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L’impegno a tenere accesa la speranza

· A colloquio con il vescovo di Skopje ·

Statua di madre Teresa all’esterno del memoriale a lei dedicato a Skopje (Ansa)

«Per uno Stato così giovane, che sta vivendo una fase di transizione, che cerca di radicarsi nella democrazia e che aspira a entrare nell’Unione Europea, l’arrivo di una personalità con un’autorità morale così forte qual è il Pontefice, rappresenta un grande sostegno e conferma che nella comunità internazionale anche i Paesi più piccoli hanno gli stessi diritti e devono avere le stesse opportunità di costruirsi un futuro prospero». Monsignor Kiro Stojanov, vescovo di Skopje ed eparca di Strumica-Skopje per i cattolici di rito bizantino, è ben consapevole di quanto sia importante per la Macedonia del Nord la visita di Papa Francesco, che sarà nella capitale il 7 maggio. Una visita di appena dieci ore, ma considerata storica, la prima di un Pontefice: «Per un giorno — sottolinea il presule — i riflettori del mondo saranno puntati su questo lembo di terra che ospita una piccola comunità cattolica; una terra forse povera, ma ricca di storia, di cultura e soprattutto di gente operosa». Una visita — affidata dal Papa all’intercessione di madre Teresa — che sarà anche nel segno della pace. E per questo, aggiunge monsignor Stojanov, da essa «ci attendiamo un contributo al rafforzamento della stabilità nella regione. Ci aspettiamo che Papa Francesco, con la sua spiccata sensibilità verso i piccoli e i marginalizzati, sia la voce degli eterni valori evangelici in favore della pacifica convivenza, luce per ogni cittadino di buona volontà della Macedonia del Nord».

In particolare, che cosa si attende la Chiesa cattolica, che, come ha ricordato, è una realtà molto piccola nel Paese?

Sì, siamo una realtà piccola, abbiamo 22 sacerdoti e 32 religiose dei due riti, bizantino e latino. La convivenza di questi due riti è eccezionale ed è complementare, e a questo contribuisce anche il fatto che c’è un unico vescovo per entrambi i riti. Tutti i consigli e gli organismi diocesani sono in comune. La collaborazione è costante e unanime. Quanto alle attese, abbiamo cercato di esprimerle con il motto di questa visita apostolica «Non temere piccolo gregge», tratto dal brano del Vangelo di Luca nel quale Gesù incoraggia la sua piccola comunità parlando della Provvidenza e aprendola alla speranza. Come piccola comunità cattolica viviamo in una società che porta il giogo difficile della storia, unita alle tante sfide di oggi. La povertà, la disoccupazione, le delusioni ripetute, spingono la gente all’apatia e tanti cercano una soluzione nella fuga all’estero. Come Chiesa vogliamo essere “il lievito, la luce, la città sul monte” nel senso evangelico. Ci sentiamo chiamati a questa missione. Pensiamo che è la speranza ciò che dobbiamo tenere accesa nella gente. Dio non abbandona mai i suoi. In questo senso aspettiamo l’incoraggiamento e la conferma nella fede dal Papa, Pietro dei nostri giorni.

Come vi siete preparati a questo incontro?

Con la preghiera. Da quando è stata confermata la visita, in tutte le chiese e in tutte le case abbiamo cominciato a pregare chiedendo che essa sia una benedizione per noi. Il periodo della Quaresima è stato il tempo delle catechesi più intense per i fedeli di tutte l’età, con forti contenuti ecclesiologici. In tutte le chiese c’è stata l’adorazione davanti al Santissimo e diverse altre forme di pietà; non sono mancati ritiri spirituali e incontri di riflessione. Anche attraverso il programma di Radio Maria e la nostra pagina web abbiamo informato e invitato a vivere questo appuntamento come un momento di grazia. Lo spirito è pronto.

Come sono stati vissuti dalla comunità cattolica gli anni del comunismo e quale Chiesa è rinata da quell’esperienza?

Il comunismo ha lasciato sul corpo della nostra Chiesa ferite profonde. Non potevamo costruire le chiese, istituire nuove parrocchie, gli edifici esistenti sono stati nazionalizzati. Così è stato in tutto il territorio della Jugoslavia, ma per una comunità piccola come la nostra c’era in gioco la sopravvivenza. Ci hanno salvato tante famiglie dove si continuava a pregare e ci si formava. Oggi abbiamo due terzi di parrocchie e di monasteri in meno e una parte del clero è stata accorpata da altri Paesi. Tuttavia dopo il crollo del comunismo c’è stata una nuova fioritura. Le famiglie, custodi della fede, hanno portato frutti. Abbiamo istituito le parrocchie, i centri pastorali ed è rinato anche il clero. Abbiamo tante vocazioni di rito bizantino, mancano invece quelle di rito latino: i fedeli sono pochi e così anche le vocazioni scarseggiano. Sono grato ai vescovi di altri Paesi che ci aiutano inviandoci loro sacerdoti e mi dà gioia vedere che queste vocazioni hanno lo slancio dei veri missionari. Purtroppo la vera sfida riguarda le vita religiosa. Il numero di suore diminuisce e le nuove vocazioni sono sempre di meno. Quanto ai fedeli laici, la collaborazione è molto bella e la Chiesa, anche se numericamente piccola, è presente nella società, ed è visibile soprattutto nel campo dei media e nella sua missione caritativa. Sono grato a Dio perché dai tempi difficili siamo usciti rinforzati e rinnovati. Tuttavia temo la nuova tentazione del secolarismo, del relativismo, la crisi dei valori che minacciano anche la nostra Chiesa. Per questo vediamo la visita del Papa come un grande dono.

Nella Macedonia del Nord, come in Bulgaria e in altri Paesi dei Balcani, la Chiesa ortodossa è maggioritaria. Quali sono i vostri rapporti?

I rapporti sono buoni. La Repubblica di Macedonia del Nord nella sua Costituzione riconosce la Chiesa ortodossa macedone - Arciepiscopia di Ocrida, la comunità islamica, la Chiesa cattolica, la Chiesa evangelico-metodista e la comunità ebraica. Esiste un Consiglio interreligioso. Ci ritroviamo secondo i bisogni e interveniamo insieme quando si tratta di temi che riguardano il bene comune. Come detto, la Chiesa cattolica ha spazio sui media nazionali soprattutto in occasione delle festività più importanti, come del resto la Chiesa ortodossa, ciò fa sì che la società percepisca positivamente la nostra presenza. Certo, la Chiesa ortodossa è maggioritaria, ma questo non condiziona le nostre attività. Se si crea qualche problema, cerchiamo una soluzione con la Commissione per i rapporti con le comunità religiose e i gruppi religiosi.

Anche i musulmani, che contano un terzo dei fedeli tra la popolazione, rappresentano una realtà con la quale confrontarsi. A che punto è il dialogo con l’islam?

In questa terra l’islam è una realtà da molti secoli. C’è il ricordo di tempi difficili. I nostri tempi sono più fortunati. La gente qui è abituata a vivere insieme: gli uni con gli altri e accanto agli altri. Si sente l’eredità di un patrimonio positivo e la convivenza pacifica con i musulmani favorisce il progresso e il bene comune. Il capo della comunità islamica locale è stato molto contento alla notizia che il Papa avrebbe visitato il nostro Paese.

di Gaetano Vallini

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21 agosto 2019

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