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L’isola che non c’è (più)

· Henderson Island, da atollo incontaminato a discarica ·

«La plastica ci sta avvelenando e il tempo a disposizione per cambiare regime si sta esaurendo»: è l’appello lanciato più volte dalla scrittrice canadese, una delle più celebrate dell’epoca attuale, Margaret Atwood, da anni in prima linea nella lotta in difesa dell’ambiente. Un appello che rimane inascoltato, come testimonia la drammatica realtà che segna Henderson Island, situata nel sud dell’oceano Pacifico: da atollo corallino incontaminato si è trasformato in una vera e propria discarica. Da tempo gli scienziati studiano, con particolare attenzione, questa isola — situata a tremila miglia dai maggiori centri abitati — perché negli ultimi anni è risultata essere quella con la più alta densità di detriti antropici registrati nel mondo, il 99,8 per cento dei quali è plastica.

L’atollo di Henderson Island nel sud  dell’oceano Pacifico trasformato in un’“isola” di plastica

Ad aggravare uno scenario già molto critico concorre un paradosso inquietante: l’isola è disabitata, eppure vi sono oltre diciotto tonnellate di plastica, prova eclatante della catastrofe determinata dall’inquinamento plastico marino proveniente — spiegano gli esperti — dal Sud America o causato dalle navi di passaggio. Secondo poi le coordinate di uno scenario più vasto, i rifiuti hanno cavalcato le onde degli oceani finché sono stati catturati dal cosiddetto “vortice subtropicale” del Sud Pacifico, una corrente circolare che, come un nastro trasportatore, li ha raccolti e poi depositati sulle rive dell’isola, al ritmo di circa 3.500 pezzo al giorno. Sulle spiagge dell’atollo, che nel 1988 è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, sono adesso disseminati trentotto milioni di mezzi di plastica, secondo le stime elaborate — riferisce «The Guardian» — dai ricercatori dell’Università della Tasmania e della Royal Society, organismo che si occupa della protezione degli uccelli nel Regno Unito. La maggior parte dei detriti, circa il 68 per cento, non sono neppure visibili: si calcola che ci siano circa settecento pezzi di spazzatura per ogni metro quadrato, sepolti dalla sabbia a circa venti, trenta centimetri di profondità. Da tempo il conservatore marino Johnny Briggs si prodiga nell’impegno di curare, per quanto possibile, la piaga dell’inquinamento che sta deturpando l’isola: a tal fine, organizza ciclicamente spedizioni di ricognizione e di pulizia. Per quanto generosa e meticolosa possa essere questo tipo di operazione, l’impresa di ripristinare l’originario splendore dell’isola si configura al momento quanto mai ardua, e destinata con ogni probabilità all’insuccesso, Dal canto suo, Jennifer Lavers (ricercatrice australiana presso l’Università della Tasmania ed esperta in materia di inquinamento plastico) anch’ella impegnata a promuovere la causa dell’isola, denuncia la mancanza di volontà, da parte delle istituzioni e delle autorità competenti, di realizzare strategie mirate al graduale, laborioso recupero dell’atollo. Citata dal «The Guardian» afferma: «Henderson Island dimostra che non c’è via di scampo all’inquinamento plastico nemmeno nelle parti più lontane dei nostri oceani. Quasi tutte le isole del mondo e quasi tutte le specie nell’oceano sono colpite, in un modo o nell’altro, dai nostri rifiuti». La ricercatrice ricorda poi, nel porre l’accento su una situazione ormai insostenibile, che a oggi nel mondo non esiste uccello marino che non si sia cibato di plastica almeno una volta.

Ci sono dunque elementi assai eloquenti e allarmanti per sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica su questo drammatico fenomeno, che lascia presagire un futuro sempre più tetro: quel futuro magistralmente architettato, nella prospettiva distopica, da Margaret Atwood, che in Oryx and Crake, The Year of the Flood e MaddAddam Trilogy tratta apertamente o in filigrana la questione ambientale, denunciando senza compromessi le scelleratezze dell’uomo e le nefaste conseguenze che esse infliggono alla natura. 

di Gabriele Nicolò

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22 settembre 2019

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