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L’importanza cruciale
dei particolari

· A partire dal romanzo «Sete» di Amélie Nothomb ·

In questi giorni è uscita la notizia del nuovo romanzo, il ventottesimo, della scrittrice francese Amélie Nothomb, Soif («Sete», Parigi, Albin Michel, 2019, pagine 162, euro 17,90), in cui, è questa la vera notizia, la voce narrante è quella di Gesù di Nazaret. Niente di nuovo sotto il sole, in realtà, mettiti in fila cara Amélie, la lista di vangeli “apocrifi” o “quinti” per citare quello di Mario Pomilio, è pressoché infinita; da questo punto di vista il finale del quarto Vangelo suona profetico: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Giovanni, 21,25).

Quanti sono stati gli autori e gli artisti che si sono cimentati nel colmare i “buchi”, immaginare i “fuori scena” o le scene alternative della più grande storia mai raccontata?

Il titolo scelto per questa ennesima versione del Vangelo, forse fa riferimento a una delle ultime parole dette da Gesù sulla croce, «Ho sete» (Giovanni 19,28), non è chiaro, ma certo questa infinita proliferazione di opere d’arte ispirate alla figura di Cristo rivelano una vera e propria “sete” degli artisti di penetrare nel mistero più affascinante della storia dell’umanità: l’identità dell’uomo che ha detto di essere Dio ed è morto come un bestemmiatore alle porte di Gerusalemme.

Ancora il pubblico italiano non conosce il testo di Sete ma alcune testate giornalistiche hanno già tradotto e pubblicato l’incipit che risulta molto accattivante: «Ho sempre saputo che sarei stato condannato a morte. Il vantaggio di questa certezza è che posso accordare la mia attenzione a ciò che lo merita: i dettagli». Il testo stimola la riflessione verso direzioni molteplici: teologiche, psicologiche, morali, letterarie... vale la pena per ora concentrarsi su quest’ultima direzione.

I dettagli quindi, scrive la Nothomb, sono le cose meritevoli (forse le più meritevoli?) dell’attenzione degli uomini. Quell’attenzione che va “accordata”, bellissima espressione, c’è di mezzo il cuore. L’incipit di Seif ricorda un altro incipit potente, quello del romanzo Una risata nel buio di Vladimir Nabokov: «C’era una volta a Berlino, in Germania, un uomo che si chiamava Albinus. Era ricco, rispettabile e felice; un giorno abbandonò sua moglie per una giovane amante; l’amava; non era amato; e la sua vita finì in catastrofe. Ecco tutta la storia e noi avremmo potuto lasciarla così, non ci fossero stati l’interesse e il piacere di raccontarla; e sebbene la superficie di una pietra tombale orlata di muschio sia sufficiente a contenere il riassunto della vita di un uomo, i dettagli sono sempre i benvenuti».

I due testi si incrociano e rivelano uno degli aspetti fondamentali della letteratura, la capacità di ampliare la vita, superando anche la morte, e di renderla più intensa e di più chiara comprensione per il lettore (a patto che egli “accordi” la massima attenzione), come se leggere un buon romanzo provochi nel lettore l’acuirsi della vista, una vista che ha come oggetto la vita stessa.

Per questo i dettagli sono fondamentali, per lo scrittore come per il lettore, ed è la cura dei dettagli che dice la levatura dell’autore; è proprio lì, nel dettaglio che si può trovare (lo aveva intuito Flaubert, lo hanno ripetuto in tanti) Dio stesso, o al contrario anche il diavolo.

Il fatto è che la letteratura, secondo la lezione della cattolica Flannery O’Connor, è tra tutte l’arte “più incarnata”, è fatta di cose concrete, non di idee astratte. E qui il cristianesimo in effetti ha forse “una marcia in più” e può sviluppare effetti potenti, essendo la religione imperniata sul dogma dell’Incarnazione: Dio che in un preciso luogo e momento storico diventa uomo, non un uomo vago ma proprio quell’uomo lì, figlio di un falegname ebreo, che è stato raccontato da quattro testi canonici e una infinità di versioni alternative, ultimo, per ora, Seif di Amélie Nothomb.

di Andrea Monda

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23 ottobre 2019

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