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L'isola che c'è

· Una baia per secoli punto di raccordo fra il Giappone e l’Europa ·

Il modello di imbarcazione portoghese che faceva spola tra il Vietnam, Macao e Nagasaki

Il 9 agosto 1945 gli Stati Uniti sganciavano un ordigno soprannominato fat man sulla città di Nagasaki. Sono passati settant’anni da allora ma ancora oggi chi viene a visitare la città all’estremo ovest del Giappone lo fa tenendo sempre in mente quel truce scenario. Eppure ad informare il turista che Nagasaki non offre solo il museo della bomba atomica c’è all’interno della stazione dei treni un enorme modello di un vascello portoghese, la famosa não. Una targa ricorda che questo faceva la spola tra Vietnam, Macao e appunto Nagasaki (a quel tempo punto nevralgico del commercio internazionale). Non solo ma a due passi dalla stazione c’è la ricostruzione di un’altra imbarcazione: si tratta della replica di una vecchia nave utilizzata dalla fine dell’Ottocento per posare i cavi telegrafici sotto l’oceano. Oggi il porto resta per lo più deserto durante il giorno, eccetto a ottobre durante il Nagasaki Kunchi, ovvero la tradizionale celebrazione per il raccolto autunnale che nel xvii secolo divenne un’alternativa alle processioni pasquali che avevano luogo in città prima di essere vietate da una legge anti-cristiana (1614). Ma se fossimo arrivati qui negli anni del telegrafo cosa avremmo visto? Una grande folla. Una moltitudine di lavoratori portuali che caricavano carbone, in tutta probabilità su navi da trasporto dell’esercito statunitense. Appena una nave gettava l’ancora qui infatti un ponteggio in legno veniva subito issato sul lato della nave a filo con il molo: da qui ragazze andavano formando una linea ininterrotta fino a una chiatta dove degli uomini si apprestavano a riempire secchi di carbone destinati all’interno della stiva delle grandi imbarcazioni: e tutto questo sotto gli occhi di turisti britannici e statunitensi. E l’immagine di questo incontro tra giapponesi e stranieri può addirittura risultare commovente se si pensa che solo pochi decenni prima la sola vicinanza fisica a un occidentale era qui severamente punita. Basta fare pochi passi dal porto per rendersene conto, visitando l’isola di Dejima, sulla baia di Nagasaki. Dal 1641 al 1845, fu il solo canale di scambi tra l’Europa e il Giappone e qui erano soliti venire una ventina di olandesi, della Compagnia olandese delle Indie Orientali. A nessun giapponese era permesso di entrare, né agli stranieri di uscire, eccetto durante la festività del Kunchi. Da qui sono passati il cioccolato, il caffè, il cavolo, la birra, i pomodori, e perfino il gioco del badmington e quello del biliardo. L’isola venne distrutta durante la modernizzazione del porto ma venne ricostruita negli anni Novanta al centro di Nagasaki.

E se sono molti gli olandesi che oggi arrivano sin qui per visitare la famosa enclave che per due secoli e mezzo ha simbolizzato per i giapponesi l’occidente, sono tantissime anche le scolaresche locali che attraversano i cancelli dell’isolotto artificiale. Questo perché Dejima è un luogo ben radicato nell’immaginario nipponico: in uno tra i più noti film d’animazione giapponese, Ghost in the Shell, il campo profughi dove numerosi rifugiati tentano di separarsi dal Giappone per formare una nazione indipendente viene proprio ribattezzato Dejima. Nel film vengono invitati i rifugiati di guerra provenienti da tutta l’Asia: in cambio dell’ospitalità ricevuta, si occuperanno di lavori manuali poco retribuiti a favore di aziende giapponesi. E chissà che non sia proprio questa la chiave giusta per interpretare la ragione ultima per cui a un piccolo gruppo di occidentali venne concesso per oltre due secoli di stabilire rapporti commerciali con il Sol Levante, per il resto assolutamente chiuso al mondo esterno.

di Cristian Martini Grimaldi

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22 settembre 2018

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