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Linguaggio
per l’uomo di oggi

· Dizionario montiniano ·

Maxim Kantor«Atlantis» (2012)

«In un mondo in via di secolarizzazione, la Chiesa riscopre la sua missione profetica di messaggera della buona novella della salvezza. Così il filo tagliente della spada della Parola non potrà giammai smussarsi. Ben lungi dal rimanere neutrale, la Chiesa giudica tutte le realtà, personali e collettive, che gli uomini vivono e in cui i cristiani accettano di lasciarsi guidare da lei, stando in ascolto di Colui il cui personale interrogativo non cessa di echeggiare di generazione in generazione: “E voi, chi dite che io sia?”». Nel cuore della modernità, nel momento in cui essa esplode accompagnata da «un’euforia nel mezzo dell’infelicità», per dirla con Marcuse, Giovanni Battista Montini coglie che la questione della parola e dei linguaggi, anche e soprattutto con la loro carica simbolica, diviene decisiva per la Chiesa nel suo compito di annunciare Cristo.

«La figura del vescovo — sottolinea Montini arcivescovo di Milano — non è semplice. Tanta esteriorità lo circonda; può darsi ch’essa oggi piú confonda che non chiarisca le idee su ciò che il vescovo veramente è, e piú che offrire un’espressione genuina della sua missione, diventi, all’occhio del popolo, oggi ormai inesperto del linguaggio simbolico della Chiesa, una figurazione strana e anacronistica, un costume convenzionale puramente decorativo, o un’incomprensibile rappresentazione d’ignote realtà». Si tratta dunque, per Montini incardinato nel cuore della modernià, nella Milano che si presenta come modello di una società in rapida evoluzione sul piano sociale, economico, culturale e dei costumi, di sperimentare finalmente — a cominciare dal linguaggio — la proposta di Cristo “in istile moderno” come aveva preconizzato, ancora ventenne, alla nonna Francesca. “In istile moderno” per Montini ha un significato alto, niente affatto mimetico o indulgente nei confronti dell’uomo spaesato che vive le contraddizioni di una società che ha perduto la solidità stessa della parola, caratterizzata da una liquidità semantica avvolgente e sempre pronta a cambiare, a mitigare, la realtà della cosa che dice. «L’uomo moderno ha bisogno di chiarezza. Va al cinema, e tutto gli appare chiaro; va a teatro e avviene altrettanto; apre la radio e la televisione e tutto gli riesce comprensibile, finalmente va alla messa, e di tutto quello che gli si svolge davanti non capisce niente. Perché, proprio per questo atto stupendo, immenso, infinito, per questo dramma divino, in cui si incentrano tutti i destini dell’umanità, deve esistere tanta incomprensione, tanta mancanza di intelligenza, dovuta, in gran parte, a noi stessi, ministri del Signore, che non abbiamo istruito adeguatamente il popolo?».

Montini non ha dubbi: solo parlando autenticamente di Cristo è possibile affascinare l’uomo contemporaneo e distoglierlo dai falsi miti che riempiono la sua vita. Si fa strada la questione del dialogo, nell’accezione montiniana, così a lungo travisata e storpiata da una pubblicistica superficiale e da una parte della Chiesa stessa, attratta essa stessa dalle sirene della mimetizzazione. L’arcivescovo lo sa bene: il pericolo «è quello di scambiare l’avvicinamento degli indifferenti, dei lontani, degli avversari con l’assimilazione al loro modo di pensare e di agire. Non saremo piú dei conquistatori, ma dei conquistati. Il dialogo, metodo necessario all’apostolo, non deve terminare con una negazione, o un oblio della nostra verità, a profitto dell’errore, o della parziale verità che si voleva redimere».

Ma il terreno della parola è altresì teatro di una straordinaria e terribile battaglia: quella in cui gioca la sua partita malefica il principe della menzogna e della mistificazione. È quello che Montini pontefice — in un appunto degli esercizi spirituali del 1976, predicati dal cardinale Wojtyła — chiama appunto «l’antiparola». Si tratta, prima ancora che di un attacco al senso religioso insito nell’uomo, di uno scacco alla ragione: «Quanto più l’uomo cerca, studia, pensa, scopre e costruisce la sua gigantesca torre della cultura moderna, tanto meno si sente sicuro della validità della ragione, della verità oggettiva, della utilità esistenziale del sapere, della sua propria immortalità; il dubbio lo insidia, lo annebbia, lo scuote, lo avvilisce; egli si rifugia nell’evidenza delle sue meravigliose conquiste, egli si alimenta della sincerità delle sue esperienze, egli si fida del credito delle grandi e sonore parole di moda; ma in realtà il timore gli dà le vertigini sul valore di ogni sua cosa».

L’equivoco semantico, prende forma e diviene drammatico proprio nel cuore di questa seconda porzione del novecento. Anche la parola è schiava dell’ideologia. Anzi, ne è la forma prima. Paolo VI riafferma dunque, nel clima conciliare, il Cristo carne e il Cristo parola, inscindibili nell’orizzonte esperienziale della Chiesa e della salvezza. Ma come parlare all’uomo moderno, desemantizzato e ridotto alle troppo facili forme linguistiche della pubblicità, alle semplificazioni del linguaggio politico, alla banalizzazione di un discorso che solo sa descrivere la banalità di un’esistenza semplificata? E soprattutto, come evitare il rischio, «in un mondo come il nostro, diffidente verso ogni linguaggio filosofico, e tutto rivolto al linguaggio della storia e ancor più a quello dell’espressione sensibile», per dire cose all’uomo unidimensionato e lasciato senza parole, di aderire al suo stesso misero universo semantico? Paolo VI è mosso dalla certezza della fede e insieme preoccupato di tracciare energicamente i confini di verità entro cui deve muoversi il linguaggio della Chiesa. Così, se da una parte «un duplice conforto ci sostiene, quello della virtù intrinseca nella Parola, da noi annunciata anche con flebili ed umili mezzi, sempre impari alla sua dignità e alla necessità, che di essa hanno gli uomini; essa, la nostra Parola, ch’è verità e vita, si farà strada, noi confidiamo, anche senza le trombe della grande pubblicità moderna; e poi ci sostiene il conforto della coscienza dei buoni, i quali si faranno un dovere ed un onore di farsi essi stessi “mezzi”, cioè apostoli delle sane comunicazioni sociali cristiane», dall’altra nel Papa vi è la consueta preoccupazione a non cedere all’ambiguità e all’equivoco, soprattutto in pieno clima conciliare: «Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente ascetismo, niente autoritarismo, si dice con troppa disinvoltura: bisogna aprire le porte ad un cristianesimo facile. Si tende così ad emancipare la vita cristiana dalle così dette “strutture”; si tende a dare alle verità misteriose della fede una dimensione contenibile nel linguaggio corrente e comprensibile dalla forma mentale moderna, svincolandole dalle formulazioni scolastiche tradizionali e sancite dal magistero autorevole della Chiesa; si tende ad assimilare la nostra dottrina cattolica a quella delle altre concezioni religiose; si tende a sciogliere i vincoli della morale cristiana, qualificati volgarmente come “tabù”, e delle sue pratiche esigenze di formazione pedagogica e di osservanza disciplinare, per concedere al cristiano, fosse pur egli un ministro dei “misteri di Dio” o un seguace della perfezione evangelica, una così detta integrazione con il modo di vivere della gente comune. Si vuole, ripetiamo, un cristianesimo facile, nella fede e nel costume. Ma non si va oltre il confine di quell’autenticità, a cui tutti aspiriamo? Quel Gesù, che ci ha portato il suo vangelo di bontà, di gaudio e di pace, non ci ha forse anche esortati ad entrare “per la porta stretta”? E non ha forse preteso una fede nella sua parola, che va oltre la capacità della nostra intelligenza?». La preoccupazione di proporre all’uomo contemporaneo la verità tutta intera e di non cadere nella tentazione diabolica di sottrarre ad essa frammenti che accondiscendano alle mentalità correnti («La peggior menzogna — scriveva Lanza del Vasto nel suo Giuda - [è] la verità meno uno») va di pari passo, anzi si antepone al desiderio di dialogare con l’uomo contemporaneo, ne è la condizione essenziale: «Nell’attuale crisi che investe il linguaggio e il pensiero, spetta a ciascun vescovo nella propria diocesi, a ciascun sinodo, a ciascuna conferenza episcopale curare attentamente che questo sforzo necessario non tradisca mai la verità e la continuità della dottrina della fede. Bisogna segnatamente vigilare affinché una scelta arbitraria non coarti il disegno di Dio entro le nostre umane vedute, e non limiti l’annuncio della sua Parola a quel che le nostre orecchie amano ascoltare, escludendo, secondo criteri puramente naturali, quel che non è di gradimento ai gusti odierni. “Ma anche se noi — ci previene l’apostolo Paolo — o anche un angelo del Cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che noi vi abbiamo annunciato, sia anatema”». Sono dunque la parola e il linguaggio, come strumento conoscitivo e creativo di relazione con le cose, con gli uomini e con Dio, a essere cancellati dall’operazione di appiattimento esperienziale rivestito di magia e di stupore per i progressi della téchne. E in tale silenzio ronzante l’uomo vive la dimensione della solitudine.

«L’eccessivo e predominante tecnicismo — spiega Paolo VI nel 1964 — potrebbe soffocare ogni altra esigenza, fino a dimenticare la grande dimensione spirituale, l’unica che dia valore all’uomo di oggi e di sempre, la sola che lo salvi dalle insidie dell’autosufficienza egoistica come dalle ansie della solitudine e dell’incomunicabilità». Scienza, tecnica e linguaggio pertengono alla vita dell’uomo, l’unica vera e sacra ragione di ogni sforzo umano. E tuttavia è proprio sul tema della vita che le tre forme decisive dell’umano cercare, del fare e del raccontare, sembrano impazzire in un’euforica autoreferenzialità. Paolo VI sa bene che scienza, tecnica e parola, costituiscono ormai la materia di conformazione della società, sono esse stesse nella loro simbiosi, società e, dunque, mentalità. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la cosiddetta modernità abbassa a sentire comune i paradigmi del pensiero scientifico. Vi è come una sorta di trasduzione volgare dei principi primi della scienza, che divengono discorso quotidiano e, dunque, anche universo politico, oltre che sociale con le inevitabili conseguenze sul piano dei diritti e dei doveri e sul meccanismo di produzione legislativa. La diagnosi del Papa è chiara: «La condizione dell’uomo è tremendamente aleatoria: la violenza, in tutte le forme, lo avvilisce e degrada al rango di pedina di un gioco cieco, e non di rado lo distrugge spietata e crudele; l’influsso determinante dei mass-media lo manovra dal di fuori, lo condiziona sovente nei suoi sentimenti e pensieri, si sostituisce a lui facendolo ragionare a senso unico in un pericoloso e contrastante livellamento delle personalità; la società dei consumi lo rende schiavo dei bisogni procurati ad arte; una concezione alienante della vita lo assorbe totalmente, proiettandolo non di rado fuori della vera dimensione umana, che è libertà, autodeterminazione, vita intellettuale e spirituale, gioia di vivere. L’uomo è soprattutto condizionato oggi da un’atmosfera materialistica, dalla quale non riesce a liberarsi: visione della storia, concezione della vita, tempo libero, svago e spettacolo, sono non di rado totalmente pieni di edonismo, di determinismo, di materialismo; perfino la scienza è spesso impostata in modo tale che, invece di liberare autenticamente l’uomo, lo spinge ancora più profondamente in questa corrente materialistica, la cui forza è caratterizzante della storia e della cultura contemporanea».

Così se la trasformazione subdola e diabolica della parola provoca immediatamente la trasformazione delle cose, della realtà, nella sua baldanza tecnico-scientifica, diviene parola che irride: «Oggi è di moda combattere la Chiesa. Questo riesce anche facile. Facile è deridere la Chiesa; basta metterne in ridicolo il suo aspetto umano. E nulla è piú vicino al ridicolo quanto la deformazione del sublime». Verità e carità: fascino e fermezza della prima e umanità della seconda. Questa è la strada che Montini addita alla sua Chiesa. Si tratta dunque di recuperare la perenne modernità della Parola, di liberarla dalle sovrastrutture anche ecclesiastiche per andare alla sua radice, sempre nuova, sempre affascinante: «Noi dimentichiamo — dice ancora Montini arcivescovo — che l’uomo moderno fa piú fatica a curvarsi davanti ai mille lumi di cui abbiamo riempito le nostre chiese, che davanti al Dio vivo che gli dovremmo presentare. […] è piú difficile parlare agli uomini del nostro tempo ripetendo le devozioncelle con cui abbiamo appesantito — piuttosto che arricchito — la nostra pietà, che parlare del Cristo e di Dio, che si fa a noi Padre. Non sostituiamo la piccola religione alla grande».

di Giacomo Scanzi

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