Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Lino e sangue

· «Il miracolo di san Gregorio Magno» di Andrea Sacchi nella basilica di San Pietro in Vaticano ·

Ne parlano Giovanni Diacono nel ix secolo e Jacopo da Varagine nella «Legenda Aurea»

Opposta alla Gregoriana, la cappella Clementina della Basilica di San Pietro è una delle quattro previste da Michelangelo e fu realizzata quattordici anni dopo la sua morte da Giacomo Della Porta.

Nel 1606 l’altare ricevette il corpo di san Gregorio Magno e nel 1628 fu consacrato. Per pala ebbe fino al 1772 il dipinto originale del miracolo di san Gregorio Magno di Andrea Sacchi, che ora sta nella sala capitolare della Sagrestia di San Pietro; poi ci si accontentò di un rifacimento musivo.

L’abate romano Giovan Pietro Bellori, introducendo la Vita d’Andrea Sacchi ( Vite de’ Pittori Scultori et Architetti moderni , 1672) annota: «In ogni tempo nella città di Roma si sollevarono uomini eccellentissimi nella pittura, scoltura ed architettura, i quali onorarono tutte e tre queste arti (…) Fra gli altri molti… che si avanzarono nella pittura (…) fu questi Andrea Sacchi».

Andrea (Roma 1599-1661) fu inviato dal padre pittore Benedetto a bottega da Francesco Albani dove studiò i Carracci ed esercitò interesse per gli affreschi di Raffaello. Alla chiarezza, al rigore, alla misura di scuola bolognese, caratteristiche nello scorcio del Seicento del movimento classicista romano, si univa la tendenza all’esuberanza pittorica del colore veneto anticipata da Annibale Carracci. Soprattutto nelle opere giovanili di Sacchi, Pierfrancesco Mola e Pietro Testa il calore della pittura veneziana, unito alla profondità emotiva di ascendenza baroccesca, mostra di rinvigorire la tradizione accademica bolognese dell’ambiente romano.

L’erudito e antiquario Bellori, bibliotecario di Cristina di Svezia, pittore lui stesso e membro dell’Accademia di San Luca, narra come arrivò ad Andrea la commissione della pala per l’altare di san Gregorio: «Onde seguendosi in quel tempo a far le tavole per gli altari della nuova Basilica Vaticana venne in pensiero al cardinal Del Monte di proporlo e farlo concorrere co’ primi maestri che allora fiorivano in Roma… alla tavola grande di santa Petronilla (…) D’Andrea molto diversa l’intenzione (… ) rifiutò (… ) ffermando che quella tavola era dovuta al merito di qualche gran maestro, e non a lui, che non era bastante a tanto peso per lo poco sapere e per l’imbecillità degli anni. La scusa dell’età fu ammessa alla congregazione con questo, che se egli ricusava la tavola grande per l’impotenza degli anni, accettasse l’altra piccola di san Gregorio corrispondente, come essi dicevano, alla poca età sua».

Bellori, che aveva premesso alla sua opera un saggio sull’Idea del pittore, dello scultore e dell’architetto nel quale intendeva definire la qualità pura della bellezza come criterio fondamentale per il giudizio, esprime grande apprezzamento per Sacchi e un desiderio che è ancor’oggi pienamente condivisibile: «Io per me ammirando la modestia di Andrea, bramerei in questo tempo di vedere un altro esempio di sì lodevole continenza e cognizione di se stesso, quando ciascuno per poco che sappia, concorre il primo senza temere né luogo né impresa per grande che sia, essendo maggiore l’ardire de’ loro pennelli, che fanno anco maggiore la caduta».

Erano tempi in cui la colta committenza si rivolgeva ad artisti veramente tali, che delle arti conosceva e pronunciava i nomi, che aveva una percezione oggettiva della bellezza e di conseguenza del valore dell’artista. Sicura era, poi, in committente e artista la Dottrina da rappresentare.

Ricevere la commissione per un dipinto in San Pietro era l’incarico più prestigioso cui un pittore potesse ambire in Roma e poteva determinare la fortuna o la sfortuna di un’intera carriera artistica. In quel tempo non privo d’artisti veri e d’umiltà ciò era tenuto sommamente in conto.

«Andrea fu costretto alfine di accettare quest’altra piccola, la quale però egli non eseguì allora, ma fu da lui maturata lo spazio di sei anni, dopo i quali egli la diede compita». A vent’anni, nel 1619, ricevette la commissione, nel 1626 consegnò la pala per l’altare con grande ammirazione di Pietro Bellori: «Il colore di questo quadro è il più armonioso temperamento che possa dare il pennello di chiunque fa professione di gran coloritore con unione molto intelligente tra la forza e la soavità d’ombreggiamenti e di lumi, e con buonissime piegature di panni, che suppliscono alla mancanza dell’ignudi».

La pala raffigura un miracolo di san Gregorio Magno raccontato da Giovanni Diacono (ix secolo) e ripreso nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (1228-1298). Il Papa, a degli ambasciatori che chiedevano delle reliquie, diede, rinchiuse e suggellate in vasi, dei brandea che avevano toccato le ossa dei martiri.

Gli ambasciatori non ritenendole di gran valore se ne lamentarono. San Gregorio dopo aver celebrato Messa e fatta orazione compì quanto il dipinto mostra.

Sentiamo la descrizione di Bellori: «Finse Andrea (Sacchi) il dentro del tempio, ove il Santo Pontefice in abito sacerdotale con la pianeta ed avanti l’altare con una mano alza il panno lino candido e puro, coll’altra lo punge col ferro, facendone gocciolare vivo sangue stillante; nel qual atto tenendo sospeso il panno, si volge indietro e lo mostra a gli ambasciadori increduli, uno de’ quali, il principale più avanti ginocchioni, guarda sopra al prodigio, aprendo le braccia e le mani per meraviglia, la qual figura disposta nobilmente diffonde il manto azzurro su la zimarra fodrata di pelle, in abito peregrino, ed espone al lume il calvizie e le canizie de’ capelli, con effetto molto naturale. Dietro questo primo ambasciadore si scuopre il compagno piegato avanti l’altare, tenendo il vaso delle reliquie con la mano e con l’altra il coperchio, attento anch’egli al miracolo. A’ piedi san Gregorio vedesi il diacono, che si volge al Santo, e con la destra tiene un altro vaso aperto, e colla sinistra il coperchio alzato (…) dietro in contrasegno della guardia del papa da sito più basso e di sotto l’altare spuntano i ferri delle alabarde, che riempiono a tempo quello spazio».

Il culto delle «tombe dei giusti» era un’eredità biblica, ma anche i pagani onoravano le tombe. Verso la metà del ii secolo si sviluppò il culto dei martiri: l’intera comunità si radunava attorno alla tomba del testimone che aveva sofferto fino alla morte a causa della fede in Cristo — Agostino ricorderà nella controversia con i donatisti che non il supplizio sopportato fa il martire, ma la causa per il quale si è subito — nella gioia comune, mediante un banchetto funerario, la preghiera e l’offerta dell’Eucaristia.

Anche il sepolcro dei confessori, ossia di coloro che pur non avendo subito il martirio avevano sofferto per la fede in prigioni e miniere, era associato a questa venerazione. I devoti costruivano per loro mausolei, che continuavano la tradizione degli antichi eroi, sepolcri nelle catacombe, cappelle private.

Dalla fine del iv secolo cominciarono a essere ritenuti degni di venerazione anche gli asceti, i vergini e le vedove, i vescovi che avevano manifestato fedeltà alla Catholica, intenso zelo nella preghiera e nell’ascesi, nella predicazione, nella carità, coraggio nella difesa dello ius divinum a fondamento di quello degli uomini.

L’epoca dell’ inventio e della traslatio dei corpi costituisce un capitolo importante della vita della Chiesa anche sotto il profilo edilizio: sant’Ambrogio era lieto di poter deporre sotto l’altare i corpi di coloro che avevano comunicato più da vicino al mistero pasquale del Signore (sant’Agostino, Confessiones, ix 7,16). Le sofferenze e la morte del martire sono la manifestazione della forza della risurrezione: nei martiri il Cristo soffre e vince la morte. Era percepito nitidamente il vincolo che univa le loro reliquie con la celebrazione dell’Eucaristia.

L’usanza di custodire i corpi dei martiri, o frammenti di essi, le reliquie, sotto o dentro gli altari trasformò il loro culto da locale in universale. Ancora Agostino ammonisce «Non ai martiri, ma al Dio dei martiri dedichiamo altari anche se lo facciamo nelle memorie dei martiri» ( Contra Faustum, XX, 21). I martiri e i santi sono portatori dello Spirito, la relazione con la loro persona attraverso le tombe o le reliquie ottiene miracoli, intercessione per i vivi.

La loro santità ha valore propiziatorio. Il martirio non solo cancella i peccati dei martiri, ma torna a beneficio di tutta la comunità dei credenti, respinge gli assalti di Satana. I corpi o le reliquie dei santi sono considerati come il segno della presenza e il tramite della loro azione, in senso spirituale, in mezzo ai vivi.

Nel vi-VII secolo il culto aumentò anche grazie alla diffusione dei brandea, panni di lino appoggiati ai corpi dei santi o al loro sepolcro, le cosiddette reliquie per contatto. Ne parla già Agostino a proposito di Ambrogio nel testo già citato.

Della medesima venerazione erano fatti oggetto anche le reliquie delle Vera Croce, della Passione o il Velo della Madre di Dio. Roma, meno favorevole alla moltiplicazione delle reliquie corporali, favorì la diffusione di questo tipo di reliquie o delle ampolle d’olio che avevano arso una notte davanti alla tomba del santo: il Miracolo di san Gregorio Magno ne è attestazione.

Esso mostra il valore di queste reliquie e testimonia come il culto di esse fosse un importante strumento di comunione fra la Chiesa di Roma e i Patriarcati orientali o di relazioni con i regni cristiani.

La santità lungo i secoli ha nutrito l’ammirazione e stimolato il fervore dei cristiani: il primato dell’amore del Signore fino alla morte, l’essere disponibili nelle sue mani, la carità, la preghiera, l’ascesi, la predilezione per la verginità.

Il Medioevo collocò sopra gli altari splendidi reliquiari, decorati di smalti e pietre preziose che venivano incensati durante la liturgia. Nel XII secolo si poteva vedere il Papa che, la vigilia delle feste maggiori nella Basilica vaticana, pellegrinava ai molteplici altari dedicati ai santi procedendo alla loro incensazione.

Circa il culto delle reliquie la teologia greca ripresa da san Giovanni Damasceno costituisce il preludio di quella di Tommaso d’Aquino ( Summa Theologiae , III, q 22 a 3-6).

Il tempio di Dio su questa terra, il corpo dei santi, sia intero che diviso, riceve l’«adorazione di venerazione» che deve essere resa a tutti coloro che hanno rivestito una qualche dignità; poiché questa dignità costituisce un riflesso della gloria divina, il culto che le viene reso ricade in definitiva su Dio stesso con un significato analogo a quello delle immagini.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE