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L'invenzione del montaggio alternato

· ​Un secolo fa usciva "Nascita di una nazione" di David Wark Griffith ·

Cento anni fa usciva nelle sale statunitensi Nascita di una nazione (The Birth of a Nation), kolossal sulla guerra di secessione e sulla conseguente ricostruzione del Paese, diretto da quello che è considerato, con molte ragioni, il padre del cinema americano, David Wark Griffith. È la storia di due famiglie, esponenti delle opposte fazioni. Ma anche la cronaca della nascita del Ku Klux Klan, formatosi — nell’ottica del regista e di Thomas F. Dixon Jr., il politico e scrittore dal cui romanzo il film è tratto — per difendere la gente del Sud dall’arroganza dei nordisti e degli afroamericani liberati dalla schiavitù. Eppure, lacerazioni che si pensavano insanabili verranno superate anche grazie all’amore, che in questo caso unirà i figli delle due facoltose famiglie. Difficilmente un film che rappresenta il Ku Klux Klan come un’associazione salvifica ed eroica può essere esente dall’accusa di razzismo. E la caratterizzazione a dir poco grossolana, per non dire becera, di quasi tutti i personaggi afroamericani taglia la testa al toro su eventuali diatribe in merito. Anche cento anni fa, d’altronde, nonostante una prospettiva storica almeno in parte diversa, l’uscita della pellicola suscitò clamori e aspre polemiche.

Tuttavia ci sono elementi che smussano questo quadro un po’ inquietante. Innanzi tutto aspetti biografici. Il giovanissimo Griffith fu infatti testimone e in parte vittima dei fisiologici abusi che regolarmente si verificano negli anni successivi a una guerra da parte dei vincitori ai danni dei vinti. E questo ha sicuramente e comprensibilmente influenzato le sue opinioni. Inoltre il regista si è sempre sforzato, per la verità un po’ confusamente, di spiegare come non fosse affatto avverso al popolo africano quanto alla sua deportazione, secondo lui la vera fonte delle tragedie americane. E in effetti il film si apre proprio con l’immagine di un africano in catene e piegato su se stesso di fronte alla prepotenza di un colono.
Infine ma soprattutto, chi conosce Griffith e il suo cinema sa che tanti aspetti vengono enfatizzati per questioni strettamente poetiche e drammaturgiche, ovvero per facilitare il melodramma e soddisfare il suo gusto viscontiano ante litteram per la caduta di un mondo, che qui è quello del Sud degli Stati Uniti ma, più in generale, quello rurale, con i ritmi ancestrali e le abitudini ispirate al focolare domestico, concetto caro al regista e che non a caso attraversa buona parte della sua immensa filmografia, comprendente — fra lungo e cortometraggi — quasi mezzo migliaio di titoli.
E ciò che gli permette di dipingere in maniera avvincente e credibile questo complicatissimo affresco sono soprattutto due qualità che lo distinguono dai colleghi coevi. La prima è la cura ai limiti del perfezionismo per la direzione degli attori, retaggio dei suoi non trascurabili trascorsi teatrali. L’altra è la capacità di padroneggiare i mezzi tecnico-espressivi della nuova arte portandoli molto vicino alla completa maturazione. In particolare è con Griffith che la singola inquadratura smette definitivamente di essere un contenitore a se stante per diventare invece il tassello di un mosaico spazio-temporale ben più ampio.
Ci vuole tuttavia un occhio attento e davvero erudito su ciò che è stato il cinema degli albori per rendersi conto di quanto sia innovativo il capolavoro griffithiano. In tanti momenti delle sue tre ore e passa, infatti, non sembra spiccare rispetto alle opere rudimentali che l’hanno preceduto. Le inquadrature sono spesso frontali rispetto alla scenografia e sempre all’altezza dello sguardo degli interpreti, le giunture fra i piani sono lontane dalle perfette geometrie che le renderanno “invisibili” nel cinema hollywoodiano, la cinepresa non si muove praticamente mai.
Nelle sequenze cruciali del racconto, però, anche lo spettatore medio non può non accorgersi di qualcosa che sembra improvvisamente proiettare il film avanti di decenni quanto a linguaggio cinematografico. Si tratta del montaggio alternato, la vera, grande innovazione di Griffith, attraverso cui riesce a tenere insieme azioni che si svolgono su due o anche tre ambienti diversi, portandole poi a convergere con un senso del ritmo che ha davvero poco da invidiare ai registi moderni.
E il padre del cinema americano se ne serve per creare suspense — come nella famosa e magistrale scena dell’attentato a Lincoln — ma soprattutto per mettere in correlazione i destini dei singoli personaggi con quelli dell’intera nazione. Dimostrando dunque, forse per la prima volta, come l’ancora fresca invenzione dei Lumière non sia soltanto una sconcertante bizzarria scientifica, ma anche una vera e propria forma d’arte capace di dare forma a imponenti romanzi visivi.

di Emilio Ranzato

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19 agosto 2018

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