Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La novantenne
e i liceali

Lo scorso 6 febbraio Gianluca Vago, rettore dell’Università degli studi di Milano, ha conferito la laurea magistrale ad honorem in relazioni internazionali a tre donne, madri di desaparecidos in Argentina e in Messico. Tra queste vi era Vera Vigevani Jarach.
Grazie alla mediazione di un ex alunno e all’Associazione 24 Marzo Onlus, la incontriamo con 300 studenti nel liceo dove insegniamo alle porte di Milano: ci sorprenderà enormemente la relazione instauratasi tra questa signora novantenne e i giovani degli ultimi anni del classico e dello scientifico radunati in un Auditorium dove già altre volte sono risuonate voci in difesa dei diritti umani. Anni fa anche quella di Liliana Segre. 

Vera Vigevani  Jarach con gli studenti del liceo Banfi di Vimercate

La maggioranza dei ragazzi e delle ragazze non conoscono Vera e la sua storia, che è lei stessa a raccontare. La sua infanzia vissuta a Milano in una affettuosa famiglia ebrea fino al 1939, quando con i suoi cari (tranne un nonno che morirà ad Auschwitz) sarà costretta alla fuga in Argentina. La sua attività di giornalista presso l’Ansa a Buenos Aires e quindi la seconda tragedia che colpisce il suo nuovo paese e la sua nuova famiglia: aveva solo 18 anni sua figlia Franca, vitalissima studentessa politicamente impegnata, quando scomparve per sempre a causa della dittatura.
Gli studenti ascoltano in silenzio. Alla fine di un discorso vibrante e appassionato le porgono domande tenere, e attente: «Lei come sta?»; «Come ha vissuto con suo marito la scomparsa di Franca?»; «Perché quel fazzoletto bianco in testa?»; «Pensa di poter perdonare?».
Spiace constatare che solo un ragazzo le chieda del governo argentino ai tempi della dittatura di Videla; nessuno si ferma sul tema dell’informazione di cui Vera ha parlato ampiamente, denunciando silenzi e censure. Eppure le voci — soprattutto femminili — che prendono una dopo l’altra il microfono rivelano comprensione per questa straordinaria donna capace di reagire, far corpo con altre donne, riuscendo così a non soccombere al dolore. Sentiamo che gli studenti colgono la voglia di Vera di testimoniare per la verità dell’informazione e la difesa delle giustizia. Condividono l’orrore delle persecuzioni e dei voli della morte, e anche le lacrime perenni di quelle madri.
«Eravamo sì pazze, ma di dolore» ammette Vera, mentre presenta il coraggio delle compagne che hanno scelto di uscire di casa, occupare uno spazio pubblico — la celebre Plaza de Mayo di Buenos Aires — per una protesta che ancora non è cessata. «Perché ancor oggi giustizia non è stata fatta e le responsabilità non sono state ammesse» continua Vera, che si definisce «una partigiana della memoria».
In sala c’è un gruppo di allievi che partecipa al laboratorio teatrale dell’Istituto, sotto la guida di un docente. Cogliamo una vibrazione positiva in loro quando Vera ricorda l’importanza del teatro nella protesta alla dittatura. A Buenos Aires gli attori e le attrici avevano deciso di recitare ogni lunedì sera, quando solitamente i teatri sono chiusi per riposo: uno dei tanti modi per vivere la resistenza.
Qualche giorno dopo l’evento, Guendalina, studentessa al quinti anno del liceo scientifico, ci confida di aver taciuto una domanda per non turbare troppo quella donna straordinaria. Le avrebbe voluto chiedere qualcosa della figlia Franca e soprattutto come fosse stato possibile che una ragazza di soli 18 anni risultasse pericolosa al punto da essere rapita e poi uccisa — «Noi ragazzi di oggi abbiamo tutt’altro per la testa», ammette. E si chiede: «Non abbiamo forse fatto passi indietro?».
I ragazzi e le ragazze del Liceo Banfi di Vimercate difficilmente potranno dimenticare quelle parole e quel volto anziano e allegro, nonostante tutto. E anche quello giovanissimo e dolce di Franca: un’aula della scuola le è stata dedicata; una sua foto campeggia davanti alla porta di ingresso. «La scattò un fidanzato di Franca», ci confida Vera, «Per fortuna aveva avuto un fidanzato, anzi due». La memoria si colora così di un affetto caldo e vitale.

di Antonella Cattorini Cattaneo

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE