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L’Iraq attende l’alba del 2012

· Le sfide da affrontare dopo il ritiro statunitense ·

Dal 2012 l’Iraq camminerà con le sue gambe, senza sostegni esterni. Sarà un cammino agevole, oppure lastricato di difficoltà, considerando che le violenze dei miliziani ancora non sono state domate? L’interrogativo nasce all’indomani della conferma del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che i militari americani lasceranno il territorio iracheno entro la fine del 2011. I dubbi sulla reale capacità delle forze locali di far fronte a una situazione spinosa e incerta non sono pochi. Si teme infatti che dopo il ritiro della coalizione si possa registrare una recrudescenza di attentati e imboscate. Non a caso il generale Lloyd Austin, comandante delle forze americane in Iraq, vorrebbe che rimanessero a sua disposizione tra i quattordici e i diciottomila soldati. Attualmente sono 485 le basi e le strutture militari il cui controllo è stato ceduto dalle forze americane a quelle irachene, mentre solo altre venti rimangono per ora in mano ai soldati statunitensi. Nel fornire questi dati, Hakim Al Zamily, membro della commissione per la Difesa e la Sicurezza del Parlamento iracheno, ha tenuto a sottolineare che grazie a un paziente e capillare tirocinio, le forze locali hanno raggiunto una soddisfacente preparazione, tecnica e strategica, in funzione di una gestione indipendente del contesto iracheno. E in questi giorni le forze di sicurezza hanno lanciato «operazioni preventive» a Baghdad e nelle province di Salahudin, Diyala e Nassiriya, arrestando, o fermando per interrogatori, decine di ex esponenti del partito Baath, nel timore che, dopo la partenza degli americani, possano organizzare complotti contro il Governo del primo ministro Nouri Al Maliki.

Nel frattempo il vice primo ministro, Salih Al Mutlaq, ha proposto un’amnistia per coloro che hanno imbracciato le armi contro le forze americane durante i nove anni della loro presenza, ma con l’esclusione di coloro che «hanno puntato le armi contro i cittadini iracheni e ucciso gente innocente». Nello stesso tempo, Al Mutlaq ha posto l’accento sul fatto che all’indomani del disimpegno militare statunitense, l’Iraq avrà davanti grandi sfide: la prima è quella di garantire l’unità del Paese. Del resto le minacce all’Iraq non vengono solo dai guerriglieri. Come rilevano gli analisti, ancora non è stata raggiunta una vera coesione sul fronte interno: non di rado riemergono, con effetti destabilizzanti, le mai sopite rivalità fra le comunità sciita, sunnita e curda. Al riguardo, più volte Obama in passato ha invitato le diverse autorità irachene a un’unità di intenti, base fondamentale per ricostruire il tessuto politico e sociale del Paese.

Un’altra sfida è rappresentata dalla povertà: numerose famiglie, infatti, vivono nell’indigenza, soprattutto quelle che risiedono nelle zone remote. Una ricostruzione solida e credibile, evidenziano gli osservatori, non può prescindere dalla valutazione di questo tipo di realtà, che gli stessi miliziani, facendo leva sul malessere popolare, potrebbero sfruttare a loro vantaggio.

Dopo che Obama ha ribadito che entro il 2011 i militari americani lasceranno l’Iraq, il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha tenuto a precisare che gli Stati Uniti rimarranno «fortemente impegnati» a sostenere la democrazia irachena. Quindi il capo della diplomazia americana ha aggiunto che nessuno deve mettere in dubbio questo fatto, «in particolare l’Iran». In un’intervista alla Cnn, Clinton ha affermato che gli Stati Uniti hanno pagato «un prezzo davvero molto alto» per dare agli iracheni l’opportunità di dar vita a una «giovane democrazia». Dunque, ha sottolineato il segretario di Stato americano, «l’Iran commetterebbe un grave errore se non guardasse all’intera regione e alla nostra presenza in molti Paesi della regione».

E recentemente, a rendere ancor più complessa la situazione in Iraq vi è stata la recrudescenza delle violenze tra l’esercito turco e i separatisti curdi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Carri armati di Ankara sono penetrati nel nord dell’Iraq, a più riprese, per lanciare operazioni contro i guerriglieri che la settimana scorsa, in un assalto, hanno ucciso ventiquattro soldati turchi. Dopo l’attacco del Pkk, il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani — in un colloquio telefonico con il premier turco, Recep Tayyip Erdogan — ha sottolineato che gli attacchi dei separatisti curdi mirano a mettere in crisi «le relazioni fraterne» fra curdi e turchi. E intanto, come riportano fonti di stampa, il Pkk minaccia nuovi assalti. In Iraq, e nella regione, dunque, la tensione resta alta. E il futuro, anche quello immediato, ancora da definire.

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