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L’inganno luccicante
degli idoli

· All’udienza generale il Papa mette in guardia dalle tentazioni del successo, del potere e del denaro ·

Dan Goorevitch, «Il vitello doro» (2016)

«Successo, potere e denaro»: sono «i grandi idoli, le tentazioni di sempre» da cui il Papa ha messo in guardia all’udienza generale di mercoledì 8 agosto, nell’Aula Paolo VI. Proseguendo le catechesi sul Decalogo il Pontefice ha di nuovo approfondito il tema dell’idolatria affrontato nel primo comandamento, soffermandosi in particolare sull’«idolo per eccellenza, il vitello d’oro», con il suo «inganno luccicante» di cui parla il libro dell’Esodo (32, 1-8).

Dopo aver contestualizzato l’episodio biblico di riferimento nel «deserto, dove il popolo attende Mosè, salito sul monte», il Papa ha spiegato come il deserto simboleggi «la vita umana, la cui condizione è incerta e non possiede garanzie inviolabili». E poiché Mosè vi era «rimasto quaranta giorni, la gente si è spazientita» visto che mancava «il punto di riferimento: il leader, il capo, la guida rassicurante». Per questo il popolo, cadendo in un tranello, pretese «un dio visibile per potersi identificare e orientare» e chiese ad Aronne di fabbricare «un dio che cammini alla nostra testa», ovvero «un capo, un leader», dato che «la natura umana, per sfuggire alla precarietà cerca una religione “fai-da-te”».

Infatti, ha commentato il Pontefice attualizzando la riflessione, «se Dio non si fa vedere, ci facciamo un dio su misura». Come quello fatto da Aronne, «il vitello d’oro», ovvero «il simbolo di tutti i desideri che danno l’illusione della libertà e invece schiavizzano, perché l’idolo sempre schiavizza. C’è il fascino e tu vai. Quel fascino del serpente, che guarda l’uccellino e l’uccellino rimane senza potersi muovere e il serpente lo prende», ha aggiunto con un’immagine efficace. Ma per Francesco «tutto nasce dall’incapacità di confidare in Dio, di riporre in lui le nostre sicurezze». Del resto, «il riferimento a Dio ci fa forti nella debolezza, nell’incertezza e anche nella precarietà». Invece «senza primato di Dio si cade facilmente nell’idolatria e ci si accontenta di misere rassicurazioni».

Da qui la raccomandazione ad accogliere nella vita «il Dio di Gesù Cristo, che da ricco si è fatto povero per noi». Solo così, ha assicurato il Papa, «si scopre che riconoscere la propria debolezza non è» una «disgrazia, ma è la condizione per aprirsi a colui che è veramente forte». Infatti, ha concluso, «siamo stati guariti proprio dalla debolezza di un uomo che era Dio, dalle sue piaghe. E dalle nostre debolezze possiamo aprirci alla salvezza di Dio».

La catechesi del Papa

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