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Liberi
perché responsabili

· Una tavola rotonda sul ruolo dei giornalisti ·

Liberi perché responsabili, gli esseri umani sono così, ambedue le condizioni devono essere presenti perché l’una senza l’altra non può esistere o avere senso. Un uomo senza libertà non è responsabile e un uomo senza responsabilità vanifica la libertà di cui è dotato o si è conquistato. La libertà infatti si regge perché delle azioni compiute gli uomini sono capaci di rispondere cioè di assumersene la responsabilità; senza quest’assunzione la libertà diventa un arbitrio, un capriccio pericoloso oltre che privo di senso.

Una scena del film «Quarto potere»

Questa semplice riflessione è il punto di partenza da cui è scaturita, in seno alla redazione di questo giornale, l’iniziativa avviata che oggi, 29 novembre, si svolge alle ore 11.30 presso la Sala Marconi del Palazzo Pio sede della Radio Vaticana. Ed è bello vedere la quantità e la qualità delle adesioni che questa iniziativa ha ricevuto nel mondo dell’informazione che è il contesto in cui abbiamo voluto calare la nostra riflessione. Da questo punto di partenza abbiamo infatti voluto riflettere sulla complessa questione del potere dell’informazione. Stavo per scrivere “servizio dell’informazione” ma mi è venuto più facile scrivere “potere”. E forse è questo il punto cruciale: l’informazione dovrebbe essere un servizio ma si presenta e si considera come un potere. Se questo primo passaggio corrisponde alla realtà delle principali società democratiche occidentali, ne deriva un secondo problema altrettanto cruciale: se la stampa è un potere, chi controlla questo potere? Chi esercita la responsabilità di quel potere? I poteri in democrazia non sono assoluti, sono limitati, devono avere cioè un bilanciamento. Tutti ricordiamo la divisione dei tre poteri. Il “quarto potere” per citare il titolo italiano dato al capolavoro cinematografico di Orson Welles Citizen Kane, come è controllato? A chi risponde?

Il discorso rinvia sempre al punto di partenza: se si tratta di “umanità” allora libertà e responsabilità devono essere intrinsecamente unite, collegate in maniera non disgiungibile. Quello della libertà di stampa è uno dei principi fondamentali di ogni democrazia, è anzi il segno della “qualità” di una democrazia, del suo livello di civiltà. Siamo tutti pronti a lottare, a batterci per la conquista e la difesa di questo principio, e facciamo bene. Ma il suo principio gemello, quello della responsabilità di stampa? Ecco, diciamo che per lui facciamo un po’ fatica a scaldarci. Negli ultimi 18 anni ho insegnato religione cattolica nei licei di Roma dove, ad ogni inizio d’anno, ho ascoltato i miei colleghi professori agitarsi e scatenare guerre contro gli “attentati” al principio della libertà del docente. Guerre sacrosante. Eppure anche lì nessuno rifletteva sul principio della responsabilità, eppure i maestri e i professori di scuola hanno una responsabilità enorme sulle proprie spalle, hanno davanti a loro, nelle loro “mani”, l’argilla fresca delle nuove generazioni. Una responsabilità altrettanto grande poggia sulle spalle di noi giornalisti. Eppure niente da fare, questo principio ci sfugge (o lo sfuggiamo), non lo capiamo, non lo “sentiamo” bene, lo tiriamo fuori per criticare l’operato altrui ma non per fare una riflessione pacata che ci ricordi che prima ancora di giornalisti siamo persone, esseri umani e dovremmo lottare per rimanere tali, cosa che non è mai scontata. E rimanere umani vuol dire, ripeto, mantenere insieme le due cose, la libertà e la responsabilità.

Vuol dire che, per scendere più nel concreto, ogni volta che il mio sguardo incrocia quello dell’altro uomo, io me ne assumo la responsabilità come la grande filosofia e la grande letteratura ci hanno insegnato. Uno fra tutti, Emmanuel Levinas ci ricorda che «Sono responsabile d’altri, rispondo d’altri. […] Il volto non è semplicemente una forma plastica, ma è subito un impegno per me, un appello a me, un ordine per me di trovarmi al suo servizio. Non solamente di quel volto, ma dell’altra persona che in quel volto mi appare contemporaneamente in tutta la sua nudità, senza mezzi, senza nulla che la protegga, nella sua semplicità, e nello stesso tempo come il luogo dove mi si ordina. Questa maniera di ordinare, è ciò che chiamo la parola di Dio nel volto. [Gli scrittori russi] erano fondamentali, Puskin, Gogol, in seguito i grandi prosatori, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij... Vi si trova costantemente la messa in discussione dell’umano, del senso dell’umano».

Ecco, la speranza di chi insieme a me ha voluto organizzare e partecipare a questa iniziativa risiede in questo: una messa in discussione dell’umano, del senso dell’umano.

Il 24 luglio scorso ho pubblicato un editoriale su questo tema in cui citavo la splendida meditazione che Papa Benedetto XVI ha fatto circa 10 anni fa, l’8 dicembre del 2009 che ho voluto ripubblicare integralmente su questa pagina perché mi sembra ancora oggi di grande pertinenza e urgenza.

Pensiamo soltanto a tutte le questioni che emergono fino a confliggere quando i sentieri dell’informazione incrociano le vie della giustizia, quando il diritto dell’informazione sulle indagini della magistratura impatta con il diritto della difesa della dignità delle persone indagate. Non è un caso che domani, 30 novembre, Enzo Tortora avrebbe compiuto 91 anni. Ma la questione del rapporto tra stampa e giustizia è solo uno dei tanti aspetti di un problema molto più grande sul quale rifletto da moltissimo tempo (prima ho fatto riferimento ai miei anni nella scuola), perché ritengo in coscienza che questa problematica tocchi il cuore della crisi della società contemporanea.

La scissione tra libertà e responsabilità è il problema che oggi affligge la nostra civiltà occidentale: l’ingordigia verso una libertà smodata e senza limiti e la fuga rispetto alla responsabilità che viene sempre scaricata su altri, sui primi capri espiatori di passaggio. Mangiamo smodatamente e creiamo pillole che eliminano i grassi “in eccesso” (la libertà come eccesso), ci accoppiamo e creiamo altre pillole per eliminare i frutti non desiderati delle nostre azioni, speculiamo creando meccanismi finanziari stritolanti noncuranti del futuro delle prossime generazioni e il discorso potrebbe proseguire investendo la cura dell’ambiente e altro ancora. Libertà senza responsabilità, questo è il punto e invece noi siamo uomini proprio perché responsabili, siamo liberi perché responsabili, vale la pena ricordarcelo ogni tanto.

di Andrea Monda

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