Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Lo chef e il gatto Apollo

· Tradotto per la prima volta in inglese un racconto di Steinbeck scritto in francese ·

Un inedito e una primizia. Non ci sono le consuete tematiche — ingiustizia, pregiudizi sociali, migrazioni travagliate — nel racconto breve di John Steinbeck intitolato Les Puces sympathiques («Le amabili pulci») che il trimestrale letterario statunitense «Strand Magazine» pubblicherà per la prima volta in inglese. Scritto in francese, il gustoso racconto poggia su una trama leggera e stravagante, dunque conforme a un registro narrativo che risulta essere completamente nuovo rispetto alla dimensione che caratterizza la produzione del premio Nobel per la letteratura (1962). Il testo uscì il 31 luglio 1954 in Francia, dove lo scrittore visse negli anni Cinquanta: in quel periodo firmò diciassette storie brevi per «Le Figaro». La trama ruota intorno al rapporto, bizzarro e frizzante, fra uno chef e un gatto. Monsieur Amité, proprietario di un locale a Parigi, vuole che la sua attività arrivi a ottenere una seconda stella Michelin. È così disperato che quando l’ispettore visita la cucina e gli nega l’agognata promozione, dà un violento calcio al suo fidato gatto, Apollo. Tra i due seguirà una rottura: per riconquistare la fiducia e l’amicizia con l’animale, lo chef preparerà un piatto che sarà la summa delle sue capacità culinarie. Del resto è proprio Apollo a essere considerato dallo chef il degustatore per eccellenza, il più affidabile: non c’è pietanza che non gli venga sottoposta prima di essere servita a tavola. L’assenso del felino è sicura garanzia di successo: la sua bocciatura, inappellabile, significa che quel piatto verrà gettato nella spazzatura. E a quel piatto, che Amité ha confezionato per ristabilire con Apollo il felice rapporto di un tempo, sarà impossibile resistere.

Andrew Gulli, direttore di «Strand Magazine», ha trovato il racconto tra gli scaffali del Ransom Centre della University of Texas di Austin. «C’è qualcosa di universale in questo racconto, ci sono conflitti e tensioni che ci accomunano tutti quanti» sottolinea Gulli.

«Strand Magazine» non è nuovo a questo tipo di operazioni editoriali: in passato ha infatti pubblicato pezzi rari di firme altrettanto illustri, da Francis Scott Fitzgerald a Ernest Hemingway. Nel caso di Steinbeck, la traduzione in inglese del racconto svolge il compito di sradicare lo stereotipo che fossilizza l’autore in un contesto solo americano. «Nell’immaginario collettivo — spiega il direttore del trimestrale — è incisa la concezione secondo cui Steinbeck, che ha raggiungo la fama imperitura con The Grapes of Wrath (“Furore”), sia un autore che si esaurisce nei confini americani, e che non li superi». È dunque doveroso far presente al pubblico dei lettori che Steinbeck è uno scrittore “internazionale”. Mentre Hemingway poteva raccontare e vantare esperienze di guerra a Parigi, Steinbeck, durante la seconda guerra mondiale, lavorò a Londra, in Italia e in Africa come corrispondete per il «New York Herald Tribune». A Parigi arrivò nel 1946, dopo la fine del conflitto. E fu allora che lo scrittore vagliò l’ipotesi di intraprendere un registro narrativo più leggero e scanzonato, ma non per questo meno incisivo nel penetrare e illuminare le tensioni, spesso aspre, che percorrono la società e le sue complesse dinamiche. In questa nuova temperie abbondano, più che nella produzione passata, simboli e allegorie, dirette — in questo riecheggiando Esopo — a dare una lucida lettura della realtà con una veste morbida e aggraziata. «La sofferenza umana, così centrale nella narrativa di Steinbeck — afferma, citata dal «New York Times», Susan Shillinglaw, professoressa di inglese alla San Jose State University, in California — ha un posto ben preciso, e viene affrontata in tutte le sue sfaccettature, anche nelle “commedie” che lo scrittore compose». Intendendo per “commedie” appunto quei racconti che il futuro premio Nobel redasse a Parigi impostando il registro narrativo secondo il detto oraziano Castigat ridendo mores. All’epoca, non appena i racconti videro la luce, l’accoglienza della critica e del pubblico fu tiepida, essendo i lettori abituati a una dimensione letteraria più impegnata. Ma col tempo il favore crebbe e, lungo le vie di Parigi, sempre più forte risuonò il plauso per quelle sorprendenti “commedie”.

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE