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L'intreccio tra il vero e il bello

· Nei manoscritti biblici della British Library ·

Nella prefazione alla traduzione del libro di Giobbe, Girolamo fu duro, quasi rabbioso: «Che si tengano, quanti li vogliono, libri antichi, scritti sia con l’oro e con l’argento su fogli di pergamena purpurea, sia con le lettere comunemente chiamate onciali; sono catafalchi carichi di scrittura piuttosto che manoscritti (onera magis exarata quam codices); basta che permettano a me e ai miei di avere povere schede di pergamena e non codici belli ma corretti» (Pl 28, 1142). Il santo di Stridone, tanto per cambiare, sta polemizzando. Questa volta contro l’esperienza grafica del suo tempo, con atteggiamento che secoli dopo, in condizioni totalmente diverse, sarà anche di Francesco Petrarca, in rotta con il libro della cultura gotico-universitaria in nome di un programma di scrittura e di lettura tutto fondato sulla leggibilità, sulla chiarezza e sulla correttezza. Sul termine «onciale», probabilmente equivocato, i paleografi — dai Maurini del Nouveau traité de diplomatique — hanno costruito la denominazione di una delle più celebri scritture tardo-antiche. Qualunque fosse il significato del termine, certo è che l’eremita di Betlemme sta tuonando contro committenti e possessori di manoscritti di lusso, formalmente curatissimi, ma testualmente poveri e inaffidabili. A essi contrappone le sue povere schede, modeste a vedersi ma filologicamente credibili.

Foglio 41 contenente la chiusura del vangelo secondo Luca (400-440)

Naturalmente Girolamo ha ragione perché dove è in gioco la Parola di Dio, sottoposta all’aleatorietà degenerativa della tradizione manoscritta, quel che conta è l’esattezza del testo, non la sontuosità del manufatto. Eppure, il medioevo — occidentale, orientale, slavo — con impressionante coerenza non si è accontentato di manoscritti biblici corretti. Ha voluto anche e soprattutto manoscritti belli e sfarzosi, forse contraddicendo la logica della kenosis ma certo assecondando la percezione di una legge profonda e indiscutibile: la Verità deve necessariamente esprimersi attraverso mezzi di trasmissione che già nella loro apparenza formale, certo anche riflesso delle disponibilità dei committenti, mostrino la straordinarietà del contenuto.
Due bibliotecari della British Library di Londra, Scot McKendrick e Kathleen Doyle, ci accompagnano in un affascinante tour nei manoscritti biblici miniati più belli della biblioteca inglese (S. McKendrick – K. Doyle, L’arte della Bibbia. Manoscritti miniati del Medioevo, Torino, Einaudi, 2016, pagine 336, euro 90; l’edizione italiana, che esce nello stesso anno di pubblicazione dell’originale, è di Fabrizio Crivello, con la traduzione di Daniele Cianfriglia e Chiara Veltri e la revisione scientifica di Alessia Marzo). Quarantacinque capitoli, ai quali corrispondono altrettanti manoscritti della British Library, scelti dai fondi “aperti” e da quelli “chiusi” (in particolare, Additional, Burney, Cotton, Egerton, Harley, Royal, Yates Thompson). L’ordine di presentazione è naturalmente cronologico, nell’arco di un millennio. Si parte dalle tavole dei Canoni eusebiani in un manoscritto del vi-vii secolo. Poi da Costantinopoli il viaggio spazio-temporale ci trasferisce rapidamente a Lindisfarne, poi nell’Aquisgrana imperiale, a Canterbury e nella Tours carolingia. Poi ancora Winchester, la Spagna, Gerusalemme, la valle della Mosa, i centri francesi, inglesi, italiani, sino a Gondar, capitale dell’Etiopia imperiale, nel tardo Seicento. Accanto alle bibbie atlantiche e moralizzate, istoriate e pauperum, non mancano manoscritti bizantini, siriaci, slavi, armeni e, appunto, etiopici. Le spiegazioni sono semplici e chiare, come nella tradizione anglosassone di divulgazione. Ogni scheda è completata da una sommaria bibliografia e per chi volesse immergersi ancora nello splendore dei colori e delle immagini tutto è a portata di un clic nella sezione «Digitised Manuscripts» del sito della British Library.

Con buona pace di Girolamo e dei geronimiani di tutti i secoli, i manoscritti medievali della Bibbia testimoniano dunque l’intreccio tra Verum e pulchrum, perché la Verità non può mai essere disgiunta della Bellezza, anzi meglio e più profondamente, perché la Verità è già Bellezza. Lasciamo dunque mugugnare l’erudito dalmata e contempliamo questo tributo dell’arte umana alla Parola di Dio.

di Paolo Vian

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12 novembre 2019

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