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L’impegno dell’Onu
nell’insegnare ai bimbi
a vivere in pace 

· L’educazione come strumento per trasformare la società e prevenire i conflitti ·

Insegnare ai bambini, fin da quando sono molto piccoli a dire «scusa» e «grazie», insomma educarli «è un potente strumento per trasformare la società, per prevenire i conflitti e vivere in pace». Ne è convinta Koumbou Boly Barry, già ministro dell’istruzione e alfabetizzazione del suo paese, il Burkina Faso, e ora rappresentante speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’istruzione. Sostenitrice delle questioni di genere nell’istruzione, Koumbou Boly Barry ha recentemente presentato un rapporto alle Nazioni Unite sull’importanza dell’istruzione per prevenire le atrocità commesse in guerra e le gravi violazioni dei diritti umani. Educare, secondo la rappresentante Onu, significa «anticipare, prevenire, e questo è fondamentale. Questo ruolo di anticipazione è essenziale perché invece di aspettare che i conflitti siano scoppiati si prevengono».

Secondo Barry, «se integriamo i valori fondamentali essenziali della solidarietà e dell’accettazione della diversità culturale è possibile, fin dalla prima infanzia, sviluppare questa capacità del sistema di aiutare le società a prevenire atrocità e conflitti». «Spesso mi viene chiesto quando iniziare a educare i fanciulli alla solidarietà e all’accettazione dell’altro e io rispondo: dobbiamo iniziare molto presto», dice, e fa un esempio: «Un bambino di tre anni inavvertitamente si scontra con un compagno e gli butta giù la borsa. Il minimo è che abbia la capacità di dirgli già: “scusami”. E l’altro di rispondere “grazie”». È importante — aggiunge — «che questa capacità interiore di essere in pace con se stessi, di sviluppare questa fiducia e questa sorta di empatia verso gli altri, inizi già molto presto. Ed è essenziale che i valori intrinseci possano essere sviluppati già a quell’età». Inoltre, la rappresentante Onu ritiene che l’istruzione debba anche fornire agli studenti gli strumenti fondamentali per essere in grado di decodificare, di criticare le informazioni che ricevono. Ciononostante, Barry riconosce che ci sono circostanze in cui la scuola può dividere piuttosto che unire le persone. «Quando, ad esempio — spiega — in una situazione di guerra interetnica, l’istruzione è spesso usata come strumento di propaganda, per dividere le persone. I libri di testo relegano così la storia di un gruppo etnico sullo sfondo per rafforzare il potere di dominio di un gruppo su un altro». Così come sono da criticare, secondo lei, le immagini stereotipate nei libri di testo di donne e ragazze «che sono in cucina, che puliscono, che servono il marito». «L’educazione è spesso un riflesso di ciò che esiste nella società — sostiene — mentre deve essere più una sorta di avanguardia prevenendo, anticipando e proponendo valori umani fondamentali». Dunque, ad esempio: «Se dovessi convincere una famiglia a mandare la loro bambina a scuola, gli direi che deve farlo come lo farebbe per il loro bambino, perché è un diritto per lei, un diritto riconosciuto a livello internazionale». L’impegno, secondo Koumbou Boly Barry, deve essere quello di «fornire un’educazione capace di trasformare la società», permettendo di sviluppare l’accettazione di sé, l’accettazione dell’altro, della diversità culturale. Per quanto riguarda poi gli scarsi finanziamenti destinati all’istruzione nel mondo, Barry ritiene che le scarse risorse possano essere organizzate e gestite meglio.

Quando è stata ministro dell’Istruzione in Burkina Faso, ha cambiato il modo in cui le risorse venivano gestite. «Nel momento in cui sono arrivata, l’80 per cento delle risorse erano gestite a livello centrale — racconta — quando ho lasciato il ministero, l’80 per cento delle risorse finanziarie veniva gestito a livello scolastico e regionale e provinciale. Si tratta di una scelta politica importante e vincente». Ad esempio, insiste, specie nelle piccole comunità esistono molti artigiani disposti a fornire tavoli e sedie per le aule scolastiche, così come sarebbe bene organizzare le mense scolastiche con i parenti degli alunni che sono produttori di derrate alimentari affinché forniscano alle scuole riso, latte e farina. «Così facendo le scuole non solo otterranno i migliori alimenti, ma si svilupperà l’economia locale del paese» conclude.

di Anna Lisa Antonucci

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05 dicembre 2019

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