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L’incomprensibile vedova deragliante

· Non convince l’ultimo libro di Joyce Carol Oates ·

È la prima volta che la prolifica scrittrice americana Joyce Carol Oates (classe 1938) parla tanto di sé. Mai si era svelata così.

Al termine di un matrimonio durato quasi cinquanta anni, nel suo ultimo libro (ultimo di oltre settanta), A Widow’s Story. A Memoir (New York, Ecco, 2011, pagine 432, dollari 27,99) ella non racconta né il mezzo secolo passato con Raymond Smith, né la storia di suo marito. Racconta (o cerca di raccontare), invece, se stessa alle prese con questa perdita. Una perdita che avverte come insostenibile ( My husband died, my life collapsed ), anche se al termine delle oltre quattrocento pagine non si ha tanto l’impressione di aver letto d’amore (o dintorni).

È uno sfogo, ma ha qualcosa di trattenuto. Le tante riflessioni, mail, appunti e qualche ricordo domestico e di gioventù, sono singolari finanche per una scrittrice mai facile come ella è, una scrittrice che qui però diventa quasi irriconoscibile. Certo, non manca qualche zampata (dall’ironico progetto di indossare la maglietta «sì-mio-marito-è-morto, sì-sono-molto-triste, sì-grazie-per-le-condoglianze, ma-ora-possiamo-cambiare-argomento?», al poetico «ovunque l’odore della malinconia, che poi è l’autentico odore della memoria»), ma sono quisquilie. Qualcosa, infatti, non torna.

Si sa, quando ci si sfoga si è ripetitivi, incoerenti, ossessivi. E Joyce Carol Oates, positivamente singolare nelle sue narrazioni, molto spesso lo è. Si tratta, molto probabilmente, della sua cifra distintiva. Ugualmente, però, qui qualcosa traballa.

Fino a un certo punto, infatti, il libro descrive l’umana reazione alla prospettiva della perdita. La donna, per la prima volta in via sua, sviene («sicché questo è svenire?»). Si attacca a tutto, a qualsiasi speranza, ma — tragica ironia della sorte — mentre lei è a casa a dormire, dopo giorni trascorsi al capezzale del marito, lui muore in ospedale circondato da estranei. Il senso di colpa è massacrante.

E così lo squilibrio mentale della vedovanza e il deragliamento che ne deriva (espressioni sue), sono seguiti dal grande dubbio che, forse forse, in fondo la moglie il marito non l’ha mai veramente conosciuto. Chi era davvero quell’uomo con cui ha vissuto per cinquant’anni sempre come se si fossero appena incontrati? Come se, superando l’innata timidezza, stessero prendendo via via confidenza?

Tante erano, del resto, le cose che preferivano non dirsi e non condividere per non offendersi o non sorprendersi. Né Raymond Smith lesse mai i suoi romanzi e i suoi racconti («un po’ forse ora me ne pento»).

«Nel nostro matrimonio — scrive — per quanto possibile, eravamo soliti non dirci nulla che fosse sconvolgente, demoralizzante, noioso o deprimente. Perché quale è lo scopo di condividere la tua miseria con un’altra persona, se non rendere miserabile anche quella persona?». Chissà. Forse qualche alternativa sarebbe invece possibile.

Certo è, prosegue Joyce Carol Oates, la vedova non deve mai dimenticare come la morte del marito sia accaduta a lui, non a lei. Ma anche qui, non sono due cose diverse la morte in sé, da un lato, e, dall’altro, l’effetto che essa provoca in chi resta? E se (come lei scrive) tutte le memorie sono viaggi e indagini, alcune però hanno qualcosa in più: sono autentici pellegrinaggi, come il suo. Chissà, però, verso dove.

Perché ciò che il libro non dice — ma Joyce Carol Oates lo ha detto chiaramente al «London Times» — è che, dopo poco, la vedova si è risposata. Ray Smith muore nel febbraio 2008, e in agosto la donna incontra il suo futuro marito, con cui convola a nozze nel marzo 2009 («è un argomento taboo quello di come i morti sono traditi dai vivi»).

Nell’ultima frase del suo memoir Joyce Carol Oates ha scritto che tra gli innumerevoli doveri della vedova, ve n’è solo uno veramente importante, quello di ritrovarsi ancora viva nell’anniversario della scomparsa dell’amato: perché non dirci il metodo da lei adottato? Altrimenti viene il dubbio che alcune persone per sentirsi vive abbiano bisogno di sapersi sposate.

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16 settembre 2019

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