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L’intervento del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin all’Assemblea generale dell’Onu

Signor Presidente,

Nell’estenderle le congratulazioni della Santa Sede per la sua elezione alla presidenza della 69a Sessione dell’Assemblea Generale, desidero trasmettere i cordiali saluti di Sua Santità Papa Francesco a lei e a tutte le delegazioni partecipanti. Egli vi assicura della sua vicinanza e delle sue preghiere per il lavoro di questa sessione dell’Assemblea Generale, nella speranza che si possa svolgere in un clima di collaborazione produttiva, per la costruzione di un mondo più fraterno e unito, individuando modi per risolvere i gravi problemi che oggi affliggono l’intera famiglia umana.

In continuità con i suoi predecessori, di recente Papa Francesco ha ribadito la stima e l’apprezzamento della Santa Sede per le Nazioni Unite quale mezzo indispensabile per costruire un’autentica famiglia di popoli. La Santa Sede apprezza gli sforzi di questa illustre istituzione, “realizzati a favore della pace mondiale e del rispetto della dignità umana, della protezione della persona, specialmente dei più poveri o più deboli, e dello sviluppo economico e sociale armonioso” (Discorso ai Membri del Consiglio dei Capi Esecutivi per il Coordinamento delle Nazioni Unite, 9 maggio 2014). Su questa linea, e in numerose occasioni, Sua Santità ha incoraggiato gli uomini e le donne di buona volontà a mettere le loro capacità efficacemente al servizio di tutti lavorando insieme, in collaborazione con la comunità politica e ogni settore della società civile (cfr. Messaggio al World Economic Forum, 17 gennaio 2014).

Pur ricordando i doni e le capacità della persona umana, Papa Francesco osserva che oggi esiste il pericolo di una diffusa indifferenza. Nella misura in cui questa indifferenza riguarda il campo della politica, colpisce anche i settori economico e sociale, “visto che una parte importante dell’umanità continua ad essere esclusa dai benefici del progresso e, di fatto, relegata a esseri umani di seconda categoria” (Discorso ai Membri del Consiglio dei Capi Esecutivi per il Coordinamento delle Nazioni Unite, 9 maggio 2014). Talvolta tale apatia è sinonimo di irresponsabilità. È questo il caso oggi, quando un’unione di Stati, creata con l’obiettivo fondamentale di salvare le generazioni dall’orrore della guerra che porta dolore indicibile all’umanità (cfr. Preambolo della Carta delle Nazioni Unite, 1), resta passiva dinanzi alle ostilità subite da popolazioni indifese.

Desidero ricordare le parole che Sua Santità ha rivolto al Segretario Generale all’inizio d’agosto: “È con il cuore carico e angosciato che ho seguito i drammatici eventi di questi ultimi giorni nel nord Iraq”, pensando alle “lacrime, le sofferenze e le grida accorate di disperazione dei Cristiani e di altre minoranze religiose dell’amata terra dell'Iraq”. Nella stessa lettera il Papa ha rinnovato il suo appello urgente alla comunità internazionale “ad intervenire per porre fine alla tragedia umanitaria in corso”. Ha inoltre incoraggiato “tutti gli organi competenti delle Nazioni Unite, in particolare quelli responsabili per la sicurezza, la pace, il diritto umanitario e l'assistenza ai rifugiati, a continuare i loro sforzi in conformità con il Preambolo e gli Articoli pertinenti della Carta delle Nazioni Unite” (Lettera del Santo Padre al Segretario Generale dell'O.N.U. circa la situazione nel Nord dell'Iraq, (9 agosto 2014).

Oggi sono costretto a ripetere il sentito appello di Sua Santità e a proporre all’Assemblea Generale, come anche agli altri organi competenti delle Nazioni Unite, che questo organismo approfondisca la sua comprensione del momento difficile e complesso che stiamo vivendo.

Con la drammatica situazione nel nord dell’Iraq e in alcune parti della Siria, constatiamo un fenomeno totalmente nuovo: l’esistenza di un’organizzazione terrorista che minaccia tutti gli Stati, promettendo di scioglierli e di sostituirli con un governo mondiale pseudoreligioso. Purtroppo, come il Santo Padre ha detto di recente, anche oggi c’è chi pretende di esercitare il potere forzando le coscienze e togliendo vite, perseguitando e assassinando nel nome di Dio (cfr. “L’Osservatore Romano”, 3 maggio 2014). Queste azioni feriscono interi gruppi etnici, popolazioni e culture antiche. Occorre ricordare che questa violenza nasce dal disprezzo di Dio e falsifica la “religione stessa, la quale, invece, mira a riconciliare l’uomo con Dio, a illuminare e purificare le coscienze e a rendere chiaro che ogni uomo è immagine del Creatore” (Benedetto XVI, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 7 gennaio 2013).

In un mondo di comunicazioni globali, questo nuovo fenomeno ha trovato proseliti in molti luoghi ed è riuscito ad attrarre giovani da tutto il mondo, spesso disillusi da una diffusa indifferenza e dalla mancanza di valori nelle società opulente. Questa sfida, in tutti i suoi aspetti tragici, dovrebbe spingere la comunità internazionale a promuovere una risposta unificata, basata su solidi criteri giuridici e sulla volontà collettiva di cooperare per il bene comune. A tal fine, la Santa Sede ritiene utile concentrare l’attenzione su due ambiti importanti. Il primo è quello di affrontare le origini culturali e politiche delle sfide contemporanee, riconoscendo il bisogno di strategie innovative per far fronte a questi problemi internazionali in cui i fattori culturali svolgono un ruolo fondamentale. Il secondo ambito su cui riflettere è un ulteriore studio dell’adeguatezza del diritto internazionale oggi, vale a dire l’efficacia della sua attuazione da parte dei meccanismi utilizzati dalle Nazioni Unite per prevenire la guerra, fermare gli aggressori, proteggere le popolazioni e aiutare le vittime.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, quando il mondo si risvegliò alla realtà di una nuova forma di terrorismo, alcuni media e centri di pensiero hanno eccessivamente semplificato quel tragico momento interpretando tutte le situazioni susseguenti e problematiche in termini di scontro di civiltà. Tale visione non teneva conto delle antiche e profonde esperienze di buone relazioni tra culture, gruppi etnici e religioni, e interpretava attraverso questa lente altre situazioni complesse quale la questione mediorientale e i conflitti civili attualmente in corso altrove. Similmente, ci sono stati dei tentativi per trovare cosiddetti rimedi legali per contrastare e prevenire la crescita di questa nuova forma di terrorismo. Talvolta sono state preferite soluzioni unilaterali a quelle fondate sul diritto internazionale. Anche i metodi adottati non hanno sempre rispettato l’ordine costituito o le particolari circostanze culturali di popoli che spesso si sono trovati involontariamente al centro di questa nuova forma di conflitto globale. Questi errori, e il fatto che siano stati approvati almeno tacitamente, ci dovrebbero portare a un serio e profondo esame di coscienza. Le sfide che pongono le nuove forme di terrorismo non devono farci soccombere a visioni esagerate e a estrapolazioni culturali. Il riduzionismo dell’interpretare situazioni in termini di uno scontro di culture, giocando sulle paure e i pregiudizi esistenti, porta solo a reazioni di natura xenofoba che, paradossalmente, servono a rafforzare proprio quei sentimenti che stanno al centro del terrorismo stesso. Le sfide che ci si pongono devono spronare a un rinnovato appello al dialogo religioso e interculturale e a nuovi sviluppi nel diritto internazionale, al fine di promuovere iniziative di pace giuste e coraggiose.

Quali sono, dunque, i cammini che possiamo seguire? Prima di tutto, c’è il cammino della promozione del dialogo e della comprensione tra culture, che è già implicitamente contenuto nel Preambolo e nel primo articolo della Carta delle Nazioni Unite. Questo cammino deve diventare un obiettivo sempre più esplicito della comunità internazionale e dei governi se davvero siamo impegnati per la pace nel mondo. Allo stesso tempo dobbiamo ricordare che non spetta alle organizzazioni internazionali o agli Stati inventare la cultura, né è possibile farlo. Similmente, non compete ai governi affermarsi come portavoce di culture, né essere gli attori principali responsabili del dialogo culturale e interreligioso. La crescita naturale e l’arricchimento della cultura sono, piuttosto, frutto di tutte le componenti della società civile che lavorano insieme. Le organizzazioni internazionali e gli Stati hanno sì il compito di promuovere e sostenere, in modo decisivo e con i necessari mezzi finanziari, quelle iniziative e quei movimenti che promuovono il dialogo e la comprensione tra culture, religioni e popoli. La pace, dopo tutto, non è il frutto di un equilibrio di poteri, ma piuttosto l’esito della giustizia a ogni livello e, cosa più importante, responsabilità condivisa degli individui, delle istituzioni civili e dei governi. In effetti, ciò significa comprendersi reciprocamente e apprezzare la cultura e le circostanze dell’altro. Implica anche preoccuparsi gli uni degli altri condividendo i patrimoni spirituali e culturali e offrendo opportunità per l’arricchimento umano.

E tuttavia, non affrontiamo le sfide del terrorismo e della violenza solo con l’apertura culturale. Abbiamo a disposizione anche l’importante via del diritto internazionale. La situazione attuale esige una comprensione più incisiva di questo diritto, prestando particolare attenzione alla “responsabilità di proteggere”. Di fatto, una delle caratteristiche del recente fenomeno terrorista è che ignora l’esistenza dello Stato e, di fatto, dell’intero ordine internazionale. Il terrorismo non mira solo a portare cambiamenti ai governi, a danneggiare le strutture economiche o a commettere semplicemente dei crimini. Cerca di controllare direttamente aree all’interno di uno o più paesi, di imporre le proprie leggi, che sono distinte e opposte rispetto a quelle dello Stato sovrano. Inoltre mina e rifiuta ogni sistema giuridico esistente, cercando di imporre il dominio sulle coscienze e il controllo completo sulle persone.

La natura globale di questo fenomeno, che non conosce confini, è esattamente la ragione per cui il quadro del diritto internazionale offre l’unica via percorribile per affrontare questa sfida urgente. Questa realtà esige Nazioni Unite rinnovate, che s’impegnino a promuovere e a preservare la pace. Attualmente, i partecipanti attivi e passivi di un tale sistema sono tutti gli Stati, i quali si pongono sotto l’autorità del Consiglio di Sicurezza e si impegnano a non intraprendere atti di guerra senza l’approvazione di questo stesso Consiglio. In tale quadro, l’azione militare svolta da uno Stato in risposta a un altro Stato è possibile solo nel caso di autodifesa quando si è sotto attacco armato diretto, e solo fino a quando il Consiglio di Sicurezza riesce a prendere con successo le misure necessarie per ripristinare la pace e la sicurezza internazionale (cfr. Carta delle Nazioni Unite, art. 51). Le nuove forme di terrorismo compiono azioni militari su vasta scala. Non riescono ad essere contenute da un solo Stato, e intendono esplicitamente dichiarare guerra alla comunità internazionale. In tal senso, abbiamo a che fare con un comportamento criminale non previsto dalla configurazione giuridica della Carta delle Nazioni Unite. Ciononostante, bisogna riconoscere che le norme vigenti per la prevenzione della guerra e l’intervento del Consiglio di Sicurezza sono ugualmente applicabili, su basi diverse, nel caso di una guerra provocata da un “attore non statale”.

È così, in primo luogo, perché l’obiettivo fondamentale della Carta è di evitare la piaga della guerra alle generazioni future. La struttura giuridica del Consiglio di Sicurezza, pur con tutti i suoi limiti e difetti, è stata stabilita proprio per questa ragione. Inoltre, l’articolo 39 della Carta delle Nazioni Unite attribuisce al Consiglio di Sicurezza il compito di determinare le minacce o le aggressioni alla pace internazionale, senza specificare il tipo di attori che compiono queste minacce o aggressioni. Infine, gli Stati stessi, in virtù della loro adesione alle Nazioni Unite, hanno rinunciato a qualsiasi uso della forza che sia incoerente con i fini delle Nazioni Unite (cfr. Carta delle Nazioni Unite, art. 2, 4).

Considerato che le nuove forme di terrorismo sono “transnazionali”, esse non rientrano più nelle competenze delle forze di sicurezza di un solo Stato: riguardano i territori di diversi Stati. Pertanto, saranno necessarie le forze combinate di diverse nazioni per garantire la difesa di cittadini disarmati. Poiché non esiste norma giuridica che giustifichi azioni di polizia unilaterali oltre i propri confini, non c’è alcun dubbio che si tratti di un ambito di competenza del Consiglio di Sicurezza. Ciò perché, senza il consenso e la supervisione dello Stato nel quale viene esercitato l’uso della forza, questa forza si tradurrebbe in una instabilità regionale o internazionale, e pertanto rientrerebbe negli scenari previsti dalla Carta delle Nazioni Unite.

La mia Delegazione desidera ricordare che è sia lecito sia urgente arrestare l’aggressione attraverso l’azione multilaterale e un uso proporzionato della forza. Come soggetto rappresentante una comunità religiosa mondiale che abbraccia diverse nazioni, culture ed etnicità, la Santa Sede spera seriamente che la comunità internazionale si assuma la responsabilità riflettendo sui mezzi migliori per fermare ogni aggressione ed evitare il perpetrarsi di ingiustizie nuove e ancor più gravi. La situazione presente, pertanto, pur essendo di fatto molto seria, è un’occasione perché gli Stati membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite onorino lo spirito stesso della Carta delle Nazioni Unite parlando apertamente dei tragici conflitti che stanno lacerando interi popoli e nazioni. È deludente che finora la comunità internazionale sia stata caratterizzata da voci contraddittorie e perfino dal silenzio riguardo ai conflitti in Siria, in Medio Oriente e in Ucraina. È importantissimo che ci sia unità d’azione per il bene comune, evitando il fuoco incrociato di veti. Come Sua Santità ha scritto lo scorso 9 agosto al Segretario Generale, “la più elementare comprensione della dignità umana, costringe la comunità internazionale, in particolare attraverso le norme ed i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto ciò che le è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze sistematiche contro le minoranze etniche e religiose”.

Pur essendo il concetto di “responsabilità di proteggere” implicito nei principi costituzionali della Carta delle Nazioni Unite e del Diritto Umanitario, non favorisce in modo specifico il ricorso alle armi. Piuttosto, afferma la responsabilità dell’intera comunità internazionale, in spirito di solidarietà, di combattere crimini odiosi come il genocidio, la pulizia etnica e la persecuzione per motivi religiosi. Qui con voi, oggi, non posso non menzionare i molti cristiani e le minoranze etniche che negli ultimi mesi hanno subito persecuzioni e sofferenze atroci in Iraq e in Siria. Il loro sangue esige da tutti noi un fermo impegno a rispettare e a promuovere la dignità di ogni singola persona in quanto voluta e creata da Dio. Ciò significa anche rispetto della libertà religiosa, che la Santa Sede considera un diritto fondamentale, poiché nessuno può essere costretto “ad agire contro la sua coscienza” e ognuno “ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa” (Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae, n. 3).

In sintesi, la promozione di una cultura di pace esige sforzi rinnovati a favore del dialogo, dell’apprezzamento culturale e della cooperazione, nel rispetto della varietà delle sensibilità. Quel che occorre è un approccio politico lungimirante che non imponga rigidamente modelli politici a priori che sottovalutano le sensibilità dei singoli popoli. Infine deve esserci una disponibilità autentica ad applicare scrupolosamente gli attuali meccanismi del diritto, restando allo stesso tempo aperti alle implicazioni di questo momento cruciale. Ciò assicurerà un approccio multilaterale che servirà meglio la dignità umana e proteggerà e promuoverà lo sviluppo umano integrale in tutto il mondo. Questa disponibilità, laddove viene espressa in modo concreto attraverso nuove formulazioni giuridiche, certamente porterà una rinnovata vitalità alle Nazioni Unite. Aiuterà anche a risolvere conflitti gravi, siano essi in atto o latenti, che ancora colpiscono alcune parti dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia, e la cui risoluzione definitiva richiede l’impegno di tutti.

Signor Presidente,

Con la Risoluzione A/68/6 della 68a Sessione dell’Assemblea Generale è stato deciso che la presente Sessione avrebbe discusso l’Agenda di sviluppo post-2015, perché fosse poi formalmente adottata durante la 70a Sessione a settembre 2015. Lei stesso, Signor Presidente, ha opportunamente scelto il tema della presente Sessione: Delivering and Implementing a Transformative Post-2015 Development Agenda.

Durante il suo recente incontro con tutti i capi esecutivi delle agenzie, dei fondi e dei programmi delle Nazioni Unite (cfr. Discorso ai Membri del Consiglio dei Capi Esecutivi per il Coordinamento delle Nazioni Unite, 9 maggio 2014), Sua Santità ha chiesto che i futuri obiettivi per uno sviluppo sostenibile fossero formulati “con generosità e coraggio, affinché arrivino effettivamente a incidere sulle cause strutturali della povertà e della fame, a conseguire ulteriori risultati sostanziali a favore della preservazione dell’ambiente, a garantire un lavoro decente per tutti e a dare una protezione adeguata alla famiglia, elemento essenziale di qualsiasi sviluppo economico e sociale sostenibile. Si tratta, in particolare, di sfidare tutte le forme di ingiustizia, opponendosi alla ‘economia dell’esclusione’, alla ‘cultura dello scarto’ e alla ‘cultura della morte’”. Papa Francesco ha incoraggiato i capi esecutivi a promuovere “una vera mobilitazione etica mondiale che, al di là di ogni differenza di credo o di opinione politica, diffonda e applichi un ideale comune di fraternità e di solidarietà, specialmente verso i più poveri e gli esclusi” (ibid.).

A tale riguardo, la Santa Sede apprezza i diciassette “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” proposti dal gruppo di lavoro (Gruppo aperto di lavoro sugli obiettivi di sviluppo sostenibile), che cercano di affrontare le cause strutturali della povertà promovendo un lavoro dignitoso per tutti. Allo stesso modo, la Santa Sede apprezza che la maggior parte degli obiettivi e dei mezzi non rifletta i timori delle popolazioni ricche riguardo alla crescita demografica nei paesi più poveri. Apprezza anche il fatto che gli obiettivi e i mezzi non impongano agli Stati più poveri stili di vita che di solito sono associati alle economie avanzate e che tendono a mostrare disprezzo per la dignità umana. Inoltre, per quanto riguarda l’Agenda di sviluppo post-2015, l’incorporazione dei risultati del Gruppo di lavoro aperto sugli obiettivi di sviluppo sostenibile, insieme con le indicazioni date dal Rapporto del comitato intergovernativo di esperti sul finanziamento dello sviluppo sostenibile e quelle che emergono dalle consultazioni tra le agenzie, appare indispensabile per la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile e dell’Agenda di sviluppo post-2015.

Tuttavia, e malgrado gli sforzi delle Nazioni Unite e di tante persone di buona volontà, il numero dei poveri e degli esclusi sta crescendo non soltanto nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli sviluppati. La “responsabilità di proteggere”, come affermato prima, si riferisce alle aggressioni estreme contro i diritti umani, ai casi di grave spregio del diritto umanitario o alle catastrofi naturali gravi. In modo analogo, c’è l’esigenza di prendere provvedimenti giuridici per proteggere le persone da altre forme di aggressione, che sono meno evidenti ma altrettanto gravi e reali. Per esempio, un sistema finanziario governato solo dalla speculazione e dalla massimizzazione dei profitti, o in cui le singole persone sono considerate come oggetti usa e getta in una cultura dello spreco, potrebbe equivalere, in alcune circostanze, a una offesa contro la dignità umana. Ne consegue, pertanto, che le Nazioni Unite e i suoi Stati membri hanno un’urgente e grave responsabilità verso i poveri e gli esclusi, ricordando sempre che la giustizia sociale ed economica è una condizione essenziale per la pace.

Signor Presidente,

Ogni giorno della 69a Sessione dell’Assemblea Generale, e di fatto anche delle prossime quattro Sessioni, fino a novembre 2018, recherà con sé il triste e doloroso ricordo della futile e disumana tragedia della prima guerra mondiale (una inutile strage, come l’ha definita Papa Benedetto XV), con i suoi milioni di vittime e l’indicibile distruzione. Ricordando il centenario dell’inizio del conflitto, Sua Santità Papa Francesco ha formulato l’auspicio che “non si ripetano gli sbagli del passato, ma si tengano presenti le lezioni della storia, facendo sempre prevalere le ragioni della pace mediante un dialogo paziente e coraggioso” (Angelus, 27 luglio 2014). In quell’occasione, il pensiero di Sua Santità si è concentrato in modo particolare su tre aree di crisi: il Medio Oriente, l’Iraq, l’Ucraina. Ha esortato tutti i cristiani e le persone di fede a pregare il Signore perché “conceda alle popolazioni e alle Autorità di quelle zone la saggezza e la forza necessarie per portare avanti con determinazione il cammino della pace, affrontando ogni diatriba con la tenacia del dialogo e del negoziato e con la forza della riconciliazione. Al centro di ogni decisione non si pongano gli interessi particolari, ma il bene comune e il rispetto di ogni persona. Ricordiamo che tutto si perde con la guerra e nulla si perde con la pace” (ibid.).

Signor Presidente,

Facendo miei i sentimenti del Santo Padre, spero fervidamente che possano essere condivisi da tutti i presenti. Porgo a tutti voi i miei migliori auguri per il vostro lavoro, fiducioso che questa Sessione non lesinerà sforzi per porre fine al fragore delle armi che caratterizza i conflitti in corso e che continuerà a promuovere lo sviluppo dell’intera razza umana, e in particolare dei più poveri tra noi.

Grazie, Signor Presidente.

New York, 29 settembre 2014

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