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L'Italia di tutti

· ​Per una nuova politica dei beni comuni ·

Ci sono cose al mondo rispetto alle quali non vale anzitutto la domanda: “di chi sono?”. Vale piuttosto la domanda: “a chi o a che scopo servono?”. Queste cose sono, per l’appunto, i beni comuni. Parliamo di aria, acqua, istruzione, salute, strade, beni culturali e simili. Tutte cose semplici, basilari. E indispensabili alla costruzione collettiva e sperabilmente condivisa di un tèlos, uno scopo, per la nostra vita di esseri umani. La buona gestione dei beni comuni, al plurale, definisce in misura quasi diretta la conseguibilità del bene comune, al singolare. Qualsiasi significato si dia, democraticamente, a questo “bene” nelle diverse epoche e società umane. Il libro di Johnny Dotti e Andrea Rapaccini L’Italia di Tutti. Per una Nuova Politica dei Beni Comuni (Milano, Vita e Pensiero, 2019, pagine 158, euro 14) è una densa e documentatissima mappa del dibattito attuale in materia. E si impegna, con dovizia di proposte concrete, a uscire dal piano del semplice appello per calarsi su quello delle nozioni giuridiche e delle best practices gestionali.

I due autori, consulente strategico l’uno e imprenditore sociale l’altro, hanno, per loro stessa ammissione, due personalità intellettuali e professionali diversissime. E, per i fini di questo libro, decisamente complementari. Il volume di Dotti e Rapaccini è diviso in due parti fondamentali. Una prima parte che mette a fuoco il problema teorico, calandolo nella realtà del mondo d’oggi. E una seconda parte che illustra con esempi concreti le possibili opzioni di gestione delle varie tipologie di beni comuni, tra loro assai disparate.
L’evoluzione del mondo neoliberista ha irrigidito alcune opposizioni fondamentali: quella tra stato e mercato, quella tra individuo e collettività, quella tra pubblico e privato. In queste divisioni le nostre società, e spesso le nostre vite individuali sono rimaste intrappolate.
Il concetto stesso di beni comuni serve appunto a smarcarsi da queste dicotomie.
Il mondo del “dopo Grande Crisi” ha finalmente iniziato a mettere in discussione alcuni dogmi: quello della crescita economica a tutti i costi, quello del profitto a tutti i costi, quello della proprietà privata come soluzione a tutte le vere o presunte inefficienze pubbliche.
La domanda che ci pongono gli autori è dunque: “esiste una via economica e sociale alternativa alla speculazione finanziaria e alla tecnocrazia che stanno prosciugando i rapporti tra le persone e inaridendo la dimensione spirituale dell’uomo”?
La via indicata come praticabile dagli autori individua il ruolo di almeno tre fattori propulsivi indispensabili: cittadini di nuovo attivi e organizzati in corpi intermedi vitali, attori economici finalmente responsabili e pubbliche amministrazioni locali e nazionali consapevoli e capaci di “arbitrare” efficacemente questi processi di innovazione. Chi vive nell’Italia di oggi comprende subito che queste sono premesse difficili. Ma anche non impossibili.
Il ruolo dei cittadini è quello di motori, garanti e guardiani dei processi di gestione virtuosa dei beni comuni. Il ruolo dei player economici è quello di mettere a disposizione di capitale “paziente”, dunque non speculativo, e capacità di pianificazione. Il ruolo delle amministrazioni pubbliche è quello di facilitare il dialogo delle diverse istanze e fornire un quadro giuridico e operativo sensato e efficiente che consenta la messa in pratica delle innovazioni possibili.
Un’altra caratteristica portante del volume è quello di non essere semplicemente un libro “contro”. Un’altra utopia più o meno radicale su un mondo giusto, ecologico e armonioso. Non si tratta insomma di un “Manifesto del Bene-comunismo”.
Gli autori, pur dotati di profondo senso critico e di quello che definiscono “spirito contestatario”, rimandano al filosofo Raimòn Panikkarper ricordarci che “essere alternativi al sistema non significa escluderlo (visto che ne facciamo parte), ma pensare e creare altro che ad esso si affianchi senza negarlo ma al tempo stesso lo cambi radicalmente”.
L’innovazione di Dotti e Rapaccini sta nel delineare una soluzione al problema dei beni comuni che è essenzialmente cooperativa e non solo “rivoluzionaria”. O, forse, è davvero rivoluzionaria perché è essenzialmente cooperativa. In due parole: dal disastro ambientale, economico e sociale si esce assieme. O non se ne esce.
Venendo agli strumenti concreti, un primo elemento di grande interesse è che i due autori individuano nell’impresa lo strumento possibile dell’interesse generale.
La forma impresa in altre parole ha in sé la duttilità per smarcarsi dal fine esclusivo del perseguimento del profitto a vantaggio dei soli azionisti, e mettersi al servizio della collettività.
La nuova legislazione italiana sull’impresa sociale fornisce un esempio tra gli altri di come si possano immaginare modalità e fini di impresa (pur economica e sostenibile) non limitati all’estrazione di valore dal mercato.
Un secondo elemento importante è la grande pluralità di forme che l’impresa può assumere per realizzare queste promesse di servizio al bene comune: imprese for profit con un obiettivo sociale (come, in Italia, le cosiddette società benefit), imprese ibride“pubblico-privato” con finalità sociali, il business sociale vero e proprio (le già citate imprese sociali), il nuovo mutualismo di comunità e le varie forme di aggregazione etichettate come economia civile. A dimostrazione che possibili modalità di azione già esistono e aspettano solo di essere attivate dalla volontà dei cittadini.
Le scuse, in altre parole, ormai stanno a zero.
Dotti e Rapaccini iniziano a questo punto una lunga narrazione che si snoda tra capitale naturale (aria, acqua), beni culturali e paesaggistici, trasporti e infrastrutture, scuola, welfare e sanità, edilizia e urbanistica e ci raccontano tutte le forme che, in Italia, in Europa e nel mondo, hanno preso le iniziative virtuose. Un lungo e ricco catalogo della speranza.
Che si chiude con una importante chiamata all’azione anche per il settore pubblico e per la politica. Senza il loro intervento di garanzia e facilitazione, infatti, il cerchio dei beni comuni non può chiudersi.
Il messaggio di lucida speranza che questo libro ci manda è che ormai gli strumenti intellettuali, giuridici e operativi per tutelare, gestire e valorizzare i beni comuni esistono. Il bene comune è, o forse è sempre stato, praticabile.
Con Dotti e Rapaccini ci troviamo d’accordo nel dire che a questo punto “serve una sorta di convocazione culturale collettiva che coinvolga pubblico, privato e privato sociale e che individui una via politica nuova, inedita per amministrare i beni comuni per il bene comune. È il tempo giusto per farlo. Se non ora, quando?”.

di Fabrizio D'Angelo

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19 ottobre 2019

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