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L’isola del non arrivo

· Lampedusa protagonista dell’ultimo libro di Marco Aime ·

«Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. “Adamo dove sei?”, “Dov’è tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”, chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere (…). Chi ha pianto oggi nel mondo?».

Era l’8 luglio 2013 quando papa Francesco pronunciava queste parole a Lampedusa, meta di uno storico e sorprendente viaggio compiuto a meno di quattro mesi dall’elezione al soglio pontificio.

Isola sperduta nel Mediterraneo, scelta da Bergoglio in quanto periferia capace di accogliere le periferie più disperate del mondo; assente dalle cartine del meteo in televisione e a lungo dimenticata dall’Italia (di fatto fino al 1986, quando Gheddafi le lanciò contro due missili); lunga appena sei chilometri, geograficamente più vicina all’Africa che all’Europa, divenuta da pochi anni avamposto dell’Occidente, Lampedusa è la protagonista del libro di Marco Aime, L’isola del non arrivo (Milano, Bollati Boringhieri, 2018, pagine 154, euro 15), un collage di dati, memorie, voci, ricordi e colori che è insieme un saggio storico, un reportage sul campo e un racconto corale.

Per capire il presente di questa terra, la storia innanzitutto. «A Lampedusa si vive la memoria — scrive Aime — la si vive ogni volta che qualcuno si affaccia alle sue sponde spigolose e taglienti. È una storia di arrivi, anche chi vive qui, chi è lampedusano, è arrivato da fuori». Fino al 1843, infatti, l’isola era proprietà privata dei principi Tomasi, antenati dell’autore de Il Gattopardo, che però non avevano la capacità di controllarla a causa della distanza dalla Sicilia. Trattarono la vendita con gli inglesi, che ne avevano intuito la posizione strategica commerciale, ma il re di Napoli si oppose e decise di acquistarla per farne una colonia agricola del suo regno. Dalla Sicilia e da Pantelleria arrivarono quindi un centinaio di persone: è così che è nata l’attuale comunità di Lampedusa.

«Qui tutti vengono da fuori. Anche i figli di chi ci abita. Nessuno nasce qui. Non c’è il reparto di maternità sull’isola e poiché negli ultimi mesi di gravidanza non si può salire su un aereo, le giovani donne lampedusane devono trasferirsi in Sicilia in attesa del parto». Qualcuno in realtà a Lampedusa ci nasce, precisa subito dopo Aime: sono i bambini delle donne venute da lontano, dal mare, molto spesso incinte per gli stupri subiti dai carcerieri.

E se anche il dialetto lampedusano è meticcio, persino i santi qui sono stranieri: si venera san Calogero, che era tunisino, e san Gerlando, che veniva da Besançon.

Nonostante sia terra ricca di storia e d’intrecci, da qualche anno però Lampedusa è semplicemente diventata l’isola degli sbarchi. Dove sbarco non è un termine neutro: evoca subito il nemico perché le parole che gli sono associate sono Normandia, Anzio, i garibaldini... Eppure, in realtà, a Lampedusa «la gente arriva, approda, naufraga, non sbarca. E peraltro da alcuni anni nemmeno questo: la maggior parte delle imbarcazioni vengono intercettate in alto mare dalla Guardia costiera e i loro occupanti portati direttamente in Sicilia, ma ormai, lo scenario è stato costruito e nell’immaginario mediatico Lampedusa è sinonimo di sbarco».

È stata la retorica ad aver trasformato uno scoglio prima ignorato in una sorta di avamposto della difesa nazionale ed europea. «Hanno costruito un muro in mezzo al mare», e se i dati ci dicono che gli arrivi per mare sono in fondo pochi, ormai lo spettacolo è stato creato. Decostruilo sembra impossibile perché «l’immagine creata dai media è più forte di ogni ragionamento».

Nella storia recente dell’isola il vero spartiacque è stato il 3 ottobre 2013 quando, a poche centinaia di metri dalla spiaggia, un barcone si rovesciò lasciando in mare 368 morti accertati (155 i sopravvissuti), quasi tutti eritrei. 368: uno ogni 16 abitanti. Quel giorno è diventato un punto fisso nella memoria dell’isola: basta evocarlo, non serve aggiungere l’anno. Dire 3 ottobre è diventato come dire Natale, Pasqua, Capodanno, fa parte del calendario locale. E dell’esperienza di ognuno. «Da lì allunghi la mano e tocchi la terra! È possibile che più di 300 persone muoiano a due passi dalla riva?» si chiede un pescatore che era presente quel giorno. «Quando è così grande, così vicina, la morte diventa reale, ha dei volti, dei nomi. E se magari i nomi sono andati perduti, tu però sai che i visi di quei cadaveri un nome ce l’hanno. Non sono più semplici numeri da sommare, da pronunciare con enfasi nei telegiornali o, peggio, nei talk-show. Non sono più immagini televisive. Sono memorie spezzate, dolore vero, provato, vissuto anche da chi è sopravvissuto».

Per scrivere il suo reportage di bordo, Aime ha trascorso tre anni a Lampedusa osservando, interrogando, dialogando per cercare di capire. Il risultato — soprattutto grazie alla voce di coloro che sull’isola ci abitano (pescatori, giovani, famiglie, operatori, religiosi, amministratori, medici) — è il ritratto di una comunità che da oltre due decenni sta dimostrando di essere più propensa ad accogliere che a respingere. È infatti scandagliando la vita ordinaria dei lampedusani, è osservando i gesti che si ripetono ogni giorno davanti al mare e in mare che Aime individua i meccanismi che muovono questa comunità.

Perché qui c’è qualcosa che cambia tutto. Se in mare ti ritrovi davanti uomini, donne e bambini che stanno per affogare, non riesci a girarti dall’altra parte. Le testimonianze raccolte da Aime su questo sono tutte concordi: «Prima di tutto io li salvo, poi a terra si vedrà». Se si guarda in faccia chi è sfuggito alla morte, le teorie e gli slogan non attecchiscono, la propaganda non trova spazio. «Essere razzisti a Lampedusa è più difficile che altrove, se vedi le persone che arrivano e vedi i loro sguardi, è difficile negare l’essere umani di queste persone».

L’isola del non arrivo non vuole essere però una lode incondizionata a questa terra. «Lampedusa non è il paradiso — scrive Aime — e a pensare i lampedusani tutti buoni si compie lo stesso peccato che si commette a giudicare tutti gli stranieri cattivi (…). Forse a Lampedusa non ci sono eroi. Ci sono molte persone per bene. Di questo avremmo tanto bisogno».

Non a caso è qui, a due passi da queste barche, da queste mani e da queste tombe che papa Francesco ha parlato di globalizzazione dell’indifferenza. Una preghiera al mondo, un grido per cercare di restituire umanità a chi arriva. E a chi “accoglie”.

di Silvia Gusmano

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24 agosto 2019

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