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L’invitato del Papa

· Il romanzo di Vladimir Volkoff tra immaginazione e realtà ·

Nello sciame di fantasie papali che sono state scritte, spesso grossolane e fastidiose come calabroni, vale la pena segnalare, per la sua intelligenza e il suo amore per la Chiesa, L’Hôte du Pape (Paris, Éditions du Rocher, 2004, pagine 348, euro 20,30) che in questo centenario delle apparizioni di Fátima val bene una lettura. Pubblicata per la prima volta nel 2004, L’Hôte du Pape è una delle ultime opere del prolifico scrittore francese Vladimir Volkoff (1932-2005). Figlio di russi bianchi fuggiti dal bolscevismo, Volkoff è noto soprattutto per una manciata di romanzi di spionaggio, ambientati durante la cosiddetta Guerra fredda, nei quali denuncia le strategie di manipolazione e di disinformazione dell’Unione Sovietica e al tempo stesso delinea personaggi di grande complessità morale, che affrontano il problema del male e ottengono i benefici del perdono. Monarchico convinto e fedele ortodosso, Volkoff ha pubblicato anche biografie (come quella sul prozio Tchaikovsky) e saggi di argomento storico, religioso e politico (tra i quali va ricordato lo splendido Le complexe de Procuste, sull’ossessione ugualitaria); e si è concesso il diversivo di pubblicare una lunga serie di romanzi di facile lettura con lo pseudonimo di “Tenente x”.

Lo scrittoreVladimir Volkoff

In L’Hôte du Pape, Volkoff si propone di romanzare un tragico evento storico, la misteriosa morte dell’arcivescovo Nikodim, metropolita di Leningrado, il 5 settembre 1978, tra le braccia di Papa Giovanni Paolo I, a cui aveva chiesto un’udienza privata con la massima urgenza. Dopo la sua morte, lo stesso Giovanni Paolo I avrebbe detto, visibilmente emozionato: «Vi assicuro che nella mia vita non avevo mai ascoltato parole così belle sulla Chiesa cattolica come quelle da lui pronunciate, so che ha sofferto tanto per la Chiesa e ha lavorato moltissimo per l’unità dei cristiani, la sua morte è un segno profetico del nostro pontificato. Nikodim mi ha detto: “La storia del nostro popolo è sempre scritta con il sangue”. Ed io gli ho risposto: Però ora c’è una promessa solenne di Maria, la Madonna di Fátima, che ha detto: “Alla fine la Russia si convertirà e ci sarà la pace”. Lo ha detto anche a me suor Lucia a Coimbra. Non sappiamo quando giungerà la pace, ma la speranza è forte in tutti noi. Sarà Dio, solo Dio, a liberare i popoli della Russia e dei paesi dell’Est. È impossibile che tanto sangue, tanto dolore e tante sofferenze e preghiere non siano ascoltate. Lo sa Dio e lo sa anche la Vergine santissima che sessant’anni fa annunciò ai bambini di Fátima che la Russia sarebbe tornata a essere un popolo libero. Nikodim alla fine mi ha chiesto di benedire e di pregare per il popolo russo. Cosa che ho fatto con tutto il cuore e che continuerò a fare». Cominciarono subito a circolare voci secondo cui Nikodim poteva essere stato avvelenato dal kgb; e, dopo la sua morte, ci fu nella Chiesa ortodossa russa una violenta reazione anticattolica, che era senza dubbio ciò che i settori sovietici più immobilisti intendevano provocare.

Nel prologo del romanzo, Volkoff rivela il suo intento: il compito del romanziere «consiste nell’immaginare ciò che è probabile più che nello scoprire ciò che è sconosciuto». A tal fine crea un personaggio immaginario, l’arcivescovo Ilia Galkine, la cui biografia, il cui temperamento e la cui età non corrispondono a quelli di Nikodim; invece decide di presentare Giovanni Paolo I senza maschere né travestimenti, così com’è stato, in un ritratto pieno di ammirazione e delicatezza. Volkoff ritrae Luciani come un uomo raggiante di amore verso i poveri, che, all’epoca in cui è patriarca di Venezia, accoglie mendicanti, prostitute e vagabondi, mantenendoli con il denaro ottenuto dalla vendita della croce di pietre preziose e della catena d’oro (appartenenti a Pio XII) che gli aveva donato Giovanni XXIIIquando lo aveva nominato vescovo. Diffidando dei maneggi della banca e della sua influenza sulle sfere vaticane, Luciani non indugia a deplorare, citando Dante: «Ahimè, Costantino, quanto male ha causato non la tua conversione, ma quella donazione che da te ebbe il primo ricco papa». Sebbene ritenga di non essere fatto della «pasta dei papi», Luciani accetta l’elezione perché crede fermamente che, se il Signore gli ha imposto l’onere del papato, gli darà anche le forze per sopportarlo. E, benché il suo carattere bonaccione e semplice non assomigli assolutamente a quello di un rivoluzionario, vuole innanzitutto allontanare la Chiesa da quegli affari, affinché, «se Gesù Cristo tornerà sulla terra, possa riconoscerla».

Di fronte all’umile Luciani si erge la figura dell’arcivescovo Ilia Galkine, un uomo duro, con grandi doti da leader, cresciuto nella più ferrea disciplina comunista (sebbene battezzato in segreto dalla nonna), che si oppone eroicamente all’invasione tedesca e diventa presto il più giovane generale dell’Armata rossa. Ma le atrocità a cui ha assistito durante la guerra (e anche qualche atrocità che lui stesso ha commesso, intrappolato nella spirale di sangue), lo spingono a cercare, pentito, la pace in un monastero, dove entra come monaco laico, prima di accedere al sacerdozio. Inizierà presto a distinguersi per le sue doti e per i suoi abnegati servizi, al punto che il patriarca russo Alexis i gli propone di offrirsi al kgb come infiltrato, assumendo il ruolo di “agente doppio” a beneficio della Chiesa ortodossa. La richiesta angoscia Ilia; ma alla fine accetta, pensando che così potrà parare molti colpi del nemico, anche a costo della sua immolazione personale. E, di fatto, Ilia ottiene il rispetto di Yuri Andropov, direttore del kgb e massimo rappresentante del settore “liberale” del Partito Comunista, il cui sviluppo è visto con sfiducia dagli “aurochs” (tori), come venivano chiamati scherzosamente i nostalgici dello stalinismo. Nominato arcivescovo di Leningrado, Galkine avrà accesso a un rapporto del kgb su un giovane cattolico arrestato perché divulgava tra la popolazione le apparizioni della Madonna di Fátima. Galkine intercede per il giovane, s’interessa alle apparizioni e le esamina nei dettagli: scopre così che sono avvenute tra maggio e ottobre del 1917 (proprio quando la Russia stava affrontando il momento più tragico della sua storia); che l’angelo delle visioni ha invitato i pastorelli a comunicarsi sotto le due specie (come si è sempre fatto nel rito orientale) e a pregare per la comunione dei santi; e che, infine, la Vergine ha chiesto la partecipazione di “tutti i vescovi” alla consacrazione della Russia al suo cuore. Galkine sa bene che né la Chiesa cattolica né quella ortodossa hanno mai messo in dubbio la validità dei loro rispettivi episcopati; e capisce che sotto quella richiesta della Vergine ai suoi figli c’è un amorevole anelito di unità, lo stesso espresso da suo Figlio: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Giovanni, 17, 21).

Ovviamente tale unità è irta di difficoltà. Tra il clero ortodosso, la lista delle offese contro la Chiesa cattolica è diventata una cantilena mille volte ripetuta. Ma ad animare Galkine è il mandato agostiniano: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Crede che papa Luciani sia un uomo disponibile che saprà ascoltarlo, e chiede il permesso ad Andropov di recarsi a Roma, nascondendogli, è ovvio, il suo vero intento. Il settore immobilista si organizza subito per impedire quell’incontro; o quanto meno per assicurarsi che non porti a nulla di fecondo. A tal fine, i capi “aurochs” si mettono in contatto con una società segreta italiana, chiamata Alveolo i, formata da alti funzionari, generali, banchieri e imprenditori. Al suo vertice si trova il depravato magnate della stampa Innocento Innocenti, principe apocrifo e pervertito confesso. Soprannominato il “Marionettista”, perché sa come tirare i fili dell’opinione pubblica. Frivolo e assetato di piaceri aberranti, Innocenti è soprattutto un mostro di avarizia; e quando viene a sapere che Luciani è stato eletto nel conclave esclama: «Perché quegli imbecilli di cardinali hanno votato un uomo che non si presterà a nessun maneggio? È una leggerezza imperdonabile». Alveolo ha ramificazioni nella mafia e aspira al controllo delle finanze vaticane, con l’aiuto di alcuni elementi ecclesiastici corrotti; e il magnate Innocenti capisce subito che l’alleanza tra due uomini incorruttibili come Luciani e Galkine può avere conseguenze funeste. Perciò pattuisce con i sovietici l’assassinio dell’arcivescovo russo.

L’Hôte du Pape sviluppa, a partire da questi elementi, una gustosa trama piena di elementi inquietanti; e ci offre un succulento ritratto dell’immaginario Galkine, che non esita ad affrontare grandi sofferenze e ad addentrarsi fino alle porte stesse dell’inferno (o quanto meno della Lubianka) pur di portare a termine la sua missione. Ma, oltre a essere un inquietante romanzo di spionaggio, L’Hôte du Pape è anche un’opera profetica che interpella qualsiasi cristiano impegnato. Quando Youry, un agente del kgb che Galkine ha convertito alla sua causa, rimprovera al protagonista la sua benevolenza verso la Chiesa cattolica e gli ricorda la lista delle offese permesse da Roma, il protagonista rifletterà: «Dobbiamo continuare a mettere i puntini sulle i fino alla fine dei tempi? Essendo fratelli, non dovremmo perdonare? Però il vero segreto del mondo, Youry, non è perdonare, ma chiedere perdono. E se siamo stati perseguitati più di loro, e a volte addirittura da loro, dobbiamo chiedere perdono per questa tentazione in cui li abbiamo indotti». Quando il romanzo giungerà al punto culminante, nell’incontro tra Galkine e Giovanni Paolo I, Volkoff abbandonerà le strategie della suspense per mostrarci due uomini pieni di coraggio e di nobiltà, disposti a rinunciare a sospetti e inimicizie storiche, che espongono le loro divergenze con franchezza e si sforzano di curare le ferite. Entrambi sanno che cattolici e ortodossi hanno tradito Gesù, il quale ha chiesto ai suoi seguaci di farsi riconoscere per l’amore che provano gli uni per gli altri. E sanno che nulla e nessuno può porre rimedio a questo tradimento meglio della Donna che è diventata Madre del suo stesso Creatore: «Dio — afferma Galkine, con finissima teologia — non è un mero revisore che ritorna alla sua residenza una volta conclusa la sua ispezione sulla terra». Se Dio è il padre dell’uomo, attraverso Maria l’uomo diventa madre di Dio. La piccola ebrea Maria di Nazareth ha realmente allevato il buon Dio. Maria è la goccia più pura uscita dal torchio dell’umanità; e la distillazione di quella goccia nell’alambicco della storia umana ha dato Dio. L’umanità sta realmente allevando Dio ogni giorno (...). Io sono la madre di Dio, Santo Padre, e anche lei. Siamo infimi frammenti della madre di Dio. Alla qual cosa Luciani risponde con dolcezza: «Anche noi crediamo in ciò, anche se lo esprimiamo in modo diverso».

Non sveliamo qui l’ultimo bel dialogo tra Luciani e Galkine, quando già l’arcivescovo russo, dopo aver supplicato la consacrazione della Russia, capisce che è stato avvelenato e agonizza tra le braccia di Giovanni Paolo I. È un brano in cui l’interpretazione del terzo segreto di Fátima acquista una forza commovente ed ecumenica. Sveliamo invece le ultime parole di Galkine, pronunciate in un rantolo di morte, dopo che Giovanni Paolo I gli ha impartito l’assoluzione: «ie-di-na» («Lei è una»). Così sia.

di Juan Manuel de Prada

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20 agosto 2019

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