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Libere di sapere

· Il diritto delle donne all’istruzione dall’età moderna al mondo contemporaneo ·

«Il saggio disse: “La penna è più potente della spada”. Era vero. Gli estremisti hanno paura di libri e penne. Il potere dell’educazione li spaventa. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa»: sono queste le parole di Malala Yousafzai, Premio Nobel per la pace nel 2014, citate nell’introduzione del libro Libere di sapere. Il diritto delle donne all’istruzione dal Cinquecento al mondo contemporaneo di Alessia Lirosi (Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2015, pagine xiv-322, euro 18). Nel 2012 a soli quindici anni Malala ha subito un attentato per aver difeso pubblicamente il diritto allo studio nel suo Paese, il Pakistan. Il suo caso è perciò emblematico delle gravissime difficoltà che ancora oggi le donne incontrano per avere accesso all’apprendimento. Solo in Pakistan, il secondo Paese al mondo dopo la Nigeria con il più alto tasso di analfabetismo femminile, più di tre milioni di bambine sono escluse dal sistema scolastico.

Alexandre Kucharski «Ritratto di Olympe de Gouges»  (XVIII secolo)

Anche in occidente — sul quale si focalizza l’attenzione della Lirosi — la conoscenza è stata per moltissimo tempo preclusa alla donna, considerata “per natura” razionalmente inferiore all’uomo.

Emerge subito il ruolo svolto dalla Chiesa cattolica: nel Cinquecento gli educandati monastici, insieme ai precettori privati commissionati da famiglie colte e facoltose, offrivano alle fanciulle nobili l’unica possibilità di istruirsi. Colpisce il criterio con cui erano assegnati i compiti: sulla base di un insegnamento comune che comprendeva attività riconosciute come tipicamente femminili, come il canto, il ricamo e la filatura, si cercava di assecondare le inclinazioni delle singole allieve. Capitava talvolta che alcune educande raggiungessero un certo grado di autonomia coltivando le proprie attitudini. Nell’arte della tessitura, ad esempio, le più abili erano autorizzate a uscire dal chiostro per andare a insegnare alle fanciulle dell’alta società.

Anche nei conventi riservati a converse povere e a donne emarginate s’insegnava la lettura per permettere la recita dell’ufficio divino. Merito di Lirosi è quello di mettere in luce i piccoli passi in avanti compiuti in un contesto di imperante misoginia. Sono ricordate le iniziative di Angela Merici (1474-1540), fondatrice della compagnia di Sant’Orsola che offrì un’istruzione alle bambine povere e di Rosa Venerini (1656-1728) che costituì, con il medesimo intento, la comunità delle Maestre Pie.

Nei territori della Riforma protestante le bambine potevano accedere a scuole in cui imparavano a leggere la Bibbia in volgare, ma erano svantaggiate dall’impossibilità di usufruire degli educandati a causa della soppressione del monachesimo.

Sconfortante è il quadro che Lirosi offre del Settecento illuministico. Malgrado il clima di ottimismo dell’epoca, in cui si è diffusa la consapevolezza dell’importanza dell’istruzione per il progresso sociale ed economico, i più grandi intellettuali, da Kant a Rousseau, espressero il proprio scetticismo verso le “capacità razionali” delle donne. Le nuove scuole pubbliche promosse, ma non sempre attuate, dai governi illuminati sottrassero il monopolio dell’istruzione agli ordini religiosi ma esclusero l’ingresso alle donne.

Ciò nonostante, è proprio in questo periodo che si sollevarono le prime voci femminili di protesta. Spiccano su tutte quelle di Olympe de Gouges e di Mary Wollstonecraft che nel 1791 e nel 1792 denunciarono l’esclusione delle donne dai diritti universali sanciti nel corso della rivoluzione americana e francese. Olympe de Gouges fu addirittura ghigliottinata per le sue idee.

Significativi segnali di cambiamento provennero dalle prime donne laureate in Italia. L’autrice ricorda la lode La laurea dedicata a una di loro, Maria Pellegrina Amoretti, dal contemporaneo Giuseppe Parini e il sostegno del cardinale Prospero Lambertini (futuro Papa Benedetto xiv) a Laura Bassi per il conseguimento della laurea in Scienze e Filosofia nel 1732.

Molto interessante è il profilo culturale delle femministe europee d’Ottocento. Ciò che le contraddistinse fu un impegno nella valorizzazione del contributo specifico che potevano offrire alla società come donne e madri, ovvero come prime educatrici dei propri figli. L’emancipazione passò, in questo caso, attraverso l’esaltazione delle peculiari caratteristiche femminili. Questo della specificità femminile è un motivo che riceve oggi, a distanza di due secoli, un’inedita attenzione. Lirosi riflette sul pericolo che le attuali società occidentali corrono quando la donna, in nome della parità dei sessi, è spinta a omologare la propria identità al “dominante modello maschile”.

Il Novecento è stato il secolo della Dichiarazione universale dei diritti umani siglata dall’Onu nel 1948. È solo a partire da questa data che la donna riceve piena legittimità come soggetto giuridico cui destinare i medesimi diritti dell’uomo. Lirosi conclude posando lo sguardo sulle questioni oggi insolute. Per i territori più poveri della terra il problema rimane come dare concreta attuazione ai principi umanitari. In Occidente, invece, soprattutto in seguito alla recente crisi economica, il rischio è che l’istruzione acquisisca un valore sempre più utilitaristico, come strumento pratico per la realizzazione economica dell’uomo, a discapito del suo significato più autentico, legato allo sviluppo della personalità dell’individuo, delle sue potenzialità e dei suoi talenti.

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