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Libri volanti

·  Il fantastico mondo dello scrittore olandese Cornelius Nooteboom ·

Luce ovunque. Difficile trovare un titolo più adatto a descrivere l’opera di Cornelius Nooteboom, nato a L’Aja nel 1933, l’olandese volante della letteratura contemporanea amato e conosciuto in tutto il mondo per i suoi libri di viaggio e le sue poesie iperrealiste e visionarie, ironiche, colte e raffinatissime ma sempre mosse da profonda empatia per la sorte dei suoi fratelli uomini, siano essi scrittori celebri, famosi personaggi del passato, negozianti, autisti di pullman, vicini di casa o passanti appena intravisti dall’altra parte della strada, persone di cui non conoscerà mai il nome e nemmeno la storia ma “interessanti” perché per un attimo vicine nello spazio e nel tempo e mosse, come lui, dalle insondabili geometrie del destino.

Eugène Delacroix, «Lotta di Giacobbe con l’angelo» (1853-1861)

Bene ha fatto il suo traduttore, Fulvio Ferrari, a scegliere i versi di Licht overal e le sonorità dure e ventose della lingua del suo Paese natale per illustrare il volume, nel sobrio bianco e nero delle copertine (Torino, Einaudi 2016, pagine 195, euro 14,50): Luce ovunque è un viaggio a ritroso nel tempo, che attraversa circa cinquant'anni di attività poetica, dall'ultimo volume del 2012 fino al primo del 1964, un’ampia antologia che permette finalmente anche al pubblico italiano di conoscere una delle voci piú ispirate e più radicalmente, inequivocabilmente metafisiche nel panorama così spesso omologato e asfittico della poesia contemporanea. Per Nooteboom la realtà, come implicitamente fa capire la lirica che dà nome alla raccolta, nasconde un’ inspiegabile, tenace positività, custodisce sempre una enigmatica luce. Anche la realtà più crudele, dura, ingiusta, anche le situazioni più estreme e violente, perfino quando la vita umana viene spinta brutalmente oltre la frontiera della morte: «Luce ovunque, fino ai denti/ della belva, fino alle unghie/ dell'assassino e al pugnale lucente/ che scrive l'ultima parola, /fuoco, poi con i tuoi occhi di nessuno/ vedere senza mai una fine,/ vedere chi eri». In lingua originale: Licht overal, tot op de tanden/ van het roofdier, op de nagels/ van de moordenaar en het glanzend mes/ dat het laatste woord schrijft,/ vuur, en dan met je ogen van niemand/ zien zonder ooit nog een einde,/ zien wie je was.

Tutta l’opera dello scrittore olandese (non solo la poesia, anche la narrativa e i reportage di viaggio) è «una lotta di Giacobbe con l’angelo, ma senza l’angelo», un duello con un misterioso interlocutore che riempie il mondo della sua assenza, parafrasando i celebri versi di Par Lagerkvist. I suoi libri sono pieni di messaggeri invocati ma non ancora apparsi, intravisti ma appena dileguati dopo un incontro forse vissuto, forse immaginato, fantasmi che svaniscono nella luce, indizi che rimandano a divinità scomparse. Il tutto sempre lontanissimo, per fortuna, da quello stucchevole tono misticheggiante e genericamente spiritualista che rende illeggibili tanti autori sedicenti religiosi.

L’evocazione del «profumo di tempo infinito», cifra inconfondibile di molte delle sue poesie, parte sempre da dati concreti e sperimentabili. E l’ispirazione viene innescata come una reazione chimica inevitabile da episodi della vita quotidiana e dall’osservazione di luoghi e oggetti realmente esistenti. Anche il fitto dialogo con i grandi poeti del presente e del passato — da Esiodo ai lirici cinesi fino ad arrivare a Ungaretti e a Montale — che innerva tante delle sue poesie più belle ha sempre bisogno di dati di realtà per sprigionare tutta la ricchezza dei suoi molteplici significati. Il ritratto filosofico di Ludvig Wittgenstein, ad esempio, parte necessariamente da una sua foto: «il capo un po’ di profilo, i capelli dritti/un escursionista in montagna, scuola di villaggio norvegese (…) un cavaliere errante/caduto in una trappola disegnata da lui stesso/partito per la caccia tra il dire e il sapere/mai più tornato».

Un vicino di casa che brucia un mucchio di sterpaglie durante un soggiorno in campagna, fa affiorare nella memoria un verso di Esiodo: «Kàpnos, fumo, vapore effluvio/nèlees, privo di pietà, feroce/Sto con il tuo orfano verbale sul tavolo/mentre il vicino brucia/ un roveto. Vedo il fumo/ sul campo secco, nero come pece e minaccioso/ e aspiro il profumo di quel cedro/un profumo antico di tremila anni/Fu un incendio o un sacrificio/o stavi solo osservando il vicino?/Esiodo, poeta di marmo/ quando, finalmente/completerai quel verso?». Toccati dallo sguardo di Cornelius Nooteboom, i libri riprendono vita, tornano a parlare e a “camminare” di nuovo sulle loro gambe, nel mondo; un po’ come succede nel bellissimo cortometraggio animato The Fantastic Flying Books of Mister Morris Lessmore (I fantastici libri volanti del signor Morris Lessmore) prodotto dalla Moonbot Studios e premiato con l’Oscar nel 2012 per la sua categoria, in cui un giovane bibliotecario — un po’ Buster Keaton un po’ viandante nel mondo di Oz — dedica la vita al restauro dei libri scampati a un violentissimo tifone che ha strappato le parole dalle pagine rendendole illeggibili.

di Silvia Guidi

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19 ottobre 2019

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