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​L'ineffabile leggerezza delle bolle di sapone

· La statunitense Karen Uhlenbeck è la prima donna a vincere il premio Abel per la matematica ·

Era appena uscita dalla chiesa, dove aveva partecipato alla messa, quando sul sagrato le è squillato il cellulare. Una chiamata dalla Norvegia, e una voce che in un buon inglese le annunciava una notizia assai lieta: il conseguimento del premio Abel per la matematica. Karen Uhlenbeck, 76 anni, è la prima donna a vincere il prestigioso riconoscimento. Istituito nel 2001, prende il nome dal matematico norvegese Niels Henrik Abel. Viene considerato alla stregua del premio Nobel per la matematica (che, come è noto, non esiste) e della medaglia Fields, che ha una storia più lunga (1936) ma viene assegnata solo a matematici che hanno meno di 40 anni. Sarà il re Harald v di Norvegia a consegnare l’ambito premio a Uhlenbeck, professoressa emerita dell’università del Texas, ad Austin, il prossimo 21 maggio a Oslo.

Nella motivazione del riconoscimento, conferitole per le sue teorie sull’analisi geometrica, vengono elogiate quelle idee che «hanno rivoluzionato la comprensione delle superfici minimali (come quelle formate dalle bolle di sapone) e dei problemi di minimizzazione sulle grandi dimensioni». Si è, in sostanza, nel campo della matematica che sconfina nella fisica teorica: le scoperte di Uhlenbeck hanno esercitato una significativa influenza nella fisica delle particelle, nella teoria delle stringhe e nella relatività generale.
«Lei ha fatto cose che nessuno avrebbe mai pensato si potessero fare» ha affermato, citata dal «New York Times», Sun-Yung Alice Chang, che insegna matematica alla Princeton University e che è stata uno dei cinque membri della giuria del premio, nell’ambito dell’Accademia norvegese delle Scienze e delle Lettere.
Ricordano gli studenti che Uhlenbeck ha sempre esortato ad andare al fondo delle cose e a non accontentarsi del «visibile», poiché — amava ripetere — l’universo è «ozioso» e non è lui a prendere l’iniziativa per svelare i suoi segreti. È allo scienziato, nel senso generale del termine, che spetta il compito, o meglio la missione, di indagare i misteri del cosmo nelle loro diverse dinamiche e differenti accezioni.
Anche nel caso di Karen Uhlenbeck è dato di riscontrare un triste cliché, ovvero la difficoltà di emergere e di imporsi, nonostante le sue doti e i suoi meriti, nel mondo accademico dominato dalla presenza maschile. Prova ne sia che Uhlenbeck, nel 1990, è stata la seconda donna a tenere i cosiddetti “discorsi plenari” (plenary talks) in occasione dell’International Congress of Mathematicians, che si svolge ogni quattro anni. Durante ogni incontro si tengono dai dieci ai venti discorsi plenari, pronunciati solo da uomini. La prima donna autorizzata a prendere la parola in questa solenne e prestigiosa assise è stata, nel 1932, la tedesca Emmy Noether, insigne matematica.
«È inquietante — ha dichiarato Uhlenbeck, sempre citata dal “New York Times” — che siano passati tanti anni, dal 1932, prima che un’altra donna potesse salire su una cattedra per parlare ai colleghi maschi riguardo a materie e a competenze comuni». Nello stesso tempo la matematica statunitense si ritiene fortunata perché alla fine, dopo tanti sacrifici, è riuscita a veder riconosciuti i propri meriti: invece sono numerose le donne che, nonostante posseggano qualità eccelse, non ce la fanno. Perché osteggiate.

di Gabriele Nicolò

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