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L’inno di lode di Mendelssohn

· Concerto in Vaticano del Gewandhaus di Lipsia per l’ottantacinquesimo compleanno di Benedetto XVI ·

Venerdì 20 aprile, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, l’orchestra e il coro del Gewandhaus di Lipsia e l’Mdr Rundfunkchor terranno un concerto in occasione dell’ottantacinquesimo compleanno di Benedetto XVI . In programma la Sinfonia n. 2 di Felix Mendelssohn Bartholdy Lobgesang, che prevede anche tre solisti: il soprano Luba Orgonášová, il mezzosoprano Bernarda Fink, e il tenore Steve Davislim. Sul podio il direttore italiano Riccardo Chailly che ha rilasciato un’intervista al nostro giornale.

Riccardo Chailly è un grande musicista che non ha il carattere del divo. Non gli è bastato dirigere le più importanti orchestre del mondo per diventare supponente, né puntare alla vetta dell’hit parade con l’ultimo cd inciso per la Decca assieme a Stefano Bollani. Sarà perché continua a pensare alla musica invece che compiacersi di avere uno dei gesti più eleganti che si vedano in giro. Dovendo scegliere un programma per il concerto da offrire per l’ottantacinquesimo compleanno di Benedetto XVI ha optato per la Seconda Sinfonia di Felix Mendelssohn Bartholdy, l’opera 52 per solisti, coro e orchestra detta Lobgesang («Inno di lode») scritta nel 1840. Un lavoro che non è né una sinfonia, né una cantata, ma inaugura una forma nuova, irrituale poco battuta. Perché? viene da chiedergli.

«Mendelssohn voleva una composizione basata sui testi delle sacre scritture, anche perché gli avevano chiesto un lavoro in occasione del quarto centenario dell’invenzione della stampa, e come si sa il primo libro a essere stampato è stata la Bibbia. Così decise di prendere dei versi dal libro dei Salmi , adattandoli lui stesso per questo lavoro. La partitura acquisisce dunque un significato profondo, una luce e una forza musicale straordinaria, anche grazie alla molteplice espressione del suo stile musicale, espresso appunto in una forma nuova».

Grande responsabilità da assumersi a sedici anni dalla prima assoluta della Nona di Beethoven, che aveva indicato una strada precisa.

La Lobgesang è catalogata come Seconda Sinfonia , ma nell’arco cronologico della produzione di Mendelssohn è invece la quarta, quindi è l’opera di un autore maturo, esperto e autonomo. Tre movimenti strumentali precedono l’ingresso del coro e poi dei solisti: questa è la matrice beethoveniana e il riferimento è proprio la Nona Sinfonia . Ma quell’esempio viene usato come spunto per inventare una nuova forma, quella che lo stesso autore definì sinfonia-cantata.

Come fa un direttore a tenere assieme il grande blocco sinfonico iniziale con quello successivo che prevede l’intervento sistematico dell’elemento vocale?

I tre movimenti sinfonici si susseguono senza nessuna interruzione prima che parta il coro sulle parole Alles, was Odem hat, lobe den Herrn! («Ogni vivente dia lode al Signore!»). L’autore prende elementi melodici e ritmici della prima sezione e li riutilizza nella seconda, creando così una assoluta coesione tra i due blocchi. La parte cantata, quindi, diventa quasi una conseguenza di quanto l’ha preceduta. Una costruzione perfetta basata su elementi ricorrenti.

Come il motto iniziale allo stesso tempo festoso e solenne dei tromboni soli.

Il brano comincia con i tromboni e non è un caso che il coro, inaugurando la seconda parte, riparta proprio sullo stesso inciso melodico. Alla fine del brano, inoltre, la stessa melodia riappare ancora, prima ai tromboni e poi ripetuta da tutto il coro, una specie di sintesi che precede il gioioso finale.

Una forma ciclica?

Ciclica e basata su dei leitmotiv , idee melodiche che ritornano in momenti precisi. Questo è il collante che tiene insieme un lavoro che amo particolarmente e ho diretto tantissimo fin da ragazzo negli anni Settanta. E proprio con la Lobgesang ho voluto inaugurare il mio mandato come Gewandhauskapellmeister a Lipsia, per dare un segnale da una parte spirituale dall’altro profondamente legato alla città. Questo, infatti, è uno dei capolavori che Mendelssohn ha scritto abitando e lavorando proprio a Lipsia, pensando al concerto-evento in cui lo diresse in prima assoluta nella chiesa di San Tommaso.

Ma proprio dopo quel concerto Mendelssohn fu criticato vivacemente da Wagner che irrise quello che definì lo «stupido candore» della sinfonia. Un giudizio che appare ancora più stupefacente dopo la sua analisi, secondo la quale la Lobgesang è basata sulla tecnica del leitmotiv, inventata proprio dall’autore del Ring.

In quell’occasione fu un po’ spocchioso, ma Wagner teneva in grande considerazione il lavoro del collega di pochi anni più anziano. Malgrado quelle parole, infatti, è chiaramente identificabile quanto Mendelssohn con il suo genio abbia influenzato il primo Wagner. Nel Lohengrin e nell’ Olandese Volante , per esempio, si ritrovano momenti di ispirazione che fanno chiaramente riferimento al maestro di Amburgo, specialmente nell’arte dell’orchestrazione.

Forse, applicando le categorie che usano gli psicologi, si può dire che a Wagner non piaceva Mendelssohn perché era troppo simile a lui?

Può darsi. Non ci avevo mai pensato. Potrebbe trattarsi di un atteggiamento psicologicamente complesso a giustificare la condotta paternalistica di Wagner nei confronti di Mendelssohn. Sicuramente i due compositori sono figure imprescindibili per me, che dal 2005 sono maestro di cappella del Gewandhaus di Lipsia, la città dove Wagner è nato e cresciuto e dove Mendelssohn ha passato gli anni più creativi della sua vita, proprio nel periodo in cui è stato il mio predecessore alla guida dell’orchestra portando alla luce una quantità incredibile di capolavori.

Mendelssohn ha ricoperto quel ruolo dal 1835 al 1847, l’anno della sua morte. Aveva già riscoperto nel 1829 la Passione secondo Matteo di Bach scrollandogli di dosso la polvere che si era accumulata nei decenni. Proprio mentre era alla guida del Gewandhaus ha prodotto i grandi oratori Paulus (1836) ed Elias (1846), dettati da un’alta tensione ideale e da un importante momento di riflessione artistica e religiosa. Questo suo ritorno alla Lobgesang sembra avere in qualche modo delle motivazioni simili, anche legate alla sua vicenda biografica.

Come poche altre questa sinfonia ritorna nella mia vita in maniera costante, da Londra a Vienna, da Chicago a Lipsia o a Milano l’ho sempre proposta. Ora, appena uscito da un periodo di problemi di salute non indifferenti, per me rappresenta un tonico per lo spirito riavvicinarmi a un brano profondamente religioso che inonda di gioia chi lo ascolta e chi lo esegue. In questo senso è altamente significativo per me proporre proprio questa musica per festeggiare l’ottantacinquesimo compleanno di Benedetto XVI.

Un lavoro che lei ha recentemente eseguito accanto alla Missa Papae Pauli, composta da suo padre Luciano, grande compositore e indimenticato animatore della vita artistica italiana. Una partitura dedicata a Paolo VI che lei sta riprendendo spesso.

È un accostamento che mi piace proporre, anche perché quest’anno ricorre il decimo anniversario della morte di mio padre. Tengo molto a quella Missa e ricordo ancora il viaggio in Vaticano con mia madre e le mie sorelle nel 1964, quando mio padre consegnò a Paolo VI la prima stampa della partitura e gli raccontò come era andata la prima esecuzione assoluta che si svolse al Foro italico con l’Orchestra della Rai di Roma diretta da Ferruccio Scaglia. Per me quell’incontro è stato qualcosa di molto forte, e anche per mio padre, che era legatissimo a quel lavoro e volle scrivere nel marmo della tomba di famiglia il verso sul quale il coro chiude la composizione: dona nobis pacem. Un suggello per la vita di tutti noi.

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23 ottobre 2019

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