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Lingua architettonica

· Il latino al tempo di Twitter in un dibattito al Salone del Libro di Torino ·

C’è ancora posto per il latino nell’era di Twitter, degli sms, degli acronimi anche internazionali (Eta, come estimated time of arrival)? La velocità delle comunicazioni è tale che ogni espressione viene sintetizzata, compressa e costretta entro termini minimi. Il latino è una lingua non più parlata, scritta solo in ristretti ambiti, confinata nelle citazioni dotte o in quelle forensi. Serve a infiorare le arringhe degli avvocati, a nobilitare talvolta gli interventi di parlamentari che nemmeno ai più alti livelli sanno più usare i congiuntivi.

Uno scorcio del Foro Romano

È chiaro che il problema si pone in particolare nell’ambito italiano e nella enclave vaticana, dove resta lingua di riferimento di molti documenti della Santa Sede. Fuori dai confini della penisola italiana, è quasi sempre una disciplina universitaria e per specialisti.

Il suo ruolo però è ancora importante proprio perché Twitter, sms e altri mezzi di comunicazione non possono sostituire l’espressione complessa e articolata che in molti ambienti e in conversazioni importanti si impone categoricamente. Ma questi programmi sono effimeri: oggi furoreggiano, domani sono già passati di moda.

Pensiamo alle esigenze delle relazioni internazionali, ai dibattiti in economia, alle delicate questioni dei rapporti fra culture diverse. Il latino è una lingua architettonica, ma allo stesso tempo sintetica, essenziale, strumento ideale per formulare concetti potenti capaci di impressionare. A volte di folgorare. Quello strumento diventa poi la base su cui si regge la costruzione del pensiero e la sua possibilità di esprimersi in modo efficace e impeccabile.

Il latino fa girare nel nostro cervello programmi di meravigliosa chiarezza e di stringente razionalità. I ragazzi e anche gli adulti possono continuare a giocare con le forme espressive della modernità. I più dotati fra di loro, però, sanno che si tratta solitamente di espressioni poco impegnative. Poi viene per tutti il momento di fare sul serio, di impegnare l’intero patrimonio neuronico, e allora la lingua di un impero mai morto, di un mondo che ha tracciato i contorni della nostra civiltà, può ancora dire la sua.

Valerio Massimo Manfredi

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11 dicembre 2017

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