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Lievito di nuova consapevolezza

· L’Italia «Una e indivisibile» di Giorgio Napolitano ·

Molto probabilmente, non poteva essere altri che lui. Non poteva che essere l’undicesimo presidente della Repubblica Italiana a scrivere un saggio — Una e indivisibile. Riflessione sui 150 anni della nostra Italia (Milano, Rizzoli, 2011, pagine 180, euro 15) — che, celebrando il compleanno del Paese, riesce allo stesso tempo a ripercorrerne la storia e gli eventi del centocinquantenario traendone bilanci e spunti per il futuro.

Una matassa complessa e stratificata che Giorgio Napolitano ha progressivamente dipanato nel corso dei discorsi pronunciati lunga la Penisola, in occasione delle cerimonie e degli incontri che hanno preparato e accompagnato le celebrazioni dell’unificazione. Il mosaico che la raccolta di questi interventi restituisce, rivela la maestria di chi non solo conosce gli eventi storici, ma è costantemente volto ad attualizzarli, possedendo l’arte di intrecciare la saggezza del lungo periodo con l’entusiasmo costruttivo del neofita appassionato.

Il ciclo delle celebrazioni non si è ancora concluso, ma già il presidente coglie non solo «l’eccezionale diffusione e varietà di iniziative», ma soprattutto «il loro carattere spontaneo», «un gran fiume di soggetti che si sono messi in movimento» senza essere stati sollecitati o coordinati dall’alto. «Ce lo aspettavamo?» si chiede Napolitano nella prefazione. «In questa misura e in questi toni, no: nemmeno quelli tra noi, nelle massime istituzioni nazionali, che ci hanno creduto di più». Se dunque si è trattato di «una lezione secca per gli scettici», soprattutto «è stata una grande conferma della profondità delle radici del nostro stare insieme come Italia unita». Una e indivisibile: è questo il paradigma a cui il timoniere che regge il Colle dal maggio 2006 — in una fase nient’affatto semplice della storia italiana — riconduce il senso profondo della ricorrenza. Perché ciò che si sta celebrando è soprattutto l’identità nazionale.

Dalla questione meridionale all’ancoraggio europeo, passando per lo scoglio di Quarto, Cavour e l’idea di Roma, e senza tralasciare il tricolore, la lingua e l’orgoglio: Napolitano non si limita a registrare il fenomeno, ma lo interpreta, mettendolo «in relazione col bisogno oggi diffuso nei più diversi strati sociali di ritrovare — in una fase difficile, carica di incognite e di sfide per il nostro Paese — motivi di dignità e di orgoglio nazionale, reagendo a rischi di mortificazione e di arretramento dell’Italia nel contesto europeo e mondiale». E il ricorrente riferimento all’orgoglio nazionale colpisce positivamente in un presidente che, se esprime costantemente speranza, fiducia e “costruttività”, non lesina però obiezioni, critiche e sferzate ogni qualvolta si rendano necessarie.

In questo percorso si colloca la mostra che il Colle ospiterà dal prossimo 30 novembre, «Il Quirinale. Dall’unità ai nostri giorni». Curata da Paola Carucci e Louis Godart con l’allestimento di Luca Ronconi, l’esposizione sarà il racconto — attraverso una selezione di opere d’arte e di documenti — della «Casa degli Italiani». Sempre, però, senza cedere al mero gusto sterile per il passato. Non a caso Napolitano conclude la sua prefazione scrivendo che il centocinquantenario non è stato «un’accensione passeggera che già sta per spegnersi» ma «un risveglio di coscienza unitaria e nazionale, le cui tracce restano e i cui frutti sono ancora largamente da cogliere. (...) Quel lievito di nuova consapevolezza e responsabilità condivisa che ha fatto crescere le celebrazioni continuerà a operare sotto la superficie delle chiusure e rissosità distruttive, e non favorirà i seminatori di divisione, gli avversari di quel cambiamento di cui l’Italia e gli italiani hanno bisogno per superare le ardue prove di oggi e di domani».

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