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​L’infinitamente complesso

· ​La fisica secondo Werner Kinnebrock ·

Nel 1980, Douglas Hofstadter vinceva il Premio Pulitzer per il best seller Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante. Il figlio del premio Nobel per la fisica Robert Hofstadter (1915-1990) aveva avuto l’intuizione geniale di proporre un approccio squisitamente creativo sulle origini del pensiero umano. 

Maurits Cornelis Escher, «Giorno e notte» (1938)

Attraverso dei paragoni incrociati fra discipline tanto diverse come la matematica, l’architettura e la musica, Hofstadter era riuscito a delucidare alcuni meccanismi basilari della formazione della conoscenza e, persino, della coscienza. Nel libro Micro e macro. Viaggio avventuroso tra atomi e galassie che Il Mulino ha deciso di pubblicare quest’anno, il matematico Werner Kinnebrock non ha sicuramente avuto la presunzione di uguagliare il classico dell’accademico newyorchese, ma ha comunque offerto un’opera scientifica, gradevolmente accessibile che, pagina dopo pagina, conduce il lettore a porsi domande fondamentali sulla percezione che l’uomo ha dell’universo e sul posto che l’uomo stesso occupa nell’universo.

Il matematico tedesco non è sconosciuto al pubblico italiano. Nel 2013, in Dove va il tempo che passa? Fisica, filosofia e vita quotidiana, Kinnebrock partiva dalla domanda rivolta da Albert Einstein (1879-1955) a Kurt Gödel (1906-1978) per analizzare le ultime scoperte della cosmologia moderna attraverso la lente interpretativa di grandi pensatori, come sant’Agostino, e di eminenti artisti come Luís de Góngora.

In dieci accattivanti capitoli il divulgatore tedesco riusciva a dimostrare come teologi, filosofi, artisti e scienziati avevano tutti contribuito a rispondere al dilemma che tormentava proprio il doctor gratiae che nelle Confessioni (XI, 14) scriveva: Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio («Cos’è quindi il tempo? Lo so, quando nessuno me lo chiede; ma, non saprei spiegarlo se qualcuno me lo chiedesse». Il divulgatore tedesco riesce quindi ad illustrare una paradossale verità che il grande esperto di geometria frattale — quella che, contrariamente a quella euclidea, meglio rappresenta le forme che si riscontrano in natura — Benoît Mandelbrot (1924-2010) aveva avvertito, ossia che il creato è una «sorprendente combinazione di estrema semplicità e di impressionante complessità».

di Carlo Maria Polvani

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20 settembre 2019

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