggi è conservata una copia su tela nel convento di Campitelli.
L’immagine della Virgo lactans orientò la spiritualità del servo di Dio Cosimo Berlinsani (1619-1694), sacerdote professo dell’ordine della Madre di Dio e parroco di Campitelli, e della serva di Dio Anna Moroni (1613-1675) che il 2 luglio 1672 fondarono la congregazione delle suore Oblate del Bambino Gesù. Uno degli scritti di padre Cosimo fu appunto La nutrice spirituale di Gesù Bambino, un testo di teologia affettiva e di prassi devozionale nei confronti della divina infanzia che certamente ebbe impulso dalla contemplazione di questa immagine mariana.

di Davide Carbonaro

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21 maggio 2019

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