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Liberi di servire

· Le parole di Papa Francesco sul libro dell’Esodo ·

Marc Chagall, «Mosè e il roveto ardente» (1966)

«È curioso — scrive Giuseppe Dell’Orto nell’introduzione al libro Liberi per diventare servi. Il libro dell’Esodo nelle parole del Papa a cura di Alessandra Peri (Roma, Castelvecchi, 2018, pagine 192, euro 16,50) — che all’obiezione di Mosè (chi sono io per andare dal faraone) Dio non risponda con “Tu sarai...” ma con un “Io sarò/sono con te” (3, 11-12). La vera identità di Mosè è data non da quello che ha fatto o farà o da quello che egli è, ma dalla relazione stabilita da Dio con lui e con il popolo. E così Mosè non sarà più in balia di quanto altri e la storia passata hanno deciso di lui; non sarà definito solo in base a ciò da cui è fuggito, ma sarà definito in futuro dalla presenza di Dio. La frase “Io sono con te” è la più semplice che si possa immaginare da un punto di vista sintattico, ma essa richiede un salto di qualità da parte del destinatario».

Un passo che fa capire la responsabilità che implica il dono gratuito dell’amicizia di Dio e il valore di metodo di un libro che è stato definito il Vangelo dell’Antico Testamento; paradigma di esistenza e archetipo di ogni esperienza di schiavitù e di libertà. Il libro dell’Esodo — ammette Dell’Orto — non è forse il testo biblico più ricorrente nelle omelie e nei discorsi di Papa Francesco. Tuttavia a ben guardare, assurge a parabola e icona del suo magistero indipendentemente dalla frequenza con cui ne vengono commentate singole pericopi, illustrando pienamente il senso di quella Chiesa in uscita che fin dall’inizio del suo pontificato ha rappresentato il centro della pastorale del Pontefice. Attraverso l’esperienza dell’Esodo e dell’Alleanza, il Signore chiama il Suo popolo alla libertà dei figli di Dio, la libertà di amare e di scegliere il bene.

La legge che il popolo riceve rappresenta, in un certo modo, le “istruzioni per l’uso” del dono della libertà e della vita.

Israele stesso si è costituito come popolo nel deserto prima di possedere i due elementi essenziali per l’esistenza di una nazione nell’antichità: un territorio e un sovrano propri. La legge definisce le vere frontiere di Israele, frontiere di comportamento.

La legge dunque, più che l’appartenenza a un territorio, definisce l’identità dell’israelita, in altri termini, è la sua vera patria. Una «patria portatile», come l’ha definita il poeta di origine ebraiche Heinrich Heine, analoga, in certo senso, a quella vissuta dalla etnia sui generis (per citare la celebre frase coniata da Paolo VI) della comunità dei cristiani.

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13 novembre 2019

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