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​L’intellettuale
capace di ascoltare i semplici

Si è posta da tempo la parola fine sulle ragioni del successo del Mondo piccolo di Giovanni Guareschi e in particolare dei due personaggi a tutto tondo di don Camillo e del sindaco Peppone. L’autore, che a sessant’anni fu stroncato da un infarto il 22 luglio 1968, è non soltanto fra quelli maggiormente apprezzati in patria, ma degli italiani della seconda metà del secolo scorso è anche fra i più tradotti all’estero. Si trova, per esempio, a essere fra i pochissimi nostri pubblicati in Giappone e, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, nei paesi dell’est ex-comunista.

È stato certamente essenziale per la fama di Guareschi aver creato i due citati antagonisti, con la fortunata trasposizione cinematografica che ne ha amplificato la visibilità. Ma sono altri i motivi che lo hanno fatto apprezzare, come l’ironica bonomia di scrittura che non decade mai nel dileggio, frutto a sua volta di una apprezzabile professionalità.
Aveva cominciato poco più che ventenne al «Corriere Padano» per trasferirsi nel 1936 al settimanale satirico «Bertoldo», palestra di scrittori come Cesare Zavattini, Giuseppe Marotta, Massimo Simili e Giovanni Mosca. Sarà autore in quegli anni di piacevoli romanzi umoristici, come Il destino si chiama Clotilde, La favola di Natale o Il marito in collegio.
Dopo l’8 settembre si ritroverà internato militare in un lager tedesco; da quell’esperienza ricaverà il Diario clandestino — va ricordato che la tenuta di memorie era punita con la morte — come testimonianza di chi non volle cedere alla protervia dell’invasore. Lo stile resta sotto la tentazione del grido, della protesta urlata, con il correttivo di una ironia che rifiuta coscientemente di diventare sarcasmo, alla ricerca di quanto di buono possa restare nella natura umana, anche in una situazione che non induceva all’ottimismo.
Nel dopoguerra Guareschi dirigerà il settimanale «Candido», moderato e monarchico, nel quale apparvero appunto le storie del Mondo piccolo, diventate in libro Don Camillo e Don Camillo e il suo gregge. La sua vena è popolaresca ma non sciatta, la sua efficacia immediata, come prova il fatto che l’indubbia e lunga dicotomia della società politica italiana viene identificata, specie fuori d’Italia, nei due personaggi di cui si è parlato.
Le qualità umane della narrativa di Guareschi si traducono in un ritratto dell’Italia di quegli anni nel quale la contrapposizione politica resiste a un livello di competizione che non si traduce in odio (forse in realtà non era proprio così, ma questa immagine circola, specialmente fra i lettori stranieri).
Una delle ragioni dell’accoglienza positiva di quelle storie è da attribuire a una capacità di ascolto della gente semplice e di traduzione dei suoi sentimenti nella vita quotidiana. Anche a voler fare la tara a quanto di semplicistico sia presente nella contrapposizione di cui s’è parlato, è notevole comunque lo sforzo — e il risultato che lo premia — di non dividere il mondo in buoni e cattivi, o buonissimi e cattivissimi; di lasciare sulla penna, e in una dimensione che il lettore dovrà riempire da solo, uno spazio di apprezzamento che potremmo definire, con parola impegnativa, di carità. Si ricordino i non del tutto banali colloqui, prevalentemente di pentimento per peccati di irruenza, di don Camillo con il Cristo crocifisso.
Le figure dei suoi racconti sono nate da una lenta pazienza di giornalista (diceva di se stesso che era bravissimo nel fare un “pezzo” sulla vecchietta che cadeva dalle scale) trasformatosi in letterato per intimo bisogno di comunicativa umana.
Il ritratto non sarebbe completo se non ricordassimo l’episodio che contrappose Guareschi ad Alcide De Gasperi, accusato, sulla base di documenti dei quali lo scrittore ignorava peraltro la falsità (gli erano stati trasmessi da un ex ufficiale repubblichino, in seguito fuggiasco in Argentina), di aver chiesto agli alleati che intervenissero con bombardamenti su Roma. Di qui un processo per diffamazione che si concluse con la condanna a un periodo di detenzione (assunto con dignità), con strascichi teatrali da parte delle destre, e che causò allo statista trentino una sofferenza sul piano umano più che su quello dell’angustia per un’ingiusta attribuzione di responsabilità.
La polemica fa parte del passato. Resta, a mezzo secolo di distanza, un’eredità letteraria che sarebbe ingiusto non valutare nei suoi risvolti positivi, oggi, quando è tornato di moda il disprezzo.

di Angelo Paoluzi

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23 maggio 2019

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