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L'icona della locanda

· Storie di ospitalità e relazioni ·

Vorrei partire dalle motivazioni più profonde che danno senso al mio, al nostro stare in Casa della carità. Tante sono le domande e gli incontri vissuti nell’ospitalità in Casa della carità, condivisi nel territorio delle periferie delle nostre metropoli, anche in quelle che possiamo chiamare favelas, non luoghi. Per noi le accoglienze non sono un numero. Sono persone, volti, storie di vita che vanno ascoltate, rispettate, spesso custodite anche nel silenzio, avvertendo la vulnerabilità, la fragilità e l’inadeguatezza delle risposte, a volte vedendo nelle storie tracce di subita disumanità, di degrado esistenziale.

In tutte queste storie e volti si rivela e si manifesta, anche in modo contraddittorio, una domanda e un’esigenza di rispetto, di promozione di dignità di ogni persona, di giustizia, a partire dalle periferie esistenziali del nostro tempo. Ognuno porta la sua storia di relazioni, di affetti, di famiglie, del Paese di provenienza, una storia carica di sofferenza, a volte anche di errori, di speranze e fallimenti, di riscatto.
È questo sentimento umano di ascolto che ci motiva, ci chiede di avere sempre uno sguardo pieno di umanità che sa muoversi, indignarsi anche, coinvolgersi, condividere. Questa nostra esperienza di ospitalità è piena di sentimento, passione, emozione; è questa radicalità, anche poetica, che non permette di far vincere mai e poi mai un sentimento di chiusura e di esclusione, un incattivimento dell’anima e dello sguardo, un irrigidirsi del cuore.
Emozionarci perché una donna con i propri bimbi, con i segni della violenza subita, ritrova il sorriso, la calma che è promessa di un abitare senza paura perché si sente accolta. Indignarsi perché intravediamo nelle storie di vita la pesantezza dell’ipocrisia, vediamo violenze subite, ingiustizie insopportabili. Preoccuparsi perché si vede che prende corpo una rassegnazione alla necessità di sopravvivere con mezzi non leciti, per il constatare che il corpo è ridotto a merce, vedere e avvertire brucianti quegli abusi di potere e violenza che entrano nella carne e nei corpi di ogni ospite.
Questo racconto di ospitalità che mette insieme culture, patrimoni di conoscenza, sofferenza e salute è un punto di partenza per avere uno sguardo sulla città, su questo mondo nel quale siamo e viviamo, per imporre in modo semplice e quotidiano anche la capacità e l’esigenza di una comunità che sappia curare e prendersi cura. Quell’icona della locanda, del locandiere nel farsi prossimo — a cui viene affidato il malcapitato con l’invito a prendersi cura, in attesa del ritorno — è quanto mai attuale per noi.
È allora urgente, come ci ha invitato anni fa il cardinale Martini, partire da questo luogo per guardare, per mantenere uno sguardo sulla città. Una città dove si vive, ci si apre al futuro, una città che sa raccontare le sue paure, le sa affrontare con le sue memorie e sa metterle in strada per tutti e con tutti. 

di Virginio Colmegna

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12 dicembre 2019

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