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L’impronta
del Profeta

· Nell'islam ·

Il tuo passo ha lasciato l’impronta sulla pietra,
non sulla sabbia, o nella valle della Mecca
Taqi al-Din al-Subki

Nella città santa di Gerusalemme due luoghi portano la traccia indelebile dell’irruzione improvvisa del sacro impressa sulla roccia. Nel primo si venera la sacra impronta lasciata da Gesù nel momento della sua ascensione in cielo, della quale i cristiani e i musulmani attendono il compimento con il ritorno di Gesù alla fine dei tempi.

A protezione di questa impronta fin dal iv secolo sorgeva una basilica cristiana, che fu distrutta e ricostruita varie volte assieme a Gerusalemme, fino a quando il celebre sultano ayyubide Saladino, nel XII secolo, fece costruire l’attuale santuario sormontato da una cupola. Ogni anno, nel giorno dell’Ascensione, differenti comunità cristiane si ritrovano per ricordare l’evento e venerare la sacra impronta.

Il secondo luogo si trova a poca distanza dal primo, nella zona dove un tempo sorgeva l’antico Tempio di Gerusalemme e ora si innalza la Cupola della Roccia. Qui si venera la sacra impronta impressa da Muhammad, il profeta dell’islam, nel momento della sua ascensione in cielo, sei secoli dopo quella di Gesù. Secondo la tradizione islamica Muhammad viaggiò da Mecca a Gerusalemme a cavallo del Buraq, una cavalcatura celeste che si spostava così rapidamente da mettere lo zoccolo «nel punto più lontano in cui giunge lo sguardo». Sebbene nella geografia sacra islamica la Mecca rappresenti il centro del mondo, per Muhammad fu necessario raggiungere Gerusalemme per poter intraprendere la sua ascensione verso la Porta del Cielo. Nella credenza islamica, quando il Buraq giunse alla Roccia appoggiò uno zoccolo, lasciando un’impronta sulla pietra. Muhammad scese dalla sua cavalcatura, e nel momento in cui iniziò la sua ascensione la Roccia volle salire assieme a lui e soltanto l’intervento dell’angelo Gabriele riuscì a impedirlo, lasciandovi un’impronta della sua mano. In quella stessa occasione anche l’impronta di Muhammad s’impresse sulla pietra, dov’è ancora oggi visibile all’interno di un reliquiario di metallo dorato dotato di una piccola porta e sormontato da una cupoletta, fatto costruire nell’angolo sudorientale della Roccia nel 1609 dal sultano ottomano Ahmed. La pietra è incastonata in una struttura di marmo bianco che riporta al centro un’iscrizione calligrafica in rilievo con la formula «Muhammad è il messaggero di Dio».

Nell’immaginario simbolico comune alle tre religioni abramitiche, queste due ascensioni avvennero lungo l’altissima scala di Giacobbe: il profeta figlio di Isacco e nipote di Abramo la vide in un sogno veridico dopo aver appoggiato il capo su una pietra, che consacrò poi come un altare con il nome di Betel, ovvero «casa di Dio». Giacobbe in sogno ascoltò la parola di Dio mentre osservava gli angeli salire e scendere dalla scala. Su questa scala avvenne poi l’ascensione di Gesù, e ancora la vide il profeta Muhammad prima di iniziare la sua ascensione, e scorse sopra di lui schiere di angeli splendenti come pietre preziose, in movimento continuo tra la terra e il cielo. Il punto più alto di questa scala è la Porta del Cielo, e il suo punto più basso è la Casa di Dio sulla terra. È questo uno dei luoghi in cui il re dell’universo fa discendere la sua santa presenza, un trono terrestre a immagine del suo trono celeste, al-Arsh, un poggiapiedi terrestre a immagine del suo poggiapiedi celeste, al-Kursi, e delle impronte terrestri a immagine delle sante impronte dei piedi celesti, al-Qadaman. Ibn al-‘Arabi, maestro massimo del misticismo islamico, descrisse nel XIII secolo la struttura del trono celeste nel manoscritto autografo delle Rivelazioni meccane, summa della sua dottrina spirituale, mentre l’arte islamica ne ha spesso raffigurato l’impressione terrestre, ovvero le sacre impronte di Gerusalemme.

Oltre a impronte di ascensione, la tradizione islamica venera anche impronte di fondazione. Nella moschea santa della Mecca, anch’essa chiamata «casa di Dio» dai musulmani, ritenuta immagine del trono divino sulla terra, è venerata un’antica impronta, il Maqam Ibrahim, la «stazione di Abramo». Secondo le tradizioni islamiche, l’impronta dei piedi di Abramo s’impresse miracolosamente nella pietra nel momento in cui si accingeva a costruire la Ka‘ba assieme al proprio figlio Ismaele, padre degli arabi e progenitore di Muhammad. Il Corano prescrive di compiere delle preghiere rituali accanto alla Stazione di Abramo e quest’azione è diventata parte integrante del pellegrinaggio islamico, Hajj.

Muhammad è considerato dai musulmani come un novello Abramo e non a caso, secondo le tradizioni, i suoi piedi si adattavano perfettamente all’impronta lasciata dal suo antenato. Un’impronta profetica, così come più in generale ogni reliquia, verrà chiamata dai musulmani athar, «traccia», la medesima parola con cui l’antica terminologia degli arabi del deserto definiva l’incisione sullo zoccolo del dromedario che permetteva a ogni padrone di riconoscerne l’impronta univoca sulla sabbia.

La letteratura islamica celebrerà il miracolo dell’impronta del profeta soprattutto attraverso la poesia, come in questi versi di Taqi al-Din al-Subki che risalgono al XIV secolo: «Il tuo passo ha lasciato l’impronta sulla pietra, non sulla sabbia, o nella valle della Mecca».

Nell’immaginario islamico un intervento soprannaturale non può lasciare il segno su un supporto terreno malleabile come la sabbia o la terra, che spesso nella simbologia islamica indicano la natura effimera di questo mondo, ma possono lasciarlo su un supporto solido come la pietra, che simboleggia invece la realtà eterna dell’aldilà, sulla quale soltanto l’intervento soprannaturale di Dio è in grado d’imprimersi in maniera indelebile.

Le impronte dei profeti, e quella di Muhammad in particolare, considerate nella loro natura di calco negativo di una figura piena per indicare una presenza invisibile, si adatteranno perfettamente alla tendenza aniconica dell’islam. Esse rappresenteranno inoltre un simbolo della via religiosa e spirituale, come affermerà nell’XI secolo il maestro sufi Junayd di Baghdad: «Tutte le vie sono chiuse alle creature, tranne la via di colui che pone i suoi passi in quelli del messaggero di Dio, che segue la sua tradizione, e persiste sulla strada che egli ha indicato. Un cammino colmo di benedizioni si dispiega allora davanti a lui».

Ibn al-‘Arabi, sempre nelle Rivelazioni meccane, descriverà una sua visione mistica durante la quale comprese che la via di ogni santo musulmano procede seguendo le impronte di un particolare profeta, e nella quale vide il proprio maestro andaluso ‘Uryabi camminare sulle impronte di Gesù.

 Il motivo iconografico del sandalo di Muhammad

La venerazione delle impronte di Muhammad, così come più in generale quella delle sue reliquie, è strettamente legata alla diffusione della civiltà islamica secondo le linee di espansione dei differenti imperi, poiché i sovrani le dislocarono nelle capitali dei loro regni per legittimare dal punto di vista religioso il loro potere temporale. Alcune di queste impronte, nel corso del XVI secolo, in epoca Moghul, comparvero nel subcontinente indiano, dove la pratica della venerazione delle impronte di Muhammad conobbe una grande diffusione, inserendosi in maniera naturale in un’antica tradizione locale in cui si veneravano, tra le altre, antichissime impronte attribuite a Vishnu o al buddha Shakyamuni. Anche l’impero ottomano ereditò alcune impronte di Muhammad, conservate ancora ai nostri giorni a Istanbul, in particolare nel palazzo Topkapi, dove è possibile osservarne due esemplari: la prima è un’impronta, del piede destro, che era in precedenza conservata nella provincia ottomana della Libia, mentre la seconda, del piede sinistro, è ritenuta una copia dell’impronta che si trova sulla Roccia di Gerusalemme, scolpita con grande maestria in una pietra nera striata di giallo.

L’impronta di Muhammad è venerata anche sotto la forma dei suoi santi sandali, al-Na‘layn, il cui esemplare più celebre è conservato anch’esso nel palazzo Topkapi di Istanbul. Da questo modello sacro deriva il motivo iconografico del sandalo di Muhammad, che conserva una valenza simbolica analoga a quella dell’impronta stessa.

Il sandalo di Muhammad è divenuto un simbolo del profeta dell’islam, e lo si ritrova frequentemente nella poesia di lode nei suoi confronti, dove spesso viene trattata la dimensione più soprannaturale e spirituale della sua figura. Tra i numerosi passi poetici che citano i santi sandali del profeta, spiccano alcuni versi attribuiti alla poetessa andalusa del XIII secolo Umm al-Sa‘d al-Himyariyya: «Se non troverò il modo di baciare il sandalo del profeta ne bacerò l’immagine ma forse riuscirò a baciarlo nel luogo più luminoso del paradiso e lo strofinerò sul cuore per placare la passione che si agita in esso».

di Luca Patrizi

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12 dicembre 2019

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