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L’idraulico di Woody Allen e il senso del lavoro

· In un libro di Giuseppe Bertagna ·

Si stanno moltiplicando in Italia le statistiche e i rapporti dai quali si desume che il Paese sta vivendo una trasformazione economica dai caratteri contraddittori. Le difficoltà che incontrano i giovani a trovare lavoro contrastano con le richieste insoddisfatte di tante aziende che faticano a trovare lavoratori in grado di svolgere mansioni soprattutto manuali. Mancano operai, facchini, falegnami, idraulici, artigiani in genere. Le giovani generazioni, cresciute con il mito della laurea e della professione intellettuale, rifiutano di «imparare un mestiere» e preferiscono ingrossare le fila del precariato. O meglio di quello che Giuseppe Bertagna, nel libro Lavoro e formazione dei giovani (Brescia, Editrice La Scuola, 2011, pagine 160, euro 11) definisce «cognitariato», una delle due categorie — l'altra è, per contrapposizione, il «manutariato» — prodotto di un'impostazione culturale attraverso la quale in Italia si è arrivati a considerare appunto il lavoro pratico, la produzione, la manifattura, attività più o meno sottilmente disprezzabili. Questa fotografia, anche se impietosa e come tutte le immagini non totalmente fedele alla realtà complessa delle cose, è però piuttosto familiare e riconoscibile.

Il problema esiste. E si collega inevitabilmente alle polemiche legate ai flussi migratori e alla necessità o meno di una loro limitazione. Tutte le statistiche indicano che gli immigrati vanno a soddisfare un'offerta di lavoro che gli italiani non raccolgono più. Se è vero che questo non può bastare per eludere il problema, pure esistente, della legalità e della sicurezza, connesso in particolare con le grandi ondate migratorie che periodicamente battono le coste del Paese, è anche vero che questa dinamica va accettata come fenomeno fisiologico delle economie avanzate (basti pensare alla celebre anticlimax di Woody Allen riguardo alla possibilità esistenziale di trovare a New York un idraulico nel weekend).

Il punto è che l'Italia, da sempre patria delle manifatture, sta perdendo la sua identità economica e, a ricaduta, culturale, trovandosi stretta fra le esigenze sempre più elevate di un mercato globalizzato e ipertecnologico e le peculiarità di un sistema tutt'ora ancorato alla piccola e media dimensione delle imprese. Il timore è quello di perdere per sempre l'Italia delle botteghe, dove il giovane apprendista imparava il segreto dell'arte innescando quel circolo virtuoso tra apprendistato, lavoro, innovazione che ha prodotto nei secoli il mito della creatività italiana.

Che ne è — si chiede anche Bertagna nel suo libro — di quei fabbri, manovali, operai che, avendo appreso in fabbrica ogni meccanismo del proprio mestiere, sono stati capaci di rintracciarne l'intima essenza, la sua «teoria», e dunque di trovare sempre nuovi modi di rendere quel mestiere meno faticoso e, quindi, più produttivo? Possono nascere ancora in Italia gli inventori delle macchine industriali, delle invenzioni piccole e grandi che hanno fatto la storia dell'economia e della produzione? Se non si mette fine alla separazione fra il mondo del «cognitariato» e del (disprezzato) «manutariato», ci dice Bertagna, fra scuola e università da una parte e formazione professionale dall'altra, la domanda diventa chiaramente retorica.

Si tratta perciò di rivoluzionare l'intero sistema della formazione dei giovani. E, come suggerisce opportunamente Dario Di Vico nell'editoriale pubblicato oggi, 19 aprile, sul «Corriere della Sera», conviene farlo evitando la facile retorica dell'esaltazione a priori del lavoro manuale. Le statistiche mostrano semmai che si tratta di un percorso obbligato, pena la decadenza economica e, alla fine, culturale.

L'Italia, per fare un esempio, è un Paese di avvocati. A Roma le cifre sono impressionanti e molti giovani professionisti dichiarano di avere aspettative negative riguardo al loro futuro economico. Se è vero che gli italiani sono, o si stanno avviando a essere, un popolo di colti parassiti, la soluzione, indicata da Bertagna può essere a questo punto solo una: rendere la fabbrica, l'azienda, il luogo privilegiato della formazione. Del resto — ricorda opportunamente l'autore del libro — citando il pedagogo russo Sergej Hessen, l'insegnamento «che non comincia dall'esperienza ma dalla grammatica» è la negazione di se stesso; negazione dell'insegnamento ma anche ostacolo alla piena formazione e al pieno sviluppo della personalità dell'uomo.

Da qui la necessità di rilanciare l'apprendistato formativo, rendendolo centrale: le fabbriche e i luoghi di produzione devono essere «il nuovo spazio sociale privilegiato perché molti giovani che lavorano volentieri sviluppino i saperi, provino la loro capacità di innovazione, dimostrino la creatività di cui sono capaci, pratichino la cooperazione, imparino la gestione delle comunicazioni e delle relazioni interpersonali, mirino alla crescita espressiva personale, all’elevazione professionale e alla trasformazione dell’ambiente sociale e civile»: nell'ottica «non solo della formazione iniziale, ma anche soprattutto di quella continua». Le conseguenze non potrebbero non ricadere sull'intera visione del sistema scolastico e formativo in Italia e sulle scelte da fare in tema di riforme del settore, alcune delle quali, sono state pure avviate, nel senso di valorizzare l'apprendistato formativo e di farne il volano per una rinascita anche produttiva del Paese. Si tratta in effetti di rovesciare costumi e pregiudizi, falsi miti e convenienze transitorie entrando — e non in punta di piedi — in un dibattito che in Italia quasi mai ha evitato di diventare motivo di aspri conflitti politici oltre che culturali.

È un'impostazione ragionevole, alla quale manca però qualche argomento. Il libro prova a riempire questa mancanza, aggiungendo nozioni storiche e giuridiche alla trattazione del tema della formazione dei giovani in Italia. E soprattutto partendo da riflessioni bibliche e filosofiche che hanno ricadute pratiche: il senso del lavoro, visto come elemento indispensabile della realizzazione umana, è giustamente il punto di inizio di ogni ragionamento.

Se non si parte infatti dal recupero di senso, qualsiasi soluzione ai problemi dell'istruzione e dell'occupazione giovanile pagano inevitabilmente pegno alle obiezioni di natura pratica ed economica. Si tratta di amare quello che si fa, anche se — è inutile negarlo — ci sono lavori che è difficile amare in sé. E che si devono fare anche se non potranno godere del prestigio di altri mestieri e professioni. La soluzione è a portata di mano, recuperando il valore della comunità, dell'utilità per tutti, del bene comune infine. Concetti che hanno fatto grandi le economie occidentali, le stesse che vivono una crisi finanziaria che non a caso oggi è soprattutto etica.

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12 novembre 2019

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