Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L'inesausta chiamata
al rinnovamento

«Gli americani, di tutti i popoli che mai siano apparsi su questa terra, possiedono forse la natura poetica più piena. Gli Stati Uniti in sé, nella loro essenza, sono il più grande dei poemi»: nel 1855, nella prefazione a Foglie d’erba, la raccolta di poesie a cui dedica un’intera vita, Walt Whitman costruisce e celebra l’identità in fieri del giovane popolo americano. L’epoca in questione è quella della corsa all’oro, della caccia al bisonte, della prima rete telegrafica, della leggendaria presidenza di Abramo Lincoln, della fratricida guerra di secessione e della successiva abolizione della schiavitù. Walt Whitman si auto-investe del ruolo di bardo, di poeta, cantando la vastità degli spazi, la vitalità delle moltitudini che popolano gli Stati Uniti, la tenacia dei pionieri, la prestanza fisica dei giovani, attraverso una poesia “democratica” che si fa canto dell’uomo comune, senza distinzione alcuna. 

Nato duecento anni fa, in un villaggio di Long Island il 31 maggio 1819 da padre di origini inglesi e da madre di origini olandesi, tra i suoi numerosi fratelli, tre prendono i nomi di gloriosi politici americani, ovvero Andrew Jackson, George Washington e Thomas Jefferson. Fondamentalmente autodidatta, Walt Whitman si trasferisce a Brooklyn, dove esercita in modo discontinuo le professioni di tipografo, maestro e giornalista. Per quest’ultimo mestiere ha l’opportunità di viaggiare da New Orleans a Chicago e New York, risalendo il Mississipi e i Grandi Laghi e scendendo lungo l’Hudson.
È il 1855 a rappresentare l’anno di svolta: Whitman pubblica a sue spese, sfruttando la sua esperienza di stampatore, la prima edizione di Foglie d’erba, un piccolo volume di novantaquattro pagine, contenente solo dodici poesie che, nelle nove edizioni successive, prendono il titolo definitivo de Il canto di me stesso. Il volume non riporta il nome dell’autore, ma mostra in prima pagina il ritratto a matita di un Whitman in maniche di camicia, in posa rilassata, scevra dal benché minimo riferimento a un qualche “piglio” intellettuale. Il nome dell’autore compare celato in una delle poesie più “militanti”: «Walt Whitman, un cosmo, figlio di Manhattan, / turbolento, carnale, sensuale, che mangia, beve e procrea, / Non un sentimentale, non uno che si considera superiore agli uomini e alle donne, o vuole starsene in disparte, / Non modesto più che immodesto».
Le immediate reazioni della critica a Foglie d’erba sono essenzialmente dure, categoriche, negative: più che la rivoluzionaria introduzione del verso libero, a essere motivo di scandalo sono i contenuti chiaramente sensuali, più o meno velatamente omoerotici, di un artista compromesso anima e corpo con la scrittura. Se lo scoraggiamento non prende il sopravvento, è in virtù di una lettera inviata al giovane poeta da Ralph Waldo Emerson, figura di assoluto e indiscusso rilievo nella cultura statunitense; lettera in cui il filosofo plaude, in cinque lunghe pagine, il “meraviglioso dono” rappresentato da Foglie d’erba definito come «il più straordinario lavoro di arguzia e saggezza che l’America abbia mai avuto». A questa raccolta Whitman lavora per circa quarant’anni, stampando in tutto ben nove edizioni, dalla prima del 1855 a quella detta “del letto di morte” del 1892.
Le sue poesie sono l’espressione di una radicale fiducia nelle forze dell’individuo, in cui risplende la scintilla divina della creazione: «Divino io sono dentro e fuori, e rendo santo tutto quello che tocco o che mi tocca. / (...) Questa testa vale più delle chiese o delle bibbie o delle fedi» (Canto di me stesso). Il poeta si fa profeta: i suoi versi, lontani da qualsiasi ripiegamento intimistico, con toni estatici o virulenti, passionali o dolci, mostrano la strada a un popolo in cammino: «Io canto l’individuo, la singola persona, / Al tempo stesso canto la Democrazia, la massa» (Dediche). È il nascente popolo statunitense la musa ispiratrice del poeta. Eppure questi versi, fatti di slanci, vibrazioni, inesauste lodi della corporeità e dei sensi, pur se radicati in una terra e in un popolo, sono in grado di parlare a chiunque, come dimostra il numero e la varietà di scrittori e artisti che a Whitman si sono ispirati e a lui continuano a far riferimento: da Borges a Neruda fino a William Carlos Williams, da Pessoa a Hopkins, da Kerouac a Ginzberg, solo per citarne alcuni.
La visione whitmaniana riguarda tutti perché è un inno alla libertà intesa come indipendenza di giudizio, liberazione dalle convenzioni sociali, rivalutazione dell’operato quotidiano, celebrazione della fatica e della gioia nella vita dell’uomo comune.
La poesia del Good gray poet, come Whitman amava farsi definire negli ultimi anni della sua vita per la lunga barba bianca, porta necessariamente a una ridefinizione della propria identità: di assoluta rilevanza è, a questo proposito, la riscoperta di un nuovo legame tra uomo e natura, dove la vastità dei paesaggi, lo spazio incontaminato, gli animali contemplati contribuiscono alla riscoperta della parte “selvaggia” all’interno di ognuno di noi. Il “wild” whitmaniano non ha niente di violento, ma è bensì una fondamentale dimensione esistenziale che l’uomo può recuperare solamente ascoltando il richiamo della natura, rendendosi conto di farne parte e di condividerne le stessi leggi creaturali. Una natura che non può essere soggiogata, dominata, pena la stessa sopravvivenza di questa stessa e dell’uomo.
In Whitman natura e cultura non sono in contrapposizione, poiché la natura umana è cultura: «L’opera dell’uomo — scrive nelle prose di Visioni democratiche — è egualmente grande nell’artificiale – in questa profusione di brulicante umanità – in queste prove di ingegnosità, strade, merci, case, navi – queste frettolose, febbrili, elettriche masse d’uomini». Il poeta ha fiducia che il sincero spirito americano, anche nei suoi «prodotti artificiali» rimanga in armonia con le “leggi” di un mondo naturale di cui fa parte. Mondo naturale posto sempre e comunque come pietra di paragone rispetto a cui rapportare la bontà della propria umanità.
Lo stesso vale per la poesia, quando Whitman, in Presso la riva dell’Ontario azzurro, si rivolge direttamente ai poeti d’America: «L’opera vostra sa resistere al paragone dei campi aperti, sulla riva del mare? / Posso assorbirla come assorbo cibo, aria, che poi riappaiono nella mia forza, nel passo, nel volto?». È ancora sul mondo esterno che si posa l’occhio del poeta quando nel Canto di me stesso dichiara: «Tutte le verità attendono in tutte le cose, / Esse non sollecitano la loro rivelazione, ma neppure vi resistono. / Non richiedono il forcipe dell’ostetrico».
È dunque nella visione chiara e intensa che risiede una creazione artistica orientata, anziché nei meandri dell’io, sulla realtà esterna, nello sforzo di giungere alla natura vera delle cose, di vederle infine con occhi vergini.
Il valore della poesia di Whitman, a duecento anni dalla sua nascita, risiede dunque nella sua inesausta chiamata al rinnovamento, nella profezia di fratellanza tra gli uomini, nella necessità di un’autentica armonia con il mondo naturale, nel desiderio di partecipazione alla costruzione del bene comune.

di Elena Buia Rutt

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE