Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Lo charme
di Gesù

· Una qualità superiore la cui essenza resta imperscrutabile ·

Pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione al volume Il rovescio del Vangelo (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2019, pagine 101, euro 9,50).

Il filosofo Vladimir Jankélévitch

C’è qualcosa d’impalpabile e leggero che a volte ci incanta; qualcosa d’invisibile, di duttile e mobile che pure sa attrarci a sé con forza; qualcosa di sottile che si può solo presagire o indovinare; qualcosa che, quando manca, ci lascia in uno stato di curiosa inquietudine; qualcosa di decisivo e che tuttavia pare non si possa dire. Non è afferrabile come un oggetto, ma fa parte del lato atmosferico, imprendibile della realtà. Proprio a questo guardava Vladimir Jankélévitch quando parlava di un non-so-che o un quasi niente, di una qualità altra, superiore, che pure irrompe nell’attimo come un’occasione, ma la cui essenza resta imperscrutabile. Questo “altrove”, che pure irrompe come immediato, è lo charme.

Esso irradia, seguendo le leggi dell’attrazione estetica e non della gnosi, dell’intuizione sensibile e non della riflessione. Qualcosa di esterno prende l’iniziativa, ci viene incontro e attira, desta in noi un sentimento di riverenza, provoca l’urgenza di un riconoscimento. Être sous le charm dice la lingua francese. Subire il fascino è dunque in un primo momento esperienza di passività. Avvertiamo subito di ritrovarci di fronte a una donna o a un uomo charmant, anche se questi resta a lungo posato. Può tacere per ore e riempire di sé uno spazio immenso. Egli non ha nulla dell’affettazione dello charmeur, di chi pretende sedurre a dispetto dell’altrui indipendenza. Al contrario, l’impulso che deriva da un’allure affascinante sembra promettere una maggiore libertà. In lui pare ci venga incontro il modo di diventare migliori.

Il fascino autentico è certo semplice, ma non è un dono naturale. Esso è frutto di un intero atteggiamento morale, di uno stile preciso fatto di conoscenza e noncuranza di sé. Un esempio efficace di questa dialettica sottile fra charme e stile, fra irradiazione e suo movente, ci è dato nell’esperienza artistica. Nulla di più lontano dalla realtà sarebbe credere che un’opera d’arte sia il risultato esclusivo di una fulminea intuizione. Anche il grande artista procede infatti per tentativi, per abbozzi e pazienti interrogazioni della materia. Anche i grandi hanno dovuto iniziare non insistendo su di sé. Hanno esordito ricopiando modelli precedenti, disegnato secondo tecniche note, suonando pezzi altrui. E proprio mediante questo esercizio, ognuno ha imparato a riconoscere la propria voce, a forgiare il proprio singolare stile. Più l’artista si è confrontato con la tradizione e più si è cimentato con la resistenza della materia, più ha assistito all’emergere del proprio impulso interiore, della propria unicità, ha imparato a inseguire una forma che ancora non era, ma che egli fin dal principio avvertiva come un dover-essere. Lo charme di Giotto, di Dante, di Michelangelo o Bach si deve dunque a qualcosa di simile, a un lungo, avventuroso ed esigente tirocinio. Si tratta, in definitiva, di un ritmo di accrescimento reciproco fra patrimonio e originalità, fra tirocinio e genio, fra predisposizione e realizzazione, fra materia e forma, fra stile ed emergere del proprio autentico charme.

La nostra esperienza di vita potrebbe averci già insegnato quanto veritiera sia questa formula per ogni autentica realizzazione di sé. Non deve dunque sorprendere se anche il fascino di Gesù si deve a qualcosa di simile, a uno stile forgiato con l’esercizio. La sua maniera di vivere non fu affatto un meteorite d’un tratto precipitato sulla terra. Nel grande silenzio degli anni di Nazaret anche il Figlio ha dovuto apprendere il mistero della sua singolarità. Stagioni di tirocinio nella bottega paterna, anni di noviziato accanto alla madre. Anch’egli, nato senza peccato, ha imparato a obbedire alla vita, a riconoscere il suo singolare affiatamento col Padre; ha dovuto guadagnarsi un animo sovrano, allenarsi all’arte di una fraseologia scaltra e schietta, apprendere quello slancio virile che sa correre incontro all’oblio di sé. Questo charme del Rabbì di Nazaret filtra da ogni pagina dei vangeli. Se già noi, lontani e mai appagati lettori, ne subiamo la fascinazione, quanto più̀ reale fu essa per i suoi contemporanei. V’è nel suo stile un non-so-che di inaccerchiabile: ha il coraggio di dire «io» senza essere dogmatico e, spesso, la sapienza di tacere senza essere banale; è vulnerabile e fiero insieme, fino a momenti di forte polemica; è divino, ma non sacrale, prossimo a ciascuno e remoto da ognuno, capace di intervenire e soprassedere, di rivendicare un riconoscimento e di lasciarsi misconoscere, di ospitare perfino l’impuro, l’ostile e lo straniero.

La sua solitudine non è isolamento: volentieri rivolge domande e si intrattiene in banchetti, violando anche le regole del giudaismo; il suo animo celibe non è insensibile: si commuove e ammette carezze di donna; sa far miracoli e può risuscitare i morti: ma non sa le moine del sensazionalismo; la sua purezza non è sdegnosa: giustifica l’adultera perché ha molto amato; la sua sapienza non è sofisticata: è il buon senso a porgergli parabole che vadano in Cielo; la sua mitezza non è irresoluta: è virile e tenace nello scacciare i mercanti dal Tempio; la sua ubbidienza non è abdicazione: è signorile e liberale nel suo essere servo; è povero, non ha sasso dove riposare, ma conosce la magnanimità e lo sperpero del gran signore e così si compiace del nardo preziosissimo versato o dei pani moltiplicati in avanzo, delle giare di buon vino traboccanti fino all’orlo o del pugno allargato che fa piovere semi ovunque, del padrone che rimborsa largamente a chi lavora un’ora sola o del pranzo imbandito per il ritorno del figlio in pericolo.

In queste dialettiche straordinarie per la loro attendibilità riconosciamo la quintessenza dello stile di Gesù. I vangeli attestano che un tale mistero non si lascia né inventare né dimostrare, ma solo incontrare e narrare a modo proprio. Infatti ciascuno dei quattro evangelisti, pur riferendo gli stessi eventi della vita di Gesù, pur annunciando l’unico kerygma, lo fa con uno stile proprio, unico. Eppure ci sarebbe un elemento stilistico che accomuna le narrazioni di Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Essi ci trasmettono il modo di rivolgersi agli altri di Gesù con l’ausilio di pochi verbi, essenziali. Ci parlano dei suoi sentimenti con pochi sostantivi, elementari. In quelle pagine Gesù incede signorile ed emerge nella sua letizia e mestizia, nella sua socievolezza e solitudine: si adira, piange, ha paura, spera, ama, implora, eppure non è mai sentimentale o patetico. Non mi pare si sia prestata molta attenzione al fatto che gli evangelisti lasciano intorno a questi vocaboli un ampio spazio vuoto, come se non sapessero andare oltre l’espressione minimale. Non si tratta però di un partito preso. Bisognerà aspettare infatti il romanzo — figlio della modernità e dell’acuirsi dell’attenzione sul soggetto — perché l’universo emotivo riceva in scrittura la debita attenzione. Sarebbe dunque anacronistico pretendere dai vangeli ciò che essi non possono dare.

Questo «spazio libero» attorno al protagonista evangelico ha però favorito nel corso del tempo le più disparate letture, ciascuna intenta a riempire quel vuoto con le proprie ragioni: dalle narrazioni apocrife alle interpretazioni gnostiche, da quelle dialettiche a quelle liberali, da quelle semitiche a quelle psicanalitiche, dalle atee alle devote, dalle politiche alle mistiche. E ogni volta le narrazioni evangeliche ben si prestano a essere altrimenti interpretate, ora grazie ai vuoti narrativi che li caratterizzano, ora grazie all’assenza di una psicologia in senso moderno volta a delineare quale sia stato lo sviluppo storico della coscienza gesuanica. Gli stessi titoli cristologici, epiteti pregni di significato con i quali viene enunciata l’identità di Gesù (Profeta, Messia, Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Signore), presentano un’intenzione squisitamente biblico-teologica.

L’assenza di una psicologia elaborata vale, a ben guardare, anche per gli altri personaggi che ruotano attorno al Cristo. Eppure è sorprendente come, nonostante le poche pennellate, anche queste figure secondarie diano prova di una propria personalità dal carattere inconfondibile. Ci è detto che i discepoli, ma anche le donne e gli uomini che hanno incontrato Gesù sulla loro strada, hanno conosciuto la gioia, lo stupore, l’amore, la paura, lo sgomento; che hanno sperimentato il lutto, l’autocontraddizione e tutti i colori emotivi della tavolozza umana. Eppure gli autori evangelici non si attardano sulle ragioni retrostanti a una loro preferenza o passione. Lo stesso vale per le figure che popolano le parabole: sperimentano la gioia per il tesoro o il figlio ritrovato, la paura per la severità del padrone dei talenti, la compunzione del pubblicano al tempio, la rigidità incurante verso il povero Lazzaro; ma come essi siano arrivati ad assumere il loro rispettivo atteggiamento è materia che esula dalle possibilità e dall’interesse degli autori. Si lumeggia appena, infatti, l’alone emotivo di un miracolato, dei discepoli o del popolo davanti al Rabbì, ma subito si passa oltre. Mai la voce narrante si attarda a decifrare i movimenti interiori premessi a un gesto — quale ad esempio il tradimento di Giuda. Ed è forse anche per questo che l’aura del Nazareno — quella patina di luce che ovunque lo accompagna — resterà intramontabile in quelle pagine, sempre toccante e intoccabile, pregna e inafferrabile, presente a ciascuno e remota da ognuno. Il suo parlare e agire restano lì, apparizione di un’imprevista vicinanza, che pure si fa percepire come assenza dolorosa: e per questo ci rimandano d’un colpo a una lontananza, nel mistero; sebbene ciò che esse evocano ci appaia quanto mai nostro. È forse per questo che l’annuncio cristiano continuerà a fare affidamento sul valore dello stile e dello charme. Perché la bellezza che pulsa al cuore del mistero pasquale non trascina l’uomo d’un tratto, non scatena consensi entusiasti, ma si insinua lentamente, quasi inavvertitamente, adagio attrae il cuore e lo persuade.

di Gianluca De Candia

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE