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L’India al bivio
fra modernità
e sussulti populisti

· Novecento milioni di elettori si recheranno alle urne a partire dall’11 aprile ·

L’India va al voto. È sempre impressionante l'esercizio elettorale di quella che gli indiani amano definire orgogliosamente «la democrazia più grande al mondo»: oltre 900 milioni di cittadini potenziali votanti, più del doppio — per avere una misura — rispetto a quelli chiamati alle urne alle prossime elezioni europee, 400 milioni di elettori totali nelle 27 nazioni dell’Unione Europea. Si può ben comprendere, allora, come la macchina organizzativa nel secondo stato più popoloso del pianeta dopo la Cina (sono oltre 1,3 miliardi i cittadini indiani), risulti particolarmente complessa. Nell'Unione indiana, che include ventinove stati federati e sette territori, il processo per scegliere, tra oltre ottomila candidati, i 543 membri della Lok Sabha, la camera bassa del parlamento federale, eletti con il sistema uninominale secco, si svolge in sette fasi. Le operazioni di voto, infatti, durano oltre un mese: si comincia l'11 aprile e si finisce il 19 maggio, mentre i conteggi inizieranno il 23 maggio. Accanto al voto per il parlamento federale, si eleggeranno, inoltre, i membri di quattro assemblee statali: in Andhra Pradesh, Sikkim, Arunachal Pradesh e Orissa.

A contendersi il governo del paese sono due schieramenti principali: il Bharatiya Janata Party (Bjp, «Partito del popolo indiano»), partito nazionalista dell’attuale primo ministro Narendra Modi; e il Partito del congresso indiano, la storica formazione che affonda le radici nella lotta di indipendenza dell’India dall'Impero britannico. Il Congresso nazionale indiano è guidato oggi da Rahul Gandhi, rampollo di quella dinasta Nehru-Gandhi che è una delle famiglie più importanti della nazione: basti pensare che suo bisnonno Jawaharlal Nehru, sua nonna Indira Gandhi e suo padre Rajiv Gandhi hanno ricoperto la carica di primo ministro mentre sua madre Sonia Gandhi è attualmente presidente del Partito del Congresso. E se il suo partito ha attraversato un decennio di lenta decadenza, irresistibile è stata, d’altro canto, l'ascesa della formazione nazionalista del Bjp che, in una cavalcata politica avviata nel 1984, per guadagnare consensi ha saputo e deliberatamente scelto di sfruttare il fattore religioso, sulla spinta di potenti organizzazioni nazionaliste come «Rashtriya Swayamsevak Sangh» (Rss, il Corpo nazionale dei volontari). E così l'induismo trasformato nell’ideologia dell’hindutva, che predica «una nazione, una cultura, una religione», condito da un identitarismo che non ha fatto sconti alle minoranze religiose musulmane e cristiane, ha rappresentato una comoda strada per conquistare il potere. A farne le spese, il volto di quell'India che 70 anni fa pensarono Nehru e di Gandhi: una nazione laica, multiculturale, inclusiva e nonviolenta.

Oggi, dopo cinque anni di governo e una serie di promesse non mantenute, il leader Narendra Modi, salito al potere da «uomo forte», registra un declino nel gradimento degli elettori e, in questo scenario, solo la recente crisi del Kashmir, al confine indo-pakistano, gli ha dato l'opportunità per tornare a rimarcare i temi della sicurezza e dell’identità che hanno fatto facilmente presa sull’elettorato.

«Nell'anno in cui la nostra nazione celebra l'anniversario dei 150 anni dalla nascita di Mahatma Gandhi, il prossimo 2 ottobre, si può ben dire che l'India è a un bivio: da un lato le forze nazionaliste, che hanno generato nella società un clima di intolleranza, violenza, discriminazione; dall'altro tutte le componenti politiche, sociali e religiose che hanno sempre promosso e difeso l’India come culla del pluralismo culturale e religioso, come uno stato che rispetta e onora profondamente i diritti e la dignità umana», spiega a «L’Osservatore Romano» Ignacius Gonsalves, giornalista e intellettuale cattolico dello stato del Kerala, neo eletto presidente della «Indian Catholic Press Association». «In questa direzione – ricorda l'analista – va l'appello di oltre duecento scrittori indiani dell’Indian Writers’ Forum (tra i quali Girish Karnad, Arundhati Roy, Amitav Ghosh e altri), i quali, alla vigilia del voto, hanno diffuso un messaggio che invita a eliminare l’odio dalla politica». L'appello ricorda che «la Costituzione garantisce a tutti i suoi cittadini uguali diritti, libertà di mangiare, pregare e vivere come essi vogliono, libertà di espressione e diritto al dissenso», stigmatizzando «la polarizzazione della società su base religiosa, la politica di esclusione, la disuguaglianza e la violenza».

di Paolo Affatato

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18 agosto 2019

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