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Libero e vero

· Il servo di Dio Aldo Gastaldi esempio di impegno civile basato sull’amore per Cristo ·

Solo chi soffre e chi sopporta tenacemente la fatica di essere un cercatore della libertà e della verità è titolato a parlare di amore e a insegnarci la via dell’amore cristiano. È la via della Croce, mistero che sempre ci scandalizza, ma che ci salva e che salva il mondo se vissuto con Cristo e per Cristo. “Bisagno” è il nome di battaglia di Aldo Gastaldi, medaglia d’oro al valor militare, esempio limpido, per taluni scomodo, di questo modo di vivere. «Viviamo nel provvisorio, nel relativo, tira a campa’ […] I santi no, gli eroi no», dice la poetessa Elena Bono in apertura del docu-film Bisagno, realizzato dal regista Marco Gandolfo nel 2015 e distribuito da Itaca come allegato al volume Bisagno. La Resistenza di Aldo Gastaldi, pubblicato nel 2018.

Chi ha incontrato “Bisagno” anche per pochi secondi, come accadde alla Bono che ne incrociò lo sguardo mentre lui transitava a Bertigaro a bordo di una motocicletta, o per aver combattuto sui monti per la libertà, sotto il suo illuminato comando nella Divisione Cichero (dopo l’8 settembre 1943 fino alla fine della guerra), ha di lui un ricordo indelebile, di un maestro di vita, una guida sicura, perché credibile e autorevole, amato e obbedito dai suoi uomini che per lui avrebbero dato la vita, temuto e stimato anche dai suoi nemici. «Mai più nella mia vita — scrive Elena Bono — ho incontrato uno sguardo così: uno specchio assolutamente pulito, limpido, in cui tu all’improvviso vedevi te stesso, la tua coscienza, per ciò che avresti voluto e dovuto essere [...] Questo io ho ricevuto dall’unico sguardo di quel giovane che istantaneamente “riconobbi” come Bisagno: la solarità abbagliante di una coscienza netta, la regalità e semplicità del bene di contro a tutto ciò che può illudere, ottenebrare, avviluppare l’uomo, renderlo schiavo di idoli “falsi e bugiardi” e, in definitiva, meno uomo e non più uomo».

Aldo Gastaldi nella sua brevissima vita — è il ricordo del compianto storico e accademico Danilo Veneruso nel volume sopracitato — «ha sempre cercato di vivere con totale coerenza di principi e attività, secondo un metodo e uno stile di vita proprio delle anime non comuni. I principi che egli ha cercato di realizzare nella sua vita sono quelli di un cristianesimo tramandato e vissuto in una famiglia […] profondamente cristiana», in cui «matura un rapporto vivo e fecondo con Dio, con la Chiesa, con il prossimo, sorgente inesauribile di valori come quelli, rarissimi nel “mondo”, della schiettezza, della correzione fraterna, da applicarsi anche e prima di tutto ai familiari, agli amici più stretti, del mettere gli altri al primo posto facendo di essi l’oggetto della propria azione, pur senza mai nulla sacrificare dei propri talenti a una falsa modestia e, infine, di una rara connessione tra uno spiccato senso della giustizia e il vertice disinteressato della carità».

Parole pesate con cura, per descrivere un ragazzo che, a soli 22 anni, era già un uomo maturo, pienamente consapevole del suo ruolo e della sua responsabilità di cristiano, italiano e partigiano. In una lettera che “Bisagno” scrive a suo padre, Paolo Gastaldi, si legge: «Sono riuscito a comprendere che la mia vita non devo viverla solo per me, ma è come quella di un albero che, per diversi anni, ha strappato fatiche al giardiniere. Ora che è il momento del frutto, non è sua facoltà, ma suo dovere fruttare».

Divenuto comandante della Divisione Cichero, “Bisagno” impostò la vita partigiana secondo precise regole militari e morali, dando vita a quella che poi sarà chiamata la “scuola di Cichero”: il comandante è il primo a esporsi ai pericoli, mangia per ultimo e a lui sono riservati i turni di guardia più pesanti; gli uomini al suo comando devono rispettare la popolazione, senza appropriarsi di nulla, a meno che non venisse loro offerto, e comunque sempre pagato al prezzo del mercato nero; non bisogna bestemmiare e occorre fare sempre tutto il possibile per salvare la vita degli uomini nelle azioni di guerriglia, anche la vita dei nemici. Emerge dunque nelle montagne la figura di un capo dotato di un carisma eccezionale, che trae ispirazione concreta dal Vangelo, per cui “capo” non è colui che è servito ma colui che serve, non è colui che domina ma colui che cerca di rendere l’uomo e il mondo migliori.

Come riusciva Aldo Gastaldi a usare le armi e a mantenersi cristiano? «A volte di notte Aldo scendeva verso valle. Percorreva ore di cammino nella neve, da solo, al buio, illuminato solo dalla luce della luna», scrive Emilio Bonicelli. Dove andava? «Si recava alla chiesa di Belpiano a trovare il parroco, il suo amico don Alberto. Qui Bisagno poteva ricevere la santa comunione». La lettura del Vangelo e la santa comunione erano il suo vero nutrimento.

“Bisagno” fu chiaramente e dichiaratamente contrario all’operato dei commissari politici nelle fila partigiane e si scagliò più volte contro i regolamenti di conti che insanguinarono le vie della città di Genova, come di altre città d’Italia, subito dopo il 25 aprile. Era stato e continuava a essere elemento di forte contraddizione nella lotta per la libertà, per lui sempre fondata su quella verità che non ammette simili comportamenti, senza eccezione alcuna. In quelle tragiche ore forse comprese che avrebbe dovuto pagare con la vita la sua scelta, portata avanti silenziosamente e tenacemente in nome di Dio e in nome di tutto il popolo italiano. Morì a Bardolino, sul lago di Garda, il 21 maggio 1945, dopo aver accompagnato personalmente a casa alcuni suoi partigiani, ex alpini del Vestone, a cui aveva salvato la vita e poi convinti a passare nelle sue fila. La relazione ufficiale del commissario politico della divisione, parla di una «caduta accidentale dal tetto del camion utilizzato per il viaggio». In realtà la dinamica non fu mai chiarita in modo chiaro e convincente. Al suo funerale, a Genova, partecipò una folla impressionante e la sua fama di santità iniziò a prendere il volo, fino all’apertura della sua causa di beatificazione, il cui annuncio pubblico è stato dato a Rovegno (Genova) il 15 giugno scorso, in occasione di una commemorazione solenne che si tiene da molti anni in suo ricordo, alla presenza del vescovo ausiliare di Genova, Nicolò Anselmi, del sindaco Marco Bucci, del postulatore della causa Emilio Artiglieri, della famiglia Gastaldi e di altre autorità civili, militari e religiose.

Giacomo Gastaldi, fratello di Aldo, con Anna Maria Manaratti, prima biografa di “Bisagno”, ha raccolto per decenni una quantità enorme di documenti che lo riguardano. La famiglia ha sempre nutrito per lui una sincera venerazione, ma ha sempre rifuggito ogni tentativo esterno di mitizzare il loro congiunto perché «spesso queste fantastiche figure trascendono nella leggenda, dove la bellezza e la verità vengono con il tempo sapientemente annegate, per dare spazio alla libera costruzione di idoli a misura di miserie umane e correnti del momento», come ha detto in chiusura di cerimonia il nipote omonimo di “Bisagno”, Aldo Gastaldi, presidente del comitato che sostiene la causa di beatificazione. «Per la famiglia — continua il nipote — questa causa è una gioia perché risponde all’esigenza di dare testimonianza di quello sguardo di Aldo sempre rivolto al Cielo, un tesoro che non potevamo tenere solo per noi. In un mondo che propone l’effimero e il passeggero quali alimenti gratuiti per tutti, sono convinto che Bisagno si rivolga ai giovani di oggi non solo per testimoniare per chi vale la pena di vivere, ma anche per chi vale la pena di morire. E ci indica un criterio di discernimento assoluto fra il bene e il male, oggi poco considerato, e che gli garantì sempre la piena libertà: la Parola di Dio».

L’arcivescovo di Genova, cardinale Angelo Bagnasco, in un’intervista al Tg3 regionale della Liguria del 14 giugno scorso, alla vigilia della cerimonia commemorativa di Rovegno, ha detto di lui: «Un uomo trasparente e coerente. Trasparente, rispetto alla sua fede, che non ha mai nascosto, anche quando era difficile. Forse non da tutti era condivisa la sua posizione di fede, di cristiano, ma questo non lo ha mai scoraggiato o intimidito. Quindi trasparente, coraggioso, e pertanto coerente, perché ha sempre cercato con umiltà, con semplicità, senza esibizioni, ma con grande fermezza, di comportarsi come il Vangelo insegnava».

In una lettera che “Bisagno” scrisse ai genitori quando aveva 20 anni si legge: «Non trovai nessuno, sulla Terra, che potesse darmi giustizia e pace. Ma trovai l’una e l’altra in Dio. Con Lui ho compreso che la gloria terrena è molto effimera e passeggera, mentre la gloria di Dio è eterna». La Chiesa, l’Italia, la nostra generazione, ciascuno di noi secondo il proprio ruolo, grado e responsabilità, saprà fare tesoro di un esempio così fulgido di impegno civile basato sull’amore per Cristo e per la verità?

di Stefania Venturino

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15 dicembre 2019

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