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Aperte e chiuse

· Il significato antico delle porte sante ·

Mentre le “porte sante” di tutto il mondo si stanno per aprire, in occasione del giubileo della misericordia, sembra interessante risalire al significato antico di questo gesto solenne e denso di vie interpretative. La rappresentazione isolata e contestuale della porta e il ciclo figurativo, più o meno complesso, dell’introitus, si muovono parallelamente nella civiltà figurativa del Mediterraneo, dirigendo la gamma dei significati verso l’orbita funeraria, mostrando una spiccata simpatia per l’accezione oltremondana, indicando sempre e sistematicamente una declinazione religiosa, sacra, “altra” rispetto al vocabolario specificamente umano del linguaggio iconografico delle genti e delle culture antiche. 

Tomba dei Caronti, particolare della camera funeraria (Necropoli di Monterozzi, Tarquinia, 250-275 prima dell’era cristiana)

Eppure, se scrutiamo, nelle pieghe significative meno evidenti, i due manifesti figurativi, non è difficile scorgervi esplicite e autentiche oppositae qualitates, specialmente se guardiamo alle espressioni “classiche” delle due rappresentazioni, ovvero alla porta chiusa, bloccata, serrata, intesa, cioè, come barriera, come accesso negato, insomma come una porta fittizia, virtuale e all’introitus, come dinamico avvento, ora subitaneo capovolgimento di condizione e di situazione, ora più lento e solenne, come un trionfo, come un liturgico gesto di infrazione, di rottura di un margine, di superamento audace di un perimetro di rispetto.
Se allunghiamo lo sguardo verso la genesi iconografica egiziana e orientale della cifra della porta o dell’immagine dell’introitus, laddove si allude ai varchi più o meno agili nell’area del sacro, del divino, della residenza e degli spazi di elevatissimo rango, eccezionali, riservati, diversi dal mondo ordinario e piuttosto attinenti al cosmo sacro che alla condizione umana. Se proiettiamo, cioè, il nostro campo di osservazione nel largo orizzonte ellenistico, ecco che la primitiva immagine della falsa porta si connota subito nella duplice valenza, che invita ora al mondo dell’oltretomba, ora — più semplicemente e in maniera meno impegnativa — al vero e proprio sepolcro, intendendo, con questo le stele, le arche monumentali, i mausolei e considerandone la diffusione in tutto il Mediterraneo, come testimoniano, ad esempio, alcune tombe etrusche tarquiniesi, dove la porta chiusa vuole, a un tempo, alludere alla inviolabilità del sepolcro, ma anche all’unica via per accedere all’oltretomba, oscillando tra i concetti augurali della speranza e della beatitudine.
Con questo bagaglio semantico, l’immagine della porta entra nel repertorio iconografico della plastica funeraria romana, sin dal ii secolo dell’era cristiana, sia nei sarcofagi a colonne di ascendenza asiatica, sia nei sarcofagi architettonici, che meglio alludono alla forma e al concetto della domus aeternalis, recuperando i mausolei ellenistici, solidi e inattaccabili, ma accessibili attraverso la porta dischiusa.
Le solenni scene di adventus imperiale interessano tutta la civiltà romana e approdano nell’arte della tarda antichità, per giungere al momento teodosiano, quando l’Apocalisse viene commentata sistematicamente da Ticonio e la Gerusalemme celeste del piccolo libro di Giovanni inizia a colloquiare con la Civitas Dei concepita, già in quegli anni, da Agostino. È il tempo in cui, a Roma, vengono creati i sarcofagi a porte di città, un gruppo di arche marmoree molto sofisticate o riservate a committenti danarosi, che lasciano trascrivere la storia della salvezza dinanzi a una cittadella fortificata, eppure caratterizzata da innumerevoli porte, per spiegare come quella città eccezionale sia, a un tempo, sicura ma raggiungibile da ogni fedele.
Intanto, il motivo della porta socchiusa, oramai cifra palese della resurrezione, entrerà nell’immaginario cristiano che, rappresentando il santo sepolcro, specialmente nella produzione eburnea, a partire dal v secolo, vorrà alludere al Chairete. Così nel rilevo del British Museum, si respira ancora l’attesa della resurrezione, se la porta del sepolcro socchiusa lascia scorgere il sarcofago vuoto, mentre le Marie assumono l’atteggiamento classico del lutto, annunciando una situazione provvisoria che prepara i viventi alla resurrezione del Cristo. L’attesa si risolve nell’avorio milanese Trivulzio, che illustra l’episodio del Chairete in associazione alla porta dischiusa e istoriata, mentre sull’avorio di Monaco tre fotogrammi sfalsati fissano rispettivamente il messaggio dell’angelo alle tre Marie, l’ascensione e la custodia del sepolcro.
Anche in queste estreme scene della tarda antichità, così prossime alla stagione bizantina, ma ancora coinvolte nell’immaginario del passato, la porta dischiusa sembra sfuggire alla meccanica dei racconti evangelici e pare esemplare quell’assunto escatologico che attraversa tutta la stagione figurativa paleocristiana, così come si svolge nei secoli della tarda antichità, nel senso che — anche qui e ancora — si recupera il concetto di introitus, di introductio, di accesso a un mondo “altro” che, per i cristiani, è rappresentato prima da una condizione marginale, di sede edenica di attesa e poi di resurrezione finale, di risoluzione, di frattura di quella barriera, che aveva tenuto i defunti in un mondo separato e provvisorio.

di Fabrizio Bisconti

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22 settembre 2018

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