Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L’incontro
è sempre possibile

· Intervista al cardinale Jean-Louis Tauran ·

Francesco e il Grande imam di al-Azhar in Vaticano (7 novembre)

Il dialogo è un cammino che è sempre possibile percorrere, per questo va promosso malgré tout. Perché il cristiano è chiamato a una testimonianza coerente anche nelle difficoltà, soprattutto in un mondo in cui sempre più violenze vengono perpetrate in nome di Dio o della religione: non ha dubbi il cardinale presidente Jean-Louis Tauran, nel tracciare un bilancio delle attività svolte dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso nell’anno che sta per concludersi. Proprio nei giorni in cui i riflettori dei media tornano a riaccendersi sulla “questione Gerusalemme”, in un’intervista all’Osservatore Romano il porporato ribadisce il fermo no contro ogni tentativo di strumentalizzare la religione a fini politici.

Le recenti scelte dell’amministrazione Trump hanno riacuito tensioni mai sopite nella città santa. Ci sono ancora speranze per una pace stabile in Medio oriente?

Penso proprio di sì. Il dialogo deve proseguire a tutti i livelli. Basti pensare a quanto accaduto per una significativa coincidenza lo scorso 6 dicembre, quando è stata resa nota la decisione della Casa Bianca. In quella stessa mattina il Papa ha ricevuto prima dell’udienza generale i partecipanti a una riunione tra il nostro dicastero e la commissione per il dialogo interreligioso dello stato di Palestina. Alla delegazione di alto rango, guidata dallo sceicco Mahmoud Al-Habbash, giudice supremo, il Pontefice ha rivolto un’esortazione a collaborare, che ha trovato risposta nella firma di un memorandum d’intesa per l’istituzione di un gruppo di lavoro permanente. Insomma si è trattato di un esempio di testimonianza interreligiosa molto rilevante, un prudente avvicinamento nel segno dell’amicizia, in direzione opposta all’incendiario propagarsi dell’odio e dell’ira.

Dunque incontrandosi e parlandosi tutto è possibile?

Noi ci crediamo: in fondo, nonostante le posizioni che a volte possono sembrare distanti, bisogna promuovere spazi di sincero dialogo. Malgré tout, malgrado tutto, noi siamo convintissimi che si può vivere insieme; come dimostra il Papa che quotidianamente continua a sottolineare l’importanza del rispetto reciproco con i fedeli di altre tradizioni. E non solo con l’islam, ma anche per esempio con i buddisti, come ha fatto durante il recente viaggio in Asia.

O come fa negli incontri che a volte il mercoledì precedono le udienze generali?

Sta diventando una sorta di consuetudine: Francesco riceve piccole delegazioni che noi accompagniamo. Ricordo l’incontro di marzo con le sovraintendenze irachene per sciiti e sunniti e quella per cristiani, yazidi, sabei/mandei: «Tutti siamo fratelli, e dove c’è fratellanza c’è pace», ha detto Francesco in quella circostanza, ricorrendo all’immagine delle dita di una mano: «sono cinque, ma tutte diverse». Più di recente ci sono state a settembre l’udienza al segretario generale della Lega musulmana mondiale, Muhammad Al-Issa, e a ottobre alla World Conference of religions for peace, durante la quale il Papa ha rimarcato l’importanza «della cooperazione interreligiosa per opporsi ai conflitti e far progredire lo sviluppo». Che è poi quanto fa il nostro dicastero attraverso l’organizzazione di seminari a Roma o la partecipazione a conferenze internazionali.

Quali sono stati i più importanti appuntamenti di quest’anno?

Il 2017 si è aperto con l’annuale incontro con i membri dell’Ufficio per il dialogo interreligioso e la cooperazione del Consiglio ecumenico Chiese (Wcc), svoltosi nella nostra sede all’indomani della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. A febbraio mi sono recato al Cairo per un simposio organizzato dall’università di al-Azhar sul ruolo del Grande imam e del Vaticano nel contrastare i fenomeni del fanatismo e dell’estremismo in nome della religione. E a maggio sono stato a Rabat per una giornata di studio promossa dall’Accademia reale del Marocco. Infine a novembre si è tenuto a Taiwan il sesto colloquio buddista-cristiano sul tema della non violenza: ai lavori è intervenuto il sottosegretario monsignor Indunil Kodithuwakku, mentre io ho tenuto la relazione conclusiva. Infine, da ricordare la mia partecipazione, su invito della Comunità di Sant’Egidio alla conferenza «strade di pace» che il 6 novembre mi ha dato l’occasione di condividere momenti di fraternità con il Grande imam di al-Azhar.

Molto ha viaggiato il vescovo segretario Miguel Ángel Ayuso Guixot: a marzo in Qatar per la quinta conferenza del Research center for islamic legislation and ethics sul tema «conflitto e resistenza etica: verso una comprensione critica della jihad e della “guerra giusta”» e a luglio dapprima in Egitto, dove nella sede della nunziatura apostolica è stato studiato un documento di intesa con al-Azhar per una futura collaborazione comune, quindi in Camerun per l’undicesima assemblea plenaria dell’Associazione delle conferenze episcopali della regione dell’Africa centrale (Acerac). Ad agosto, il missionario comboniano è volato in Giappone per il trentesimo incontro di preghiera per la pace svoltosi sul monte Hiei, a Kyoto, quindi in Cile per la seconda conferenza «America in dialogo. Nostra casa comune». Infine si è recato a Berkeley, California, assieme a monsignor Khaled Akasheh, capo ufficio per l’islam, al quarto seminario del forum cattolico-musulmano, nato dalla famosa Lettera dei 138 «Una Parola Comune».

E a metà anno, quasi come un ideale giro di boa, c’era stata l’assemblea plenaria del Pontificio consiglio dedicata al ruolo delle donne nell’educazione alla fraternità universale. Un tema innovativo?

È una chiave di lettura che si ispira al magistero pontificio. Francesco ha sempre chiesto di valorizzare la presenza femminile dandole maggior spazio. E ricevendoci al termine dei lavori ha ribadito che «la donna, possedendo caratteristiche peculiari, può offrire un importante apporto al dialogo con la sua capacità di ascoltare, di accogliere e di aprirsi generosamente agli altri».

Quale significato hanno i messaggi che inviate per le feste di altre religioni?

Si tratta di gesti di cortesia, nei quali ci uniamo ai momenti di gioia vissuti dai fedeli in varie parti del mondo. Basti pensare al messaggio che da cinquant’anni indirizziamo ai musulmani nel mese del Ramadan, incentrato in questo 2017 sulla cura della nostra casa comune. Per il Vesakh/Hanamatsuri abbiamo chiesto ai buddisti di percorrere insieme la via della non violenza, mentre per il Divali abbiamo esortato gli indù ad andare oltre la tolleranza. Inoltre ho anche scritto una lettera ai lavori della Christian-Confucian consultation tenutasi in Corea.

C’è un’immagine simbolo che secondo lei riassume tutto il lavoro di quest’anno?

Forse proprio quella pubblicata dall’Osservatore Romano in prima pagina in occasione dell’udienza pontificia del 7 novembre al Grande imam di al-Azhar, Ahmed Muhammad al-Tayyib. Al termine Francesco ha invitato lo sceicco a pranzo a Santa Marta, dove i due si sono diretti a piedi, conversando durante il breve tragitto. Dunque gli sforzi del Papa e nostri si sono concretizzati in questa fruttuosa visita del leader religioso dell’islam sunnita svoltasi in un’atmosfera di simpatica familiarità. Tutto ciò dimostra l’importanza per noi cristiani di rimanere ancorati con coerenza alla nostra fede, nelle difficoltà di un mondo così plurale, senza cedere allo scoramento: per una migliore comprensione delle sfide caratteristiche di una realtà multiculturale e per testimoniare che è possibile convivere, nella convinzione che l’amore è la sola forza capace di rendere il mondo un luogo migliore per tutti.

di Gianluca Biccini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

12 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE